Ascopiave resta ai minimi in Borsa: «Così aggregazioni più difficili»

Dai massimi di inizio marzo il titolo ha perso quasi il 30% di capitalizzazione. L’allarme di Francesco De Bettin, presidente della Camera di Commercio: «Una simile discesa allontana un eventuale progetto di campione veneto»

Roberta Paolini
La sede di Ascopiave
La sede di Ascopiave

Quasi il 30% del valore perso in meno di sei mesi. La discesa in Borsa di Ascopiave, iniziata dopo il massimo di 3,95 euro raggiunto il 27 febbraio e proseguita fino agli attuali 2,80 euro, comincia a preoccupare il territorio. Non tanto per i conti del gruppo di Pieve di Soligo, che non mostrano segnali di sofferenza, quanto per gli effetti che una prolungata debolezza potrebbe produrre sulle strategie future di una delle maggiori società quotate del Nordest.

«Dal 27 febbraio, apparentemente senza motivi riconducibili al conto economico o a notizie negative per gli investitori, Ascopiave ha perso circa 300 milioni di capitalizzazione. Non è poco per un territorio come il nostro», osserva Francesco De Bettin, presidente della Camera di commercio di Treviso-Belluno. Il massimo di febbraio valorizzava il gruppo oltre 920 milioni, rispetto ai 656 attuali.

La correzione coincide con la transizione al vertice, culminata il 3 giugno nel passaggio dalla gestione di Nicola Cecconato, per quasi nove anni presidente e ad, al nuovo assetto guidato dal presidente Gianni Zoppas e dall’ad Stefano Faè.

Cecconato era considerato il garante del piano industriale al 2029, costruito sulla crescita nella distribuzione del gas, l’integrazione delle reti acquisite da A2A e gli investimenti nelle rinnovabili. E anche se al vertice è arrivato un manager internazionale come Zoppas, il mercato pare non aver digerito il modo in cui il passaggio si è concretizzato.

I primi segnali risalgano a marzo, quando Kepler Cheuvreux aveva ridotto la raccomandazione da “Buy” a “Hold”, a causa del rischio che il cambio di management potesse incidere sull’esecuzione di un piano appena aggiornato. Ad alimentare il clima di incertezza ha contribuito anche la bocciatura, da parte dell’assemblea dei soci, della politica di remunerazione del 2026, voto che ha segnalato un attrito tra la base azionaria, nella quale Asco Holding controlla il 52,6%, e la gestione sulla materia retributiva.

I risultati del primo semestre, tuttavia, restituiscono un quadro più articolato. I ricavi sono saliti a 149 milioni, con un incremento del 38%. Il margine operativo lordo contabile è sceso da 77,6 a 71,8 milioni, il risultato operativo da 53,2 a 32,4 milioni e l’utile netto da 65,1 a 14,5 milioni.

Il confronto è però condizionato dalle componenti straordinarie che avevano sostenuto il 2025, tra plusvalenze, dividendi e conguagli tariffari. Depurati questi effetti, l’Ebitda rettificato è cresciuto del 67% a 74,4 milioni, l’utile netto dell’82% a 16,4 milioni. Il gruppo ha confermato per l’intero esercizio l’attesa di ricavi e marginalità in miglioramento rispetto al 2025, al netto delle poste non ricorrenti.

Il punto più delicato è la struttura finanziaria. La posizione finanziaria netta è salita a 652 milioni, dai 589 milioni del giugno 2025, riflesso della stagione di acquisizioni e investimenti con la quale Ascopiave ha portato il proprio perimetro a 504 Comuni, oltre 22.200 chilometri di rete e circa 1,5 milioni di utenti. È su questo equilibrio — crescita, debito e remunerazione dei soci — che il mercato misurerà il tandem Zoppas-Faè.

Il dividendo di 0,16 euro per azione è stato confermato, ma la sostenibilità negli esercizi futuri dipenderà dalla capacità di integrare le reti acquisite e mantenere la redditività delle concessioni.

Per De Bettin la questione supera però il perimetro strettamente borsistico. «Ascopiave è una grande società quotata, un riferimento e un valore per il territorio. In prospettiva potrebbe partecipare, insieme ad altre multiutility del Veneto, a un disegno per la creazione di un campione del Nordest. Perdere così tanto di capitalizzazione non è un buon auspicio per un progetto di questo tipo».

La struttura proprietaria rende poco realistico immaginare un’offerta ostile capace di arrivare al controllo senza il consenso di Asco Holding. Una valutazione più bassa, tuttavia, avrebbe un peso in eventuali operazioni concordate di aggregazione o scambio azionario, perché ridurrebbe il valore relativo di Ascopiave e quindi la sua capacità di determinare gli equilibri di governo del nuovo soggetto.

«Se si costruisse qualcosa di più grande con il consenso di tutti, meno vale una società e più difficile diventa avere un ruolo determinante nel governo dell’aggregazione», dice De Bettin. «Come Camera di commercio non possiamo intervenire, ma possiamo considerare questa perdita di valore un elemento sensibile in un quadro economico nel quale, come rileva anche la Banca d’Italia, il territorio non sta male, ma non si trova più nelle condizioni di cinque anni fa».

La sfida per i nuovi vertici è duplice: dimostrare che la discontinuità nella governance non modifica la traiettoria industriale e convincere il mercato che la crescita finanziata attraverso il debito continuerà a produrre valore.

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