Gaetano Marzotto: «Un grande futuro per il made in Italy»
L’industriale di Zignago Holding: «Più appeal per i nostri prodotti di eccellenza se saremo in grado di associarli alla storia e alla cultura dei territori»

«Vedo un futuro promettente per il made in Italy nonostante tutte le complessità del mondo attuale. A condizione però che, come imprenditori e come sistema Italia, siamo in grado di offrire ai consumatori di tutto il mondo non solo merci ben fatte, che sono le nostre specialità in vari campi, ma l’esperienza della Italian Way of Life associata a quei prodotti». Gaetano Marzotto, negli uffici della sua holding di partecipazioni Ga.Ma in via Durini a Milano, traccia con cognizione di causa quello che a suo avviso è il futuro del made in Italy.
Perché, insieme ai fratelli Stefano, Nicolò e Luca, controlla attraverso Zignago Holding il gruppo Zignago Vetro, Herita Marzotto Wine Estates (le ex Cantine Santa Margherita), Zignago Power e ha una partecipazione del 10% nel gruppo tedesco di abbigliamento Hugo Boss.
Dottor Marzotto, è un’evoluzione del concetto di made in Italy?
«Sul piano produttivo il nostro Paese è fatto di distretti, che nel tempo hanno espresso abilità riconosciute a livello internazionale: il vino, il tessile, l’abbigliamento, le calzature, i gioielli, la meccanica e via enumerando. Oggi si tratta di fare un passo in più. Si tratta di completare e arricchire il made in Italy come l’abbiamo inteso finora con la ricchezza del nostro stile di vita, frutto della ricchezza culturale dei nostri territori».
E come si fa?
«Le potenzialità sono enormi. L’Italia potrebbe trasformarsi nella Florida d’Europa. Abbiamo regioni meravigliose come Sicilia, Puglia, Campania e Calabria, per non parlare del nostro Nord Est, dove tanti dal Nord Europa potrebbero venire a trascorrere un pezzo di vita. Si pensi a modelli come il Lago di Garda così amato dai tedeschi, oppure al “Chiantishire” apprezzato dagli inglesi, perché ormai non si tratta solo di offrire prodotti, appunto, ma esperienze. Chi compra un paio di scarpe made in Italy, contemporaneamente acquista le abilità artigianali del nostro tessile abbigliamento. Che a propria volta sta dentro al nostro patrimonio culturale, guardato con ammirazione in tutto il mondo».
Il nostro Paese è pronto per questo approccio?
«È vero, ci sono tante inefficienze. Facciamo l’esempio della Sicilia. È grande dieci volte Palma di Majorca, però nell’isola spagnola le presenze sono 25 milioni all’anno, in Sicilia solo 2,5. Eppure l’isola ha bellezze meravigliose da offrire. Ecco, la Sicilia potrebbe essere trasformata in una meta del turismo residenziale per una clientela abbiente che potrebbe soggiornarvi per svariati mesi all’anno. È questa la frontiera alla quale dobbiamo puntare. Una frontiera molto promettente».
Invece sul prodotto consolidato cosa occorre fare?
«Servono in ogni caso sforzi strategici importanti. Ad esempio è fondamentale mantenere altissimo il livello di qualità, come è fondamentale, a partire dall’artigianalità di alto livello, la capacità di promuovere i prodotti a livello internazionale. Noi ad esempio per i vini Herita, la ex Vini Santa Margherita di Fossalta di Portogruaro, abbiamo portato qui a Milano in parte il marketing, le vendite e le pubbliche relazioni, perché è diventata sempre più stringente la scelta di diversificare e allargare i mercati di sbocco: i nostri vini devono arrivare, oltre che negli Stati Uniti e in Europa, anche in Canada, nei Caraibi, in Centro America, in Asia e in Australia. E in altri mercati ancora. E in questo contesto non dimentichiamo la trasformazione digitale, fondamentale per arrivare alle nuove generazioni».
Il lusso sta vivendo una fase complessa. La Cina non acquista più come un tempo.
«Il governo scoraggia i suoi cittadini a comprare lusso europeo. Potrebbe essere una fase transitoria, anche perché i cinesi adorano i nostri brand. E forse quel mercato ripartirà, magari privilegiando la moda accessibile di Zegna, Hugo Boss e Max Mara invece del lusso sfacciato e ostentato».
Il tema della sostenibilità è strategico?
«Assolutamente, sia dal punto di vista della salvaguardia ambientale ma anche considerati i costi che ha raggiunto l’energia. Noi con gli impianti di produzione a biomasse di Zignago Power soddisfiamo in particolare i fabbisogni di Zignago Vetro, che è un’industria energivora e che in quanto tale sta soffrendo, anche a livello di performance, per i costi alti dell’energia».
L’energia è un costo che penalizza l’industria italiana rispetto a quelle estere. Come si può reagire?
«Il picco c’è stato nel 2022-2023, dopo lo scoppio della guerra in Ucraina. Il prezzo dell’energia è triplicato, è stata veramente dura. E si capisce, perché per produrre vetro l’energia pesa quanto materia prima e lavoro, ciascuna voce contava per il 20% sul piano dei costi di produzione. Serve una soluzione sostanziale a questo problema: io confido nell’introduzione di piccole centrali nucleari di nuova generazione, pulite e sicure. E nel potenziamento dell’idroelettrico e nelle altre energie sostenibili come solare ed eolico».
Tutte queste voci richiedono forti investimenti?
«Sicuramente. Dal 2021 al 2025 il gruppo Zignago ha investito 490 milioni, di cui una parte importante in Herita comprando tra l’altro nel 2017 due aziende vinicole vinicole, Cà Maiol e Mesa, per poter produrre Lugana e Vermentino, due vini che vanno incontro al gusto dei consumatori specialmente giovani, che chiedono vini più leggeri».
A proposito delle complessità prima ha citato gli Stati Uniti, vostro primo mercato per il Pinot Grigio dell’Alto Adige. Quale impatto stanno avendo i dazi imposti dall’amministrazione Trump? E in futuro?
«Sui volumi di vendita per adesso non hanno avuto un grande impatto, perché nel 2025 non abbiamo alzato i prezzi, per cui il peso dell’imposta è stata assorbito per un terzo dall’azienda, per un terzo dagli importatori e per l’ultimo terzo dai distributori. Da marzo i prezzi sono destinati ad aumentare ma speriamo che il consumatore americano non rinunci alla qualità dei nostri vini, che sono upper premium e che si abbinano alla cucina mediterranea ed asiatica fusion. Ovvio che le tariffe si traducono in costi in più per i clienti finali: una bottiglia da 20 dollari è destinata a rincarare a oltre 25. Ciononostante il mercato statunitense garantisce spazi enormi di crescita per i nostri vini. Basti un confronto: noi europei beviamo in media 30-35 litri all’anno, negli Stati uniti si viaggia intorno a 10».
Sicuramente il clima di imprevedibilità scatenato dalle mosse di Trump, fra dazi, blitz dell’esercito e geopolitica, è diventato una variabile importante.
«Gli Stati Uniti sono un Paese straordinario, che ha propiziato una globalizzazione accettabile e conveniente coinvolgendo grandi Paesi come Cina e India. È sorprendente che ora spingano per il reshoring, considerato che gli americani non torneranno mai a fare gli operai, dato che in certi settori ormai sono un popolo di tecnici concentrati nei servizi ad alto valore aggiunto. La politica di Trump, che è spregiudicata, parla alle paure della gente. Un po’ come quando gli europei temevano l’idraulico polacco. Lo stesso è accaduto nel Regno Unito quando ha scelto la Brexit».
A suo avviso cosa potrebbe succedere?
«A novembre ci saranno le lezioni di mid term e avremo una prima risposta, forse l’elettorato imporrà a Trump di tenere rapporti più corretti e improntati al multilateralismo. Altrimenti gli Usa rischiano di fornire il pretesto per azioni di forza a Paesi come Russia e Cina. Però diciamo anche che, anche se le tensioni geopolitiche sono diventate pericolosissime, non possiamo giudicare gli Stati Uniti da quattro anni della loro storia. È un popolo che ha dato a tutti noi l’esempio e l’opportunità di vivere vite migliori e più libere, ho fiducia che in futuro possa imporre una sterzata alle politiche di questi mesi». —
Riproduzione riservata © il Nord Est




