Scaroni: non illudiamoci, il petrolio durerà ancora molti anni

L’ex presidente di Eni e oggi presidente di Enel: «Il peso centrale dei combustibili fossili nel mix energetico mondiale rilancia il ruolo strategico di Paesi geopoliticamente instabili come Venezuela e Iran»

Roberta Paolini
Paolo Scaroni
Paolo Scaroni

«Il mondo si è svegliato bruscamente e ha capito che il petrolio durerà ancora molti anni. I paesi petroliferi hanno ripreso un’importanza che pensavamo perduta. Non è una buona notizia, ma è la realtà. E se non si parte dalla realtà, i problemi non si risolvono».

A leggere con realismo la frattura che attraversa il mondo sconvolto da instabilità geopolitica e fame di energia è Paolo Scaroni, tra i più esperti conoscitori dei dossier energetici e industriali, già alla guida di Eni ed Enel e oggi presidente di Enel e del Milan.

Scaroni smonta illusioni sulla rapidità della transizione, richiama i numeri della domanda globale, collega energia e geopolitica e avverte: senza elettrificazione, reti e nucleare, l’Europa rischia di pagare a lungo il prezzo della propria fragilità energetica.

Presidente Scaroni, la percezione della transizione energetica è cambiata. Prima l'impressione era che l’epoca degli idrocarburi fosse al tramonto, oggi il quadro appare diverso.

«In Europa, dopo il 2019, si è consolidata l’idea che l’uscita da carbone, petrolio e gas sarebbe stata relativamente rapida. Il Green Deal ha fissato obiettivi molto ambiziosi: stop alle auto a combustione dal 2035, riscaldamento elettrico con pompe di calore, elettrificazione dei consumi, un’intera architettura regolatoria orientata alla decarbonizzazione. Questo ha creato, in particolare in Europa, una convinzione diffusa: che l’era dei fossili fosse sostanzialmente in via di esaurimento. Il punto è che le emissioni sono un fenomeno globale e la traiettoria mondiale non è stata quella immaginata in Europa. La realtà è che mai nella storia dell’umanità si sono bruciati più petrolio, più gas e più carbone di oggi. Il consumo dei combustibili fossili è ai massimi, nonostante la crescita delle rinnovabili».

Ma il mondo ha investito molto sulle rinnovabili. Perché i combustibili fossili restano così centrali?

«Negli ultimi vent’anni si parla di circa 5 mila miliardi di dollari investiti nelle rinnovabili. La crescita c’è stata ed è rilevante. Tuttavia non è bastata a ridurre i consumi fossili perché la domanda globale di energia è aumentata a un ritmo tale da assorbire l’incremento generato delle rinnovabili. In altri termini: le rinnovabili crescono, ma non abbastanza da coprire la crescita della domanda. E va considerato un elemento aggiuntivo: siamo solo all’inizio della dinamica dei consumi legati a digitale e intelligenza artificiale. I fabbisogni elettrici dei data center e dell’elaborazione dati tenderanno a crescere in modo strutturale.»

Questa consapevolezza si intreccia con la geopolitica? Vediamo nuovi fronti di scontro che si aprono in Venezuela, in Iran. In Groenlandia sono in corso interlocuzioni non proprio distese.

«Sì. Se il petrolio resterà nel mix ancora a lungo, e la domanda globale continuerà a crescere, le aree ad alto potenziale petrolifero tornano decisive. In questo contesto è maturata, negli Stati Uniti e progressivamente nel resto del mondo, la consapevolezza che l’era degli idrocarburi è tutt’altro che finita e che petrolio e gas continueranno a svolgere un ruolo centrale ancora per molti anni. Questo mutamento di percezione ha implicazioni dirette sul piano geopolitico. Paesi come il Venezuela, che detiene le maggiori riserve petrolifere del mondo, o l’Iran, che potrebbe produrre tra i cinque e i sei milioni di barili al giorno ma oggi ne produce circa due, tornano ad avere un peso strategico enorme. Se la transizione energetica fosse davvero rapida e irreversibile, queste aree perderebbero rilevanza, ma poiché il petrolio resta centrale, diventano nodi cruciali, spesso in contesti geopoliticamente instabili».

Lei vede un aumento della complessità geopolitica rispetto al passato?

«Noi occidentali tendiamo ad avere un’attenzione selettiva: alcuni conflitti vengono percepiti come “più vicini” e quindi amplificati. Inoltre la comunicazione politica oggi è continua e produce un flusso costante di notizie. Ma il mondo ha sempre attraversato crisi. C’è però un indicatore interessante: le borse mondiali sono ai massimi. Questo suggerisce che gli investitori non stanno prezzando uno scenario di escalation globale. Se i mercati ritenessero probabile che uno dei fronti aperti potrebbe degenerate in un conflitto sistemico, non vedremmo questi livelli».

Il Green Deal europeo ha perso senso nel contesto che descrive?

«Il Green Deal nasce anche da una forte sensibilità dell’opinione pubblica. In particolare in Germania, per più legislature, i Verdi hanno rappresentato una componente decisiva delle maggioranze di governo, influenzando in modo significativo l’agenda ambientale nazionale ed europea. L’Unione Europea si è così posta obiettivi che nessun’altra area del mondo ha nemmeno immaginato, con una certa presunzione di fungere da modello globale. Tuttavia, l’Europa è responsabile solo del 6% delle emissioni mondiali, e si è trovata a penalizzare la propria industria senza che il restante 94% del mondo seguisse la stessa strada. Oggi è in corso un ripensamento generale, sia nei singoli Paesi sia a livello comunitario, ma fare marcia indietro non è semplice. Alcuni obiettivi, come il divieto di vendita delle auto a combustione dal 2035, sono stati di fatto ridimensionati, ma il danno industriale è già stato fatto. Il problema non è l’intento, che era positivo, ma l’eccesso di ambizione rispetto ai tempi reali di trasformazione. Spingersi troppo avanti rispetto alla capacità di reazione di imprese e cittadini rischia di produrre l’effetto opposto».

Il nodo tecnico è l’elettrificazione.

«La decarbonizzazione passa necessariamente dall’elettrificazione, perché le rinnovabili producono energia elettrica. Oggi, però, l’elettricità è circa il 20% dei consumi energetici complessivi: l’80% è ancora coperto da gas, petrolio e altre fonti. Questo significa che bisogna trasferire quote crescenti di consumi verso l’elettricità, e ciò richiede reti, accumuli, investimenti e tempo. È un processo strutturalmente lungo».

La Cina è in posizione di vantaggio in questo senso. Perché?

«La Cina rappresenta il caso più avanzato: ha elettrificato circa il 30% della propria economia e continua a spingere in questa direzione. Lo fa non tanto per ragioni ambientali, ma soprattutto strategiche. Il Paese importa circa 8 milioni di barili di petrolio al giorno e ha compreso che l’indipendenza politica passa dall’indipendenza energetica. Per questo investe massicciamente nelle rinnovabili, nel nucleare e, allo stesso tempo, continua a costruire centrali a carbone, aumentando la produzione di elettricità e riducendo la dipendenza dalle importazioni di petrolio. Ridurre questa dipendenza significa aumentare l’autonomia geopolitica».

Quanto incide ancora la crisi ucraina sulla sicurezza energetica europea?

«Incide in modo diretto. Dopo l’invasione e le sanzioni, l’Europa paga il gas a prezzi due-tre volte superiori a quelli degli Stati Uniti. Questo pesa sui settori energivori e sulla chimica, dove il gas è materia prima. In queste condizioni diventa più difficile attrarre investimenti industriali. Per questo sarebbe importante che il conflitto si chiudesse: per ragioni umanitarie e anche per la competitività europea».

L’Europa è strutturalmente più vulnerabile di Stati Uniti e Cina?

«Gli Stati Uniti sono energeticamente autosufficienti e la Cina sta riducendo la dipendenza attraverso elettrificazione e investimenti. L’Europa, invece, ha trascurato per decenni i due pilastri dell’indipendenza politica: la capacità autonoma di difesa e l’indipendenza energetica. Ora sta cercando di colmare il gap, ma non si recupera in poco tempo».

Serve un piano nucleare europeo?

«Io penso di sì. Le rinnovabili sono necessarie e oggi sono competitive senza incentivi, ma servono autorizzazioni e reti. Tuttavia non credo che bastino da sole: un sistema elettrico decarbonizzato e stabile richiede anche una componente programmabile. Il nucleare è una delle opzioni. Il problema è che il nucleare richiede tempi lunghi e consenso sociale. Non si può annunciare una strategia e poi trovarsi opposizioni territoriali che bloccano tutto. È un tema europeo, non solo italiano: basti vedere la Germania, che ha spento centrali nucleari funzionanti in piena crisi energetica».

E l’Europa può permettersi lo sforzo di investimento necessario?

«Sulle rinnovabili e sugli stoccaggi con batterie gli i investimenti privati sono già remunerativi. Sul nucleare sarebbe importante standardizzare tecnologia e progetti, evitando di ripartire ogni volta da zero. Si discute anche di piccoli reattori modulari: se fossero standardizzati, i costi potrebbero scendere. Ma resta un punto fermo: parliamo di decenni, non di mesi». —

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