Del Vecchio junior sfida Milleri: «Il suo futuro dipenderà dai risultati»

Dal Forum Ambrosetti di Cernobbio, Leonardo Maria Del Vecchio parla dei prossimi passi rispetto all’amministratore delegato Francesco Milleri: «Si è creato un dualismo tra noi, quando invece al centro deve tornare Essilux»

Giorgio Barbieri
Leonardo Maria Del Vecchio a Cernobbio sul lago di Como
Leonardo Maria Del Vecchio a Cernobbio sul lago di Como

«Sulle banche Milleri non decide da solo. Altrimenti si chiamerebbe Milfin, non Delfin». Leonardo Maria Del Vecchio sceglie il palcoscenico più simbolico della finanza italiana per tornare alla carica del manager. Dopo l’esposto inviato ai revisori di Delfin, Leonardo Maria Del Vecchio sbarca a Cernobbio per rilanciare la battaglia sul futuro della holding di famiglia e di EssilorLuxottica.

Il luogo non è per niente casuale: il Forum Teha rappresenta infatti uno degli appuntamenti in cui l’establishment economico e finanziario si incontra, discute gli equilibri del Paese e decide strategie e alleanze. Leonardo Maria Del Vecchio mette in discussione la gestione del gruppo, il ruolo del consiglio della cassaforte di famiglia e anche la permanenza di Francesco Milleri alla guida di Delfin e del colosso dell’occhialeria fondato dal padre.

Il futuro del manager

Alla domanda sul futuro del manager indicato da Leonardo Del Vecchio come suo erede professionale, Leonardo Maria non offre garanzie: «Deciderà la maggioranza dei soci di Delfin a tempo debito, valutando come sempre i risultati ottenuti dai manager».

Una risposta che, dopo aver specificato che «Luxottica ad oggi ha perso il 50%», affida ogni scelta agli otto eredi, ma allontana l’idea che gli attuali equilibri siano destinati a restare immutati. Il punto di partenza resta EssilorLuxottica, indicata come la priorità rispetto alle altre partecipazioni custodite da Delfin.

«Si è creato un dualismo tra me e Milleri, quando invece al centro deve tornare EssiLux», afferma Del Vecchio. Il gruppo è «il vero investimento di Delfin, la vera legacy di nostro padre». Per questo auspica «un cambio di strategia», capace di riportare la società su un percorso di crescita di lungo periodo.

Del Vecchio prova anche a spersonalizzare lo scontro, pur lasciando aperta la questione della leadership. «Che ci siamo io e Francesco Milleri o Tizio e Caio non è importante: importanti sono le 250.000 persone che ci lavorano».

A contare, aggiunge, sarà chi saprà interpretare meglio le nuove linee industriali: protagonista della prossima fase dovrà essere «chi sarà più vicino a rispecchiare queste nuove strategie», che non potranno essere definite soltanto dagli otto eredi. «Gli azionisti non siamo solo noi otto, ma anche gli altri, che sono il 60% dell’azienda».

Il governo della cassaforte

La seconda partita riguarda Delfin e il suo Cda. Secondo Leonardo Maria Del Vecchio si è aperto «un momento nuovo», nel quale è necessario ripristinare un rapporto corretto tra azionisti e amministratori. «Bisogna dialogare tra i soci e riportare il board al suo naturale ruolo, che è quello di implementare le strategie della maggioranza dei soci», ha detto Leonardo Jr. Il messaggio è rivolto anche agli altri eredi presenti nel consiglio della holding.

«Di progetti per Delfin ce ne sono tanti, però dovrebbero essere i board members e non gli azionisti ad agire, posto che sono loro che dicono di essere al comando». Alla domanda se conservi ancora fiducia nel consiglio, Del Vecchio risponde che «c’è molta attesa». Poi formula una contestazione più diretta.

Lo scontro sull’eredità

Dopo quattro anni, sostiene, «la custodia e l’esecuzione testamentaria è tuttora mancata», nonostante il mandato a vita attribuito agli amministratori, che non devono sottoporsi al rinnovo ogni tre anni come avviene normalmente nelle altre società. Rivendica quindi di essere stato «la persona più attiva nel cercare di chiudere la successione», precisando di aver lavorato in questa direzione più che per aumentare la propria quota nella holding.

«Ero pure disposto a indebitarmi per 10 miliardi, e il resto è storia». Ora la richiesta è che i consiglieri esercitino pienamente le proprie funzioni: «Vorrei che i board members facessero i board members e che lo facessero full-time, non part-time».

Un richiamo accompagnato da quello rivolto ai revisori, invitati a «fare il loro lavoro», che secondo Del Vecchio sarebbe mancato «a livello di informative e di condivisione dei piani strategici con gli azionisti da parte del board». È proprio il consiglio di Delfin, del resto, a dover esaminare anche il risiko bancario.

La holding dovrà valutare se aderire all’Opas di Intesa Sanpaolo su Mps oppure sostenere la doppia operazione promossa da Siena su Banco Bpm e Banca Generali. Ma, sottolinea Del Vecchio, una proposta non è ancora arrivata: «Il board non ci ha ancora chiesto nulla, speriamo che lo faccia».

La scelta, assicura, dovrà essere compiuta dalla maggioranza dei soci sulla base di due criteri: «La migliore offerta economica e la migliore prospettiva per il futuro», senza trascurare «la doverosa attenzione al sistema Paese Italia». Ma le partecipazioni bancarie, precisa, rimangono investimenti finanziari.

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