Riassetto Delfin, i Del Vecchio al bivio: tra buyback, dividendi e resa dei conti in famiglia

L'assemblea del 30 giugno rischia di trasformarsi nel vero redde rationem della famiglia Del Vecchio. Sul tavolo non ci sono soltanto il bilancio 2025 e la distribuzione dei dividendi di Delfin, ma soprattutto il futuro assetto della holding

Roberta Paolini
Leonardo Maria Del Vecchio
Leonardo Maria Del Vecchio

L'assemblea del 30 giugno rischia di trasformarsi nel vero redde rationem della famiglia Del Vecchio. Sul tavolo non ci sono soltanto il bilancio 2025 e la distribuzione dei dividendi di Delfin, ma soprattutto il futuro assetto della holding che controlla partecipazioni per decine di miliardi di euro, da EssilorLuxottica a Assicurazioni Generali, passando per MPS.
Dopo settimane di tensioni e lo scontro emerso pubblicamente con la lettera di Leonardo Maria Del Vecchio, il progetto che avrebbe dovuto portare il quarto figlio del fondatore al 37,5% della holding appare oggi in una fase di stallo. Le banche coinvolte nel finanziamento dell'operazione hanno infatti chiesto ulteriori garanzie sulla sostenibilità finanziaria dell'acquisizione del 25% detenuto dai fratelli Luca e Paola Del Vecchio, costringendo il consiglio di amministrazione guidato da Francesco Milleri a rimettere mano all'intero schema.

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La redazione
Leonardo M. Del Vecchio

Mentre Leonardo Maria è impegnato nel tentativo di ricostruire un consenso familiare che possa consentirgli di riaprire il dialogo con gli istituti finanziatori, all'interno del board starebbe prendendo forma una strada alternativa. L'ipotesi proposta oggi da La Repubblica è quella del buyback da parte della stessa Delfin delle quote che sarebbero dovute passare alla Lmdv Capital.
Lo statuto della holding prevede infatti sia il diritto di prelazione sia la possibilità per la società di riacquistare proprie azioni. L'idea sarebbe quella di rilevare il 25% detenuto da Luca e Paola al prezzo già concordato di circa 10 miliardi di euro e successivamente ridistribuire tale quota ai sei soci rimanenti. In questo scenario Claudio Del Vecchio, Marisa Del Vecchio, Leonardo Maria Del Vecchio, Clemente Del Vecchio, Nicoletta Zampillo e Rocco Basilico passerebbero tutti dall'attuale 12,5% al 16,66%.
Si tratterebbe di una soluzione in grado di evitare il concentrarsi del controllo nelle mani di un unico ramo familiare e che, almeno sul piano teorico, potrebbe essere approvata con una maggioranza di sei soci su otto. Resta però aperto il nodo delle risorse necessarie.

Delfin dispone di circa 7 miliardi di riserve, il cui utilizzo richiederebbe comunque il voto favorevole di sei azionisti su otto, e potrebbe eventualmente ricorrere a ulteriore indebitamento rispetto ai circa 5 miliardi già presenti a bilancio. Sull'ipotesi tuttavia Delfin non ha commentato.
Le banche, secondo quanto filtra dalle trattative delle ultime settimane, avrebbero manifestato disponibilità a finanziare direttamente Delfin a fronte di garanzie sulle partecipazioni della holding, ma non la scatola personale di Leonardo Maria. Anche questa strada, tuttavia, presenta un ostacolo non trascurabile: la concessione di pegni sulle azioni Delfin richiederebbe una deliberazione assembleare all'unanimità.

Il primo banco di prova sarà comunque il bilancio 2025. Secondo le indiscrezioni, l'utile consolidato dovrebbe attestarsi tra 1,2 e 1,5 miliardi di euro. Per l'approvazione dei conti sono sufficienti cinque voti favorevoli su otto, mentre per modificare la politica dei dividendi ne servono sei.

Ed è proprio sul dividendo che potrebbe misurarsi il livello di coesione familiare.
Ad aprile, infatti, una maggioranza di sei soci su otto aveva manifestato la volontà di elevare la distribuzione dall'attuale soglia minima statutaria del 10% fino all'80% degli utili. Un nuovo via libera in assemblea verrebbe interpretato come un segnale di ritrovata convergenza tra gli azionisti e potrebbe riaprire la partita del riassetto immaginato da Leonardo Maria. In quel caso, l'acquisto delle quote di Luca e Paola potrebbe tornare sul tavolo, magari con una struttura finanziaria diversa e più condivisa con banche, fondi e consiglio di amministrazione.
Se il deterioramento dei rapporti dovesse impedire perfino l'approvazione del bilancio, si aprirebbe una situazione senza precedenti per la holding lussemburghese. Alcune ricostruzioni giornalistiche evocano perfino l'ipotesi estrema della liquidazione della società. Un'ipotesi remotissima, secondo alcuni fantasiosa, anche perché produrrebbe una distruzione di valore per i soci.
Più probabile appare invece una soluzione intermedia: bilancio approvato ma mancato accordo sull'aumento dei dividendi. Un esito che non bloccherebbe la governance della holding ma renderebbe molto più difficile il percorso immaginato da Leonardo Maria per rilevare le quote dei fratelli.
A rendere ancora più complesso il quadro c'è infine il contenzioso aperto in Lussemburgo. Tra gennaio e febbraio Luca, Clemente e Paola Del Vecchio insieme a Rocco Basilico hanno promosso due azioni giudiziarie contro Delfin e contro il gérant Mario Notari. I ricorsi non si limitano a contestare alcune delibere assembleari e a chiedere la revoca del professionista, ma mettono in discussione l'impianto stesso della governance costruita negli anni all'interno della holding.
Per questo il 30 giugno non sarà una semplice assemblea di bilancio. Sarà il giorno in cui si capirà se la famiglia Del Vecchio riuscirà a ricucire le fratture emerse negli ultimi mesi o se il confronto entrerà in una fase ancora più aspra, con conseguenze potenzialmente rilevanti per uno dei maggiori patrimoni industriali e finanziari d'Europa.

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