La Fenice, il simbolo di una città che non muore mai

Fuoco, ceneri, rinascita sono i rischi e le sfide, e gli agguati e le truffe, di ogni giorno. Il teatro perduto di Venezia e poi rinato e ripensato è lì, come un monito e un esempio

Gianfranco Bettin

Arrivammo di corsa, pochi minuti dopo l’allarme giunto a Ca’ Farsetti. C’era un silenzio irreale: il solito, meraviglioso silenzio della Venezia di notte stravolto da quello che vedevamo, il fuoco. Divorò il teatro e anche, sembrava, la speranza di una città che, in quella fine di secolo, andava ripensandosi. Ma quella città reagì, si regalò una Fenice tutta nuova, anche tecnologicamente, sia pure volendola “com’era e dov’era”. Dalle ceneri risorse il teatro e con esso la volontà di entrare con energia e inventiva nel nuovo secolo.

Facile metafora, ma una lettura simbolica del legame tra Venezia e la Fenice vale solo da un certo punto della storia in poi. Dalle origini al ‘700 Venezia non rischia mai di morire. I roghi che subisce, veri e propri (uno dei pericoli maggiori da sempre) o di natura socio-economica, o militare, non la riducono mai “in cenere”.

La Repubblica, per quasi un millennio, supera di forza e di genio ogni crisi. È il leone alato l’animale mitico della Serenissima. È invece con la modernità che essa rischia davvero di finire “incenerita”, sotto varie dominazioni e contingenze storico-politiche, nelle diverse stagioni economiche e sociali, nei cicli ambientali sconvolti dalla rivoluzione industriale. Soprattutto, lo rischia ogni giorno, non ogni qualche decennio o secolo.

La modernità che stravolge il mondo fa di Venezia, costruita in un equilibrio con la natura sapientemente gestito, un’anomalia. La assedia, tenta di omologarla, la scuote, la sfrutta. Sono questi gli “incendi” (con tanto di piromani avventurieri e corrotti) che la minacciano quotidianamente, nel ’900 con un’intensità e a volte una violenza inaudite. Ogni giorno la Fenice/Venezia si scotta, si ustiona, a volte viene (quasi) ridotta in cenere. E ogni giorno riprende il volo.

Negli anni ’90 si prevedeva che nel 2015 avrebbe avuto 25-30 mila abitanti. Oggi sono pochi, ma sono di più. La si vorrebbe, e in parte è, obsoleta, ma ha diversi primati nell’innovazione. Ha le ferite e i guasti delle manomissioni in laguna e nell’hinterland ma ha attraversato, sopravvivendogli, il secolo della grande industria e oggi può ripensare radicalmente la sua vocazione produttiva. Sembrava, e a tanti ancora sembra, una città del passato, ma assomiglia ancor più, invece, a ciò che vorrebbero essere, nel futuro, le città più consapevolmente “smart” del pianeta.

Ma niente è scontato. Fuoco, ceneri, rinascita sono i rischi e le sfide, e gli agguati e le truffe, di ogni giorno. Il teatro perduto vent’anni fa e poi rinato e ripensato è lì come un monito e un esempio.

*articolo pubblicato sull NUova Venezia il 29 gennaio 2026 in occasione del ventennale dal rogo

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