Raffaele Boscaini: «Possiamo restare locomotiva d’Italia. Ecco cosa serve»
Il presidente di Confindustria Veneto: «L’allarme non diventi un lamento. Bisogna aiutare le aziende a strutturarsi e agganciare i fondi all’innovazione»

Rilancio dell’export, sostegno alle Pmi, pianificazione dei fondi agganciata a innovazione e occupazione. Il presidente di Confindustria Veneto, Raffaele Boscaini, scandisce le priorità per il 2026 con un obiettivo: rivitalizzare la locomotiva del Nord Est e far sì che l’allarme lanciato da più parti sulle difficoltà vissute dal sistema imprenditoriale regionale non si trasformi in lamento. «Il Veneto ha tutte le carte per continuare a trainare il Paese, ma nulla è garantito. La competitività dev’essere una scelta quotidiana».
Che 2026 sarà per le imprese venete?
«La locomotiva veneta mostra segnali di stanchezza: la crescita del Pil è prevista all’1%, l’export segna una contrazione, la manifattura è in calo. L’incertezza che ci portiamo avanti da mesi, con i dazi, i conflitti e l’instabilità internazionale, porta incertezza anche alle imprese rispetto agli investimenti e al loro futuro. Le Pmi ne soffrono di più rispetto alle aziende più strutturate. Devono essere messe in atto azioni per sostenere queste imprese».
I principali dati li ha già citati. Secondo la Cgia di Mestre, nel 2026 la regione passerà all’Emilia Romagna il testimone di traino dello sviluppo del Paese. Che segnale è?
«Un segnale di allarme, ma non vorrei che diventasse un lamento. Il lamento fa poco strada, mentre l’allarme indica una necessità di reazione. L’export può essere rilanciato, si può fare una programmazione nuova dei fondi europei, si può intervenire sulle necessità delle imprese dal tema dell’energia a quello delle infrastrutture, passando per il capitale umano e l’attrattività dei nostri territori».
Partiamo dall’export. Come si rilancia?
«Possono essere efficaci strumenti pubblici mirati, più rapidi, perché si possa avere una presenza all’estero con meno intermediazione. Bisogna aiutare le imprese a costruire una cultura dell’export che non sia fatta solo di vendite all’estero, ma di prodotto, filiera e servizio. Si deve costruire una base che poi possa essere continuativa».
Il 2025 è stato scandito da annunci e contro annunci sui dazi. Quanto ha pesato nel complesso l’instabilità sui progetti e gli investimenti delle nostre aziende?
«È ancora presto per valutare gli effetti sulle vendite negli Stati Uniti e in Nord America, perché la pipeline è abbastanza lunga, ma c’è un effetto indotto che ha che fare con la fiducia, gli investimenti, i rinvii e una certa prudenza. Non siamo arrivati ancora a cancellare o abbandonare interi mercati, ma c’è molta incertezza sui mercati di sbocco. Gli investimenti si sono orientati più alla resilienza e alla diversificazione: bisogna strutturare le aziende più piccole in modo che si abituino a un mercato di sbocco più ampio e non siano solo orientate a pochi mercati sicuri, perché tali non sono più».
Che ruolo ha in questo l’Europa? Nei mesi scorsi Confindustria Veneto è stato molto critica sulla nuova programmazione dei fondi europei, che avrebbe perso il legame con il tessuto produttivo locale.
«L’Europa resta fondamentale ma è distante dalle imprese e dall’economia reale. La programmazione dei fondi è molto burocratica, ha poco dei ritmi industriali. Serve una politica industriale europea fatta bene, poi declinata a livello nazionale e regionale, e serve che i fondi siano agganciati a chi produce, chi innova e chi crea occupazione. Per creare vera ricchezza e non solamente incentivi e fondi a pioggia ci vogliono fondi strutturati bene nelle filiere, nelle produzioni e nell’innovazione».
Tornando ai territori, in Veneto si è chiusa l’era Zaia con l’elezione di Alberto Stefani. Lei ha chiesto un cambio di passo: in che direzione?
«Ho chiesto una visione di sviluppo, non solo di gestione, e l’ascolto delle imprese e mi pare che le prime mosse della nuova amministrazione vadano in questa direzione con l’ufficio per la sburocratizzazione e tempi decisionali più rapidi. Diamo fiducia al nostro presidente e alla sua nuova squadra, con l’auspicio che anche la minoranza scelga un confronto costruttivo e non oppositivo. Sviluppo, lavoro e impresa non hanno colore politico. Vorremmo che le politiche regionali fossero una leva per la competitività e lo sviluppo, non solo politiche regolatorie».
Tra le priorità ha indicato le infrastrutture. Da dove si comincia?
«Sblocchiamo quello che è già progettato. La concessione dell’Autostrada del Brennero è scaduta da oltre 10 anni, presto occorrerà rinnovare quella della Brescia-Padova. Qui è chiaro ormai che c’è bisogno della quarta corsia: mettiamolo nei piani di progetto. Che si faccia in concessione o in house agli imprenditori non interessa, basta che si faccia e presto anche. Senza infrastrutture, non solo materiali ma anche digitali, si continua a perdere competitività».
C’è poi il tema costi dell’energia. Di quali interventi c’è bisogno?
«L’energia è un fattore competitivo prima ancora che ambientale. Dobbiamo trovare un mix assennato perché sia funzionale alle imprese. In questo momento il costo dell’energia è una palla al piede pesante non solo per le imprese energivore, ma anche per le altre che spesso hanno nella loro filiera imprese energivore. Bisogna accelerare su autoproduzione e rinnovabili».
Anche in Veneto c’è un problema di reperimento di manodopera. Cosa possono fare le aziende per tornare ad attrarre talenti?
«Non è più solo il salario, ma la qualità di vita e dei servizi che interessa alle nuove generazioni. Dal punto di vista formativo una migliore integrazione tra scuole, imprese e territori, attraverso le reti di imprese e gli Its, può valorizzare le competenze tecniche e professionali. Serve un intero sistema che mantenga e attragga i giovani, anche da fuori regione».
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