Brussi: «Acciaio strategico per il sistema Paese. Bene le misure Ue»

Il presidente di Danieli: «I mercati migliori India, Usa ed Europa, in passato la Cina. Piombino e l’Ilva sono complementari, dispiaciuti per le critiche di Federacciai»

Maurizio Cescon
Alessandro Brussi, presidente di Danieli
Alessandro Brussi, presidente di Danieli

Un quadro geopolitico che resta molto instabile. I costi dell’energia superiori a quelli dei principali competitor. L’economia italiana inchiodata a una crescita dello zero virgola. Le misure europee per evitare l’invasione dell’acciaio cinese. Le partite Piombino e Ilva che incrociano le loro strade.

In questo contesto complesso il gruppo Danieli - leader nel mondo per la realizzazione di impianti siderurgici chiavi in mano - si muove solido e senza paura. Forte di un portafoglio ordini mai così importante, tra i 5 e mezzo e i 6 miliardi e mezzo, e di un carico di lavoro che darà i suoi frutti nel bilancio del 2027.

«I conti che chiuderemo a giugno 2026 - premette il presidente Alessandro Brussi - non saranno meravigliosi, né per il fatturato, né per i margini. Ma se i tasselli del puzzle andranno al loro posto, come auspichiamo, per i due esercizi successivi avremo risultati eccellenti».

Presidente Brussi, il mondo vive una stagione turbolenta, fonte di preoccupazione. Lo scenario quanto incide su una grande industria come Danieli?

«Da una parte c’è l’amministrazione Usa che sembra mettere in discussione la Nato con le pretese sulla Groenlandia, dall’altra la Russia che resta impegnata nella guerra in Ucraina. E la Cina che apparentemente sta alla finestra e non si capisce che intenzioni abbia. Tradizionalmente Danieli opera tantissimo all’estero, ma il nostro spettro di azione è molto ampio, dal Far East al Sud America, all’Australia, ci muoviamo agevolmente. Per fortuna gli ordini non mancano».

L’Italia manifatturiera che 2026 vivrà?

«Il nostro è un Paese trasformatore. Più vincoli e dazi ci sono e minori saranno le occasioni per trasformare. Se aggiungiamo che la Germania soffre perché non ha più i suoi mercati di sbocco, i conti sono presto fatti. Se si trovano accordi, se finiscono i conflitti, se i mercati tornano più aperti, per Germania e Italia le cose potranno andare meglio».

Quali sono allora oggi i mercati più promettenti e quelli che vi danno minori soddisfazioni?

«I migliori clienti attualmente sono in India, negli Stati Uniti e anche in Europa. In passato erano fortissimi Cina, il Sud Est asiatico e la Russia. Noi siamo dappertutto e possiamo diversificare».

Anche la struttura del portafoglio ordini è cambiata, vero?

«Prima avevamo commesse medio-piccole, sull’ordine dei 100-200 milioni di euro. Negli ultimi due anni abbiamo vinto appalti da 400, 500 milioni per impianti più grandi, multilinea che associano più tecnologie».

Ciò cosa significa?

«L’attuale consistenza del portafoglio ordini, di circa 6 miliardi di euro, garantisce visibilità di produzione per 3 anni e mezzo, incremento del fatturato e nel contempo gestione più complessa. Però ci consente anche di pianificare, di assorbire i costi fissi in maniera equilibrata e ottimizzare le ingegnerie. Alla fine ritengo sia un vantaggio».

I lavori più importanti saranno in Svezia, in India e negli Usa, in joint venture con Hyundai. Ma in Italia il focus è Piombino, con la partnership di Metinvest. A che punto siamo dell’iter?

«Piombino è un ordine estremamente grande, con una quota Danieli da circa 1,5 miliardi, per noi atipico per le sue dimensioni. Ci sono alcune cose in via di definizione. L’aspetto più importante da chiudere è il completamento del pool di banche che finanzieranno l’operazione, con la garanzia di Sace. Al momento il 50% degli istituti ha accettato, il 40% sta completando l’istruttoria, solo il 10% deve ancora decidere se partecipare o meno. Dentro ci sono banche italiane, ma pure francesi, tedesche, austriache e di altri Paesi europei. E anche tanti istituti più piccoli che hanno voluto essere presenti nella cordata per l’importanza che il nuovo impianto avrà per il territorio della Toscana e per l’occupazione. Ci auguriamo di chiudere la partita entro il primo trimestre dell’anno».

E poi? Altri step da superare?

«Dopo ci sarà solo una strada di formalità. Forse già in estate potranno partire le prime attività, le demolizioni dei manufatti esistenti per rendere il terreno agibile».

Negli ultimi mesi però ci sono state le critiche di Federacciai al progetto Piombino. Si è chiesto il perché?

«L’associazione ritiene che l’impianto possa incidere negativamente sul reperimento delle materie prime, ovvero del rottame di ferro. Noi e i nostri consulenti non siamo di questo parere. Negli anni ci sarà una minor richiesta di rottame, si userà il materiale preridotto. Il progetto è il più complesso che sia mai stato fatto in Italia nel nostro settore, con screening accuratissimi di analisti indipendenti».

Ma questa presa di posizione vi preoccupa?

«Non ci preoccupa, ma ci dispiace. Lo stabilimento di Piombino è utile per il sistema industriale del nostro Paese. L’Italia importa 6, 7 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. Aumentando la capacità produttiva in loco, renderemo più autonomo il nostro Paese in un settore strategico».

Qualcuno obietterà che per produrre acciaio c’è l’Ilva a Taranto.

«Ma l’Ilva è oggi ancora all’anno zero, noi con Piombino siamo almeno due anni avanti con lo sviluppo del piano. Anch’io mi auguro che l’Ilva rinasca, dopo tanto tempo, ma ci vorranno come minimo cinque anni perché tutto vada a regime. Piombino e Taranto non sono in contrasto, realizziamo prodotti che si “incrociano”, ma se tutto andrà bene vuol dire che l’Italia diventerà autosufficiente per l’acciaio».

Il notevole carico di lavoro porterà benefici anche all’occupazione?

«Se Piombino parte nei tempi previsti, penso proprio di sì. Avremo bisogno di tecnici, ingegneri, addetti ai cantieri, quindi assumeremo».

Veniamo ai conti. Il vostro anno fiscale 2025-2026 come chiuderà?

«Il bilancio al 30 giugno 2026 non sarà meraviglioso, proprio perché questo è un periodo di intenso lavoro per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. Ci sarà una riduzione di ricavi con margini più contenuti rispetto al 2025, ma i frutti di ciò che stiamo facendo adesso li raccoglieremo nel 2027».

La Borsa vi ha dato molte soddisfazioni di recente, gli azionisti saranno contenti.

«Ce lo auguriamo. I corsi borsistici sono molto positivi, in genere Piazza Affari anticipa i trend. Vediamo se ci saranno ulteriori margini di sviluppo, legati a risultati di gruppo e a prospettive del segmento».

All’interno del gruppo Danieli c’è l’acciaieria Abs. Che stagione sta vivendo il vostro polo produttivo?

«Il primo semestre del 2026 si presenta migliore rispetto allo stesso periodo del 2025. Abs però non raggiunge ancora i risultati che speravamo, anche se la tendenza è in miglioramento. Ma l’introduzione della tariffa europea Cbam (Carbon border adjustment mechanism) che impone un prezzo sul contenuto carbonico delle importazioni di beni ad alta intensità energetica e le quote di import di acciaio cinese, che l’Ue taglierà del 50%, possono essere un vantaggio competitivo per le acciaierie italiane ed europee, in particolare per Abs che produce in modo green».

Sui bilanci di Abs pesa il costo dell’energia?

«Il prezzo dell’energia è sempre un problema in Italia, il gap con i competitor persiste. Ma l’Energy release sta finalmente arrivando al punto di caduta e anche sulle quote di CO2 il governo ha agito. Sono misure che aiutano a sopravvivere, ma non possiamo gioire».

A Cargnacco però nascerà un terzo stabilimento, segno di fiducia nel futuro.

«Il cantiere sarà aperto tra qualche mese, entro la fine del 2027 il forno elettrico diventerà operativo, stiamo rispettando il cronoprogramma».

Gli investimenti del Gruppo dove mirano?

«Su ricerca e sviluppo non si sono mai fermati. E puntiamo molto sulle fonti alternative di energia, come idrogeno e piccoli reattori nucleari. Continuiamo a gestire l’azienda come un buon padre di famiglia, ogni scelta è meditata e oculata, non prendiamo rischi».

Per fare questo ci vuole una squadra affiatata. È l’eredità del compianto ingegner Gianpietro Benedetti?

«Il management di vertice è solido e ha dato dimostrazione di poter lavorare in modo positivo. Tutti sono cresciuti all’interno di Danieli e tutti hanno imparato qualcosa da Benedetti. Noi siamo davvero molto soddisfatti».

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