«L’energia nucleare è una chance industriale e l’Italia è avanti»
L’amministratrice delegata di Ansaldo Nucleare Daniela Gentile: «Una settantina di aziende di cui otto nel Nord Est già all’opera in una filiera da 500 milioni di ricavi»

Punto primo: l’Italia non è affatto indietro nell’industria nucleare intesa come filiera produttiva, e su questo piano può sfruttare le competenze di un sistema manifatturiero specializzato e molto articolato sul piano territoriale. Punto secondo: i piccoli reattori nucleari (gli Small Modular Reactor, Smr) rappresentano una soluzione tecnologica con cui il Paese può finalmente trovare una fonte energetica sicura, decarbonizzata e soprattutto a basso costo, perché ciascuno di questi reattori entro il 2035 sarà in grado di alimentare comprensori manifatturieri grandi come i distretti del Nord Est. Su queste due convinzioni Daniela Gentile, amministratrice delegata di Ansaldo Nucleare, parte del gruppo genovese specializzato in centrali elettriche e turbine controllato da Cdp Equity, impernia un ragionamento che guarda al futuro dell’energia in Italia. Un tema che incrocia la questione dei costi della bolletta energetica, altissimi in Italia, con quella della sostenibilità ambientale.
Dottoressa Gentile, su cosa basa l’idea che in Italia l’industria nucleare esista già?
«Perché noi di Ansaldo l’abbiamo censita con uno studio ad hoc. Nel nostro Paese ci sono almeno 70 imprese, ma secondo me è una stima per difetto, che già lavorano per il nucleare, evidentemente al servizio delle centrali esistenti oppure in costruzione all’estero. Parliamo di impianti di forgiatura, di fonderie, di industrie costruttrici di valvole o di tubazioni, di imprese specializzate in costruzioni elettriche. Abbiamo abbandonato il nucleare con il referendum del 1987, eppure l’industria ha continuato a operare sotto traccia, quasi silente, raggiungendo livelli di competenza e di qualità molto alti e riconosciuti a livello internazionale».
Dove si trovano queste imprese?
«Per quanto riguarda il Nord Est, sei in Veneto e due in Friuli Venezia Giulia. E poi 24 in Lombardia, nove in Piemonte, undici in Liguria, cinque in Emilia Romagna e via enumerando. In effetti stiamo parlando di un sistema manifatturiero molto articolato che fattura intorno ai 3 miliardi all’anno, di cui mezzo miliardo già specificamente originato dal nucleare. Guardando al futuro, è un sistema che potrebbe sviluppare un business da 50 miliardi e 120 mila posti di lavoro».
Questo sviluppo sarebbe legato a un’eventuale reintroduzione nel nostro Paese dell’energia nucleare attraverso gli impianti Smr. A questo proposito il governo a ottobre ha approvato un disegno di legge delega ora assegnato alla Camera.
«C’è grande interesse sul tema. Ed è venuto il momento di parlare diffusamente di nucleare offrendo all'opinione pubblica tutti gli elementi affinché possa comprendere i motivi per i quali ritornare sulle decisioni dei due referendum del 1987 e del 2011. Teniamo presente che in Europa al momento funzionano 99 reattori nucleari adibiti alla produzione di energia elettrica. E nel nostro continente molti governi, specialmente nell’Est Europa ma non solo, stanno decidendo di potenziare le proprie centrali. In questo momento nel mondo si stanno costruendo 60 nuovi impianti nucleari, perché il tema di avere energia decarbonizzata a costi competitivi è diventato quanto mai importante. Ad esempio una discussione è in corso per il raddoppio del reattore sloveno di Krsko, in un territorio che confina con il Nord Est. Comunque in Italia non parliamo di grandi reattori. Da noi, concretamente, si tratta di riportare su dimensioni ridotte la tecnologia nucleare della cosiddetta Terza generazione Plus, che sul piano della sicurezza offre garanzie a prova di incidenti come quelli di Chernobyl prima e Fukushima poi. Ed è di questo che si deve discutere in Parlamento».
Prevedibilmente non sarà un percorso che si esaurirà in tempi brevi.
«Non lo sarà perché preliminarmente occorre ricreare il contesto necessario, in particolare sul piano regolatorio. Significa creare l’autorità che vigilerà sugli standard di sicurezza. Questo è il passaggio più importante, in grado di aprire la strada ai decreti attuativi che andranno nel dettaglio delle cose da fare. In questo contesto gli Small Modular Reactor rappresentano sicuramente un’opportunità da cogliere».
Perché?
«Il primo motivo è che rappresentano un modello di business innovativo. Ad esempio la scelta di questo tipo di impianti riduce i tempi di costruzione, consentendo il riuso dei siti di vecchie centrali a carbone. I costi si abbassano perché è possibile la costruzione in serie, spostando parte delle lavorazioni dal cantiere alla fabbrica. La produzione modulare e standardizzata ottiene l’effetto di sviluppare la filiera, ottenendo una flotta di impianti tutti uguali. E qui torniamo alla possibilità di sviluppare ulteriormente una specializzazione produttiva che nel Paese, come abbiamo documentato, già esiste. E c’è un altro aspetto: la possibilità di produrre energia elettrica ma anche calore diversifica gli utenti allargando le fonti di finanziamento e abbassandone il rischio».
Lei è convinta che al massimo nel 2035 sarete in grado di realizzare questi piccoli impianti. Su cosa basa questa convinzione? E cosa sta facendo Ansaldo Nucleare su questo fronte, che vede in campo anche altri soggetti, ad esempio Newcleo?
«Il 2035 la vedo come una data limite, per quell’anno la realizzazione in Italia di impianti a fissione raffreddati ad acqua sarà realtà. Perché la tecnologia già esiste e a livello di prototipi Stati Uniti e Canada si trovano alla fase attuativa con aziende come General Electric. Per quanto riguarda Ansaldo Nucleare, nel maggio scorso abbiamo formalizzato con Enel e Leonardo la costituzione della società Nuclitalia, che si occupa dello studio di tecnologie nucleari di nuova generazione. Poi a novembre abbiamo dato corso con Nuward, società del gruppo francese Edf, a un nuovo accordo sui piccoli reattori, che rafforza la collaborazione già avviata per sviluppare la nuova generazione di reattori modulari di piccola taglia».
Concretamente con piccola taglia cosa intendiamo? Per alimentare quali e quante industrie, per esempio?
«Un impianto nucleare di Terza generazione Plus produce 1.000 megawatt. Nei prossimi anni potremo costruire Smr da 300 Megawatt, sufficienti ad fornire elettricità e calore a un intero distretto produttivo, alimentando anche il processo di creazione dell’idrogeno, altra tecnologia energetica in fase di sviluppo».
Sappiamo che gli imprenditori non aspettano altro, specie quelli a capo di industrie energivore, quindi particolarmente sensibili al problema degli alti costi energetici.
«Non solo come utilizzatori, ma anche come finanziatori e, torniamo al ragionamento di prima, in qualità di componenti della filiera. Il presidente di Federacciai Antonio Gozzi ha detto più volte che aspetta di sapere come le aziende possono essere concretamente parte dei progetti sul nucleare di nuova generazione».
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