Il figlio del fondatore di Luxottica ospite in tv: «Tutto più complesso per le differenze di età»

Leonardo Maria Del Vecchio sui fratelli: «In tre bloccano l’accordo»

Giorgio Barbieri

 

L’improvvisa apparizione televisiva di Leonardo Maria Del Vecchio riaccende lo scontro sull’eredità miliardaria lasciata dal fondatore di Luxottica. Il manager è infatti intervenuto giovedì sera a Otto e mezzo su La7 e, senza tanti giri di parole, ha voluto mettere in chiaro che lo stallo nella successione è dovuto essenzialmente a una scelta di metodo e di responsabilità: «Io ho accettato l’eredità di mio padre in maniera nuda e cruda. Bisogna chiederlo agli altri che hanno chiesto il beneficio d’inventario perché non ci siamo messi d’accordo».

Il riferimento è a tre dei suoi fratelli, Luca, Clemente e Paola, cioè gli eredi che hanno accettato con beneficio di inventario la successione (uno strumento legale che protegge i beneficiari dai debiti nascosti dell'eredità). Una linea netta, con cui l’erede del fondatore di Luxottica chiarisce perché, a distanza di tempo, la partita non sia ancora chiusa.

Il confronto tra gli eredi, ha spiegato, non è paragonabile ad altre grandi successioni italiane spesso citate come esempio.

«Quella di Berlusconi è stata una successione ben riuscita, ma la differenza di età e la distanza tra i nuclei familiari nel nostro caso rendono tutto più complesso», ha detto, ricordando come i rami familiari siano tre e come all’avvio del percorso il più anziano avesse settant’anni mentre il più giovane non ne aveva venti. Elementi che, a suo giudizio, spiegano le difficoltà di una mediazione che finora non ha prodotto un accordo definitivo.

Il racconto si è poi spostato sul suo percorso personale e imprenditoriale. «Sono un imprenditore che si concentra sul fare più che sul pubblicizzare ciò in cui investe», ha osservato, rivendicando risultati che spesso passano in secondo piano rispetto al gossip o alle inchieste giudiziarie che l’hanno visto coinvolto.

A 31 anni, Del Vecchio ricorda di lavorare da quando ne aveva 21, partendo da un negozio di occhiali per conoscere dall’interno tutti gli aspetti dell’azienda creata dal padre. «Penso che sarebbe contento di me, altrimenti non sarei stato scelto come manager di riferimento», ha detto.

In chiusura, il passaggio sul risiko bancario e sulla partita Mps-Mediobanca. L’operazione, ha spiegato, nasce da una visione del padre: creare un campione italiano capace di competere con i grandi gruppi europei e americani, in risposta allo strapotere delle banche straniere.

Del Vecchio ha respinto l’ipotesi di concerto, ricordando che l’indagine è in corso ma ribadendo che Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone sono investitori di lungo periodo. E ha difeso il ruolo dello Stato: salvare un’azienda e poi privatizzarla con successo, facendo fruttare i soldi dei contribuenti, «è esattamente quello che uno Stato deve fare». Una posizione che salda il passato dell’eredità con le grandi partite finanziarie ancora aperte.

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