Riassetto Delfin, i Del Vecchio al bivio: tra buyback, dividendi e resa dei conti in famiglia
L'assemblea del 30 giugno rischia di trasformarsi nel vero redde rationem della famiglia Del Vecchio. Sul tavolo non ci sono soltanto il bilancio 2025 e la distribuzione dei dividendi di Delfin, ma soprattutto il futuro assetto della holding

L’assemblea del 30 giugno rischia di trasformarsi nel vero redde rationem della famiglia Del Vecchio. Sul tavolo non ci sono soltanto il bilancio 2025 e la distribuzione dei dividendi di Delfin, ma soprattutto il futuro assetto della holding che controlla partecipazioni per decine di miliardi di euro, da EssilorLuxottica a Assicurazioni Generali, passando per Mps e UniCredit.
Dopo settimane di tensioni e lo scontro emerso pubblicamente con la lettera di Leonardo Maria Del Vecchio, il progetto che avrebbe dovuto portare il quarto figlio del fondatore al 37,5% della holding appare oggi in una fase di stallo. Mentre Leonardo Jr continua a cercare di ricompattare la famiglia per ottenere quel consenso che gli sarebbe necessario a proseguire la trattativa con le banche, il consiglio di amministrazione della holding presieduta da Francesco Milleri starebbe valutando una strada alternativa al riassetto approvato ad aprile.
La lettera
La situazione, come ha spiegato lo stesso Leonardo Jr in una lunga lettera, si è irrigidita nelle ultime settimane a causa delle richieste avanzate dagli istituti finanziatori. Le banche hanno, infatti, iniziato a sollevare dubbi sulla sostenibilità finanziaria dell’operazione, nonostante il robusto flusso di dividendi garantito da Delfin, chiedendo garanzie aggiuntive che hanno costretto il board a rimettere mano allo schema originario.
Secondo alcune ricostruzioni, nelle interlocuzioni delle ultime settimane gli istituti avrebbero chiarito di essere disponibili a finanziare Delfin a fronte di un pegno sulle azioni della holding, ma non la scatola Lmdv Fin di Leonardo Maria. Il problema è che per concedere in garanzia le azioni Delfin sarebbe necessaria una delibera assembleare approvata da tutti e otto i soci. Una lettura che modifica radicalmente il quadro rispetto alle prime interpretazioni che ritenevano sufficiente una maggioranza qualificata.
Alternativa
È in questo contesto che starebbe prendendo quota una soluzione alternativa. Sul tavolo sarebbe infatti comparsa l’ipotesi del buyback. Delfin potrebbe acquistare direttamente il 25% detenuto da Luca e Paola Del Vecchio, la stessa quota che l’assemblea del 27 aprile aveva deliberato di assegnare alla Lmdv Capital di Leonardo Maria con il voto favorevole di sei soci su otto.
Il riacquisto di azioni proprie è previsto dallo statuto della holding così come il diritto di prelazione e, secondo quanto riportato da Repubblica, Francesco Milleri avrebbe deciso di esplorare questa soluzione dopo la lettera con cui Leonardo Jr ha contestato il mancato sostegno del board alla sua operazione.

L’idea sarebbe quella di acquistare quel 25% per il prezzo già concordato di circa 10 miliardi di euro. A quel punto si aprirebbero due possibilità. Se Delfin mantenesse le azioni in portafoglio senza annullarle, i soci si ridurrebbero a sei ma conserverebbero la stessa percentuale di partecipazione. Se invece la holding procedesse all'annullamento delle azioni acquistate, i sei soci rimasti vedrebbero aumentare proporzionalmente la propria quota, passando dal 12,5% al 16,66%.
Ed è qui che si concentra uno dei nodi dell'assemblea. Se il buyback dovesse arrivare realmente sul tavolo dei soci, anche per una mera questione di convenienza individuale, Leonardo Jr rischierebbe di vedere sfumare l’intero impianto costruito negli ultimi mesi. Il progetto che avrebbe dovuto portarlo al 37,5% della holding verrebbe infatti sostituito da una soluzione che redistribuirebbe il valore tra tutti gli azionisti rimasti.
Parere legale
Del resto le alternative realistiche non sono molte. Il cda non può concedere in garanzia il 25% del capitale senza passare dall’assemblea e, trattandosi di una decisione che potrebbe comportare un’eventuale escussione delle quote della holding, il parere legale prevalente ritiene necessario il consenso unanime degli otto soci.
Delfin dispone di circa 7 miliardi di riserve, il cui utilizzo richiede il consenso di sei soci su otto, e potrebbe anche aumentare il proprio indebitamento rispetto ai circa 5 miliardi che figurano nel bilancio 2024. Il bilancio 2025, in via di approvazione, dovrebbe inoltre chiudersi con un utile superiore a 1,5 miliardi.
Di fatto dunque ciò che era stato deliberato rischia di essere accantonato, mentre resterebbero in piedi i contratti sottoscritti da Lmdv Fin con Luca e Paola Del Vecchio che, secondo quanto risulta, prevederebbero penali particolarmente pesanti, nell’ordine del 10%, nel caso in cui l'operazione non venisse completata. E non sembra che tali penali fossero subordinate all’ottenimento del finanziamento bancario.
Nel frattempo è in fieri anche una riorganizzazione del family office di Leonardo Jr, con l'uscita dell’ad Marco Talarico (ex Kairos, società il cui fondatore è Paolo Basilico, padre di Rocco, fratello di Leonardo Jr).
All’ordine del giorno dell'assemblea figura innanzitutto l'approvazione del bilancio consolidato 2025, il secondo punto riguarda la distribuzione dei dividendi. Secondo le regole della holding il tetto ordinario è pari al 10%, ma ad aprile sei soci su otto avevano espresso la volontà di innalzare la distribuzione fino all'80%. Anche questo voto rappresenterà un test sulla tenuta degli equilibri familiari. Per approvare il bilancio sono sufficienti cinque voti favorevoli su otto. Per i dividendi ne servono invece sei. Se arriverà il via libera sia ai conti sia a una distribuzione straordinaria, si potrà tornare a discutere del riassetto immaginato da Leonardo Jr. Sempre che sul tavolo non si materializzi la via alternativa del riacquisto azioni, a quel punto gli esiti sono imponderabili. Soprattutto sul piano della tenuta familiare.
Nel caso in cui i rapporti tra gli otto soci dovessero ulteriormente deteriorarsi e l'assemblea non riuscisse neppure ad approvare il bilancio (scenario remotissimo anche mettendosi a fare la conta dei voti) però a quel punto il caos sarebbe totale. In Lussemburgo la mancata approvazione del bilancio non produce effetti immediati. Generalmente devono trascorrere più esercizi consecutivi senza approvazione prima che possa essere avviata una procedura di liquidazione giudiziaria. Una prospettiva che rischierebbe comunque di tradursi in una valorizzazione delle partecipazioni significativamente inferiore al loro valore teorico.
Ostacoli
Anche l'ipotesi di uno spacchettamento della holding presenta ostacoli quasi insormontabili. Alcune partecipazioni non possono infatti essere distribuite direttamente ai soci. In tal caso gli azionisti verrebbero considerati soggetti che agiscono in concerto. Per EssilorLuxottica scatterebbe l'obbligo di Opa, mentre per Banca Monte dei Paschi di Siena e Assicurazioni Generali sarebbero necessarie autorizzazioni preventive della Banca Centrale Europea e Ivass, di fatto molto difficili da ottenere. L'unica partecipazione teoricamente distribuibile sarebbe quella in UniCredit.
L’unica speranza è che allo stallo attuale non si generi un caos ancora superiore perché le soluzioni restano pochissime e lo svantaggio per i soci di Delfin in termini di perdita del valore del valore saranno inevitabili. Basta guardare la quotazione di EssiLux per comprendere quanto lo scontro all’interno della dinastia stia pesando. Da inizio anno il titolo ha perso, nonostante risultati eccellenti, il 34,6 per cento e nell’ultima settimana oltre il 7 per cento.
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