Trieste Next, l’Europa alla sfida della guida autonoma: «Bisogna fare presto»

In Usa e Cina i robotaxi sono già realtà, qui gli ostacoli restano molti. Gli esperti: «Cambiare anche il territorio»

Fabrizio Brancoli
Un’auto a guida autonoma (Waymo)
Un’auto a guida autonoma (Waymo)

Nel 2030 – anno più, anno meno – le nostre città saranno popolate di auto guidate dall’Uomo Invisibile: passeggeri a bordo e nessuno al volante. Non le costruiranno la Toyota o la Citroën, ma grandi società di software, americane o cinesi. A quel punto la guida autonoma non avrà su di noi una suggestione da fantascienza: sarà, semplicemente, normalità.

Accadrà presto. Sui tempi, l’opinione più anticipata è quella di Guido Di Pasquale, amministratore delegato di PAVE Europe: «Le auto a guida autonoma sono in arrivo a Londra, poi le vedremo espandersi e le punte avanzate di questo processo saranno città più reattive: Monaco, Zagabria e Oslo».

Il 2031 per Andrea Condotta, direttore Public Affairs, Sustainability and Innovation Gruber Logistics e vice presidente 2Zero, il 2030 per Paola Cossu, Ad e socia di Fit Consulting.

Tre competenze alte, in una sala piena, alla Camera di Commercio, perché è innegabile che l’argomento sia sexy, come si ama dire oggi. Nessuna futurologia, il cambio è reale. Ma mentre noi lo vediamo arrivare, altrove è già acquisito. San Francisco, Shanghai e molte altre vivono già la metamorfosi.

Certo, il titolo del panel non lasciava scampo: L’Europa ha già perso la corsa alla guida autonoma? E se guardiamo a Usa e Cina, ormai ad alta densità di robotaxi, la tentazione di rispondere “sì” è forte. Lì si trasportano passeggeri reali nel traffico reale. In Europa, invece, la percezione è quella di una burocrazia pervasiva, di un eccesso di regolamentazione e di un’industria tradizionale in affanno. «Sarà fondamentale il tema dell’educazione, dell’approccio culturale», riflette Di Pasquale. Va detto che qui tutto è più difficile, perché le nostre sono città storiche, dense, con vie strette e mappe irregolari.

«L’Europa per ora può essere solo un mercato altrui, purtroppo – dice ancora Di Pasquale – ma può cambiare marcia e farsi protagonista». Il gap esiste perché in Europa il tema delle regole è più serio. «Ma bisogna far presto – spiega Condotta – perché gli investimenti sono sproporzionati: in Europa ci siamo emozionati per un recentissimo bando da 100 milioni di euro, in Cina ne hanno stanziati 600 solo per coprire il primo anno, poi aumenteranno... capite che la differenza rischia di dilatarsi». Condotta ha approfondito la guida autonoma nei camion, spiegando che il salto di qualità arriverà solo se oltre al mezzo in sé, sarà tutta la logistica ad adeguarsi: quando un autoarticolato arriverà in un interporto e dovrà compiere operazioni, burocratiche e tecniche, con meno assistenza umana (o con nessuna).

Per Paola Cossu è cruciale una domanda: come evolveranno le città? «Un veicolo autonomo è un’infrastruttura mobile e connessa: raccoglie informazioni, comunica e va dove c’è domanda. Questo modifica la pianificazione del territorio. Pensiamo a quanto spazio dedichiamo a veicoli fermi. Se domani una parte di loro non dovesse più rimanere vicino alla destinazione, potrebbe cambiare tutto». Tante domande dai ventenni. Quelli per i quali la mobilità senza conducente diventerà un assetto abituale.

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