La scalata al Leone nel mirino dei pm: «Generali strategiche fin dall’inizio»

Secondo gli investigatori il vero obiettivo del presunto asse Delfin-Caltagirone-Mps non era Mediobanca, ma il controllo del gruppo triestino 

Giorgio Barbieri

«Gli azionisti del Monte dei Paschi di Siena non sono interessati ad una Mediobanca senza Generali». «A nessuno fregherebbe nulla di Mediobanca una volta che ha mollato le Generali». Il senso dell’inchiesta della Procura di Milano sul risiko bancario è probabilmente riassunto in queste due brevi frasi, la prima pronunciata da Francesco Gaetano Caltagirone e la seconda da Alessandro Melzi d’Eril, l’amministratore delegato di Piazzetta Cuccia post scalata. Entrambi sembrano così confermare come il Leone di Trieste sia il vero obiettivo della scalata del Monte dei Paschi su Mediobanca. La compagnia triestina Generali emerge dunque come fulcro strategico delle ricostruzioni degli inquirenti. È proprio il Leone - più ancora della conquista di Piazzetta Cuccia - ad apparire come l’obiettivo ultimo del presunto disegno unitario contestato ai tre indagati: Caltagirone, il presidente di EssilorLuxottica e Delfin Francesco Milleri e l’amministratore delegato di Rocca Salimbeni Luigi Lovaglio.

Un passaggio dell’atto di perquisizione firmato dai pm chiarisce il punto: «Generali è strategica fin dall’inizio». La frase, pronunciata da Lovaglio in un dialogo con Caltagirone, diventa la chiave di lettura delle mosse contestate ai tre indagati. Secondo i magistrati, le dichiarazioni pubbliche dell’amministratore delegato di Mps, spesso di segno opposto, sarebbero state quindi «un espediente» per non rendere evidente l’allineamento con Delfin e con il gruppo Caltagirone, entrambi - sostengono i pm - orientati fin dal 2019 a ottenere «il controllo su Assicurazioni Generali».

Il legame tra il controllo di Mediobanca e la presa su Generali emerge anche da una intercettazione del 23 aprile 2025 tra due dirigenti di Banca Akros richiamata nel decreto: «I due alla fine si ritroveranno a controllare Mediobanca. Controllando Mediobanca, di fatto, controllano la partecipazione che ha in Generali. Questa è l’operazione, non ce n’è un’altra». Il contesto è quello dell’Ops annunciata da Mediobanca il 28 aprile, che prevedeva uno scambio della propria quota in Generali con azioni Banca Generali. Una mossa che per Lovaglio e Caltagirone appare, nelle conversazioni riportate dagli investigatori, come «una difesa teorica», destinata a non avere seguito perché «contro gli interessi degli azionisti Generali». Proprio sulla natura strategica della partecipazione nel Leone, Lovaglio spiega a Caltagirone la necessità di non dichiararla apertamente: «Se noi avessimo detto fin dall’inizio - come è vero - che Generali è strategica, lui avrebbe detto: “ah, Lovaglio ha detto che è strategica, adesso io lo frego”».

Il progetto, secondo la ricostruzione accusatoria, si sarebbe quindi articolato in più fasi. La prima, l’Ops su Mediobanca. La seconda, evocata dagli stessi interlocutori in un dialogo del 18 aprile, dopo l’assemblea del Leone nella quale Caltagirone prevedeva di ottenere tre posti di minoranza. I magistrati parlano quindi di un «medesimo disegno criminoso» volto ad alterare l’andamento del titolo Mediobanca, attraverso accordi non comunicati al mercato, acquisti coordinati di azioni Mediobanca e Generali, superamenti congiunti delle soglie autorizzate dalla Bce e voti concordati nelle assemblee. Tutto ciò in vista di un vantaggio decisivo: il controllo della principale partecipazione di Piazzetta Cuccia, cioè Generali.

Gli atti comprendono anche riferimenti al ruolo del Mef e al collocamento accelerato del 15% di Mps nel novembre 2024, pacchetto acquisito da Delfin, dal gruppo Caltagirone, da Banco Bpm e da Anima. La scelta di affidare il ruolo di bookrunner unico a Banca Akros viene definita dai pm «non spiegabile se non nel senso di voler pilotare l’attività di dismissione», considerata l’esperienza limitata dell’intermediario e la prassi precedente che vedeva il Tesoro appoggiarsi a un pool di banche internazionali. Nella stessa cornice rientrano i riferimenti al voto contrario di Blackrock all’Opas di Mps su Mediobanca: Lovaglio parla a Caltagirone di «un bidone», sostenendo che il ministro dell’Economia avrebbe scritto al Ceo del fondo per sollecitarne l’adesione.

Un altro elemento chiave, per i magistrati, è ciò che accade nella cabina di regia della banca senese. In primis le dimissioni il 18 dicembre 2024 di cinque consiglieri indipendenti precedentemente eletti nella lista del Mef. Successivamente quanto dichiarato dai consiglieri alla Consob: ossia che in tre casi le dimissioni sono state imposte o richieste dal ministero e in un caso dal deputato leghista Alberto Bagnai. Altri due consiglieri dimissionari sostengono - «poco credibilmente» secondo i pm vista «la contemporaneità delle dimissioni» - di aver deciso in maniera autonoma di andarsene. Sta di fatto che nel board entrano subito nomi legati ai nuovi soci forti. La ricostruzione degli inquirenti converge quindi su un punto preciso: il presunto asse tra Delfin, il gruppo Caltagirone e Lovaglio con l’obiettivo di puntare al controllo di Mediobanca solo come passaggio necessario per conquistare Generali. Il Leone - e non Piazzetta Cuccia - resta quindi il centro di gravità dell’intera vicenda.

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