Piero Petrucco: «Dopo l’effetto Pnrr la spinta all’edilizia arriverà dalla casa»

Il vicepresidente di Ance: «L’Europa prepara un piano per le abitazioni sostenibili. Dobbiamo cogliere la nuova occasione affiancando risorse pubbliche e private»

Maura Delle Case

Dopo le grandi infrastrutture, la casa. Dopo i fondi pubblici, quelli privati. Così promette di evolversi lo scenario relativo al mondo delle costruzioni, prossimo a congedare il Pnrr, ormai arrivato alle battute finali, e a guardare al futuro, che parla di un nuovo piano, ancora una volta dalla regia comunitaria, stavolta dedicato all’edilizia convenzionata, antisismica, sostenibile e soprattutto “affordable”, vale a dire economicamente accessibile.

A tirare le prime somme del 2025 appena andato in archivio e delineare le prospettive che per gli anni a venire è Piero Petrucco, presidente della Federazione europea dell’industria delle costruzioni, vicepresidente di Ance con delega al Pnrr e amministratore delegato della friulana Icop, l’impresa di famiglia attiva nel microtunnelling e nell’ingegneria del sottosuolo, recentemente protagonista di un vero exploit. Un balzo reso possibile dalla quotazione in Borsa, con il titolo che in un anno e mezzo ha segnato un più 200% e con due acquisizioni – Atlantic GeoConstruction Holdings negli Usa e la bresciana Palingeo – realizzate in successione.

Petrucco, come si è chiuso il 2025 per il settore?

«Come un anno in tenuta, con le riqualificazioni residenziali in calo per effetto della fine del Superbonus, ma con le opere infrastrutturali protagoniste di una crescita del 20%, sulla spinta del Pnrr. Un piano del valore di 108 miliardi per le costruzioni, iniettati nel corso di due anni e mezzo con un effetto volano sui ricavi del settore, spinti dalla parte infrastrutturale che ha segnato un più 25% nel 2023, un più 20% nel 2024 e un altro più 20% nel 2025».

In questo 2026 il Pnrr arriva al capolinea...

«Questo sarà ancora un anno positivo: prevediamo un’ulteriore crescita intorno al 3%. Se poi allunghiamo lo sguardo, all’orizzonte si affaccia il Piano casa europeo, che ci dovremo giocare spingendo sul partenariato pubblico-privato. Una grande prima volta per l’Europa: la casa non è mai stata oggetto di provvedimenti di livello comunitario».

Com’è andata l’edilizia residenziale nel 2025?

«Abbiamo registrato una forte riduzione delle riqualificazioni, causa la fine del Superbonus, così come di nuove case, un trend che per queste ultime ci aspettiamo si confermi anche nel 2026 (vedi il calo dei permessi per costruire, ndr) e che nell’anno appena inaugurato vediamo in contrazione anche sul fronte del non residenziale, che invece è andato molto bene nei passati dodici mesi Auspichiamo invece una ripresa delle riqualificazioni, grazie alla conferma in Finanziaria dei vari bonus».

Bonus che il Governo intende però ridurre a partire dal 2027. Timori?

«Dobbiamo iniziare a ragionare sul futuro perché le risorse, al di là dei bonus, ci sono. A livello nazionale possiamo contare sul Fondo infrastrutture, che ha una dote di 80 miliardi fino al 2034, e sul Fondo investimenti dell’amministrazione centrale che ne conta altri 40. Totale: 120 miliardi».

Un altro Pnrr...

«Che incrocia il Piano casa europeo per la cosiddetta “affordable housing”, l’edilizia accessibile: licenziato il 16 dicembre dalla Commissione, ora dovrà compiere il restante iter all’interno delle istituzioni europee e parallelamente reperire le necessarie risorse. L’idea è che debbano essere messi in moto strumenti di partenariato pubblico-privato».

Cosa intende?

«Che il sistema, sia sul fronte casa che su quello delle infrastrutture, deve costruire un meccanismo per usare fondi privati. Serve un sistema di imprese più evoluto e un sistema finanziario che, con la pubblica amministrazione, contribuisca a farlo crescere. Sarà una possibilità di evoluzione ulteriore per le imprese».

Come sono cambiate negli ultimi anni le aziende del settore?

«Sono migliorate in termini di capitalizzazione, di redditività e di dimensione. In dieci anni, dal 2013 al 2023, l’azienda media attiva nei lavori pubblici in Italia è cresciuta del 50%, arrivando nel caso delle imprese Ance a 16 milioni, per quelle non Ance a 10. Merito del mercato, ma anche dalla stretta di Basilea 3, vale a dire delle più rigorose regole per l’accesso al credito che hanno incentivato gli imprenditori a una considerazione più oculata della gestione finanziaria. Oggi abbiamo dunque aziende più solide, capitalizzate, in salute. Quelle associate ad Ance poi, più delle altre: sono mediamente imprese storiche e la longevità generalmente corrisponde a buoni risultati di bilancio».

Qual è invece lo stato di salute dell’occupazione?

«I dati in nostro possesso dicono che è in tenuta e non credo ci saranno cali. A Udine (dati cassa edile) i lavoratori medi occupati nelle costruzioni sono cresciuti dal 2021 al 2025 passando dai 4.200 ai 5.200».

Dall’Italia all’estero, quali i mercati più promettenti?

«Abbiamo buone prospettive nei Paesi nordici, dove svariati studi prevedono incrementi nell’ordine del 5%, e poi in Germania, con l’annunciato programma da 500 miliardi».

C’è molta aspettativa per la fine del conflitto in Ucraina e la successiva ricostruzione del Paese. Condivide?

«È una partita complicata, si parla di investimenti nell’ordine dei 500, 600 miliardi, ma lì c’è un sistema imprenditoriale non banale, con imprese locali forti e un’importante presenza di società turche, che renderanno la competizione sul prezzo molto ardua. Detto questo, se sulle grandi opere la vedo dura, ritengo ci siano significativi spazi di nicchia, come quelli nel campo del recupero e del restauro dove l’Italia è fortissima. Le occasioni ci saranno, ma bisognerà coglierle con accortezza, muoversi in joint venture con le imprese locali. E farsi accompagnare dal governo. Da soli il rischio è di prendersi sonore legnate».

La vostra Icop archivia un anno con ben due acquisizioni. Una negli Usa e una in Italia. Come cambiano il profilo del gruppo in termini operativi e di risultati economici?

«Oggi possiamo contare su quattro filoni di attività che vanno dalle opere di ingegnerizzazione e microtunnelling di cui si occupa Icop alle opere marittime e di manutenzione, core business dell’Impresa Taverna, passando per le fondazioni che sono ancora materia di Icop, rafforzata da Palingeo, che da domani sarà delistata da Piazza Affari e dunque al 100% di proprietà gruppo, mentre negli Stati Uniti Agh funge da piattaforma per tutte queste competenze sul mercato americano. Il fatturato pro forma del nuovo perimetro di gruppo si attesterà intorno al mezzo miliardo di euro, quanto alla redditività siamo confidenti di poter confermare una marginalità superiore a quella del settore (nel 2024 Icop ha registrato un Ebitda Margin del 21,7%, Palingeo del 22,1%, Agh del 15,5%, ndr)».

Quanto vale il portafoglio del gruppo?

«Circa 1,4 miliardi. Siamo soddisfatti di aver colto anche negli ultimi mesi la possibilità di acquisizioni di commesse interessanti, come la metropolitana di Napoli. Quanto al 2026, amplieremo a La Spezia i confini delle nostre attività in ambito marittimo, fin qui limitate a Trieste. E inizieremo a investire in modo strutturale in ricerca e sviluppo, a partire dall’esperienza molto positiva del robot Robogo avviata sempre nel porto di Trieste».

Voci di corridoio la danno come uno dei papabili alla presidenza di Ance...

«Ogni considerazione mi sembra prematura e fuori luogo. I saggi si riuniranno per la prima volta solo la prossima settimana».

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