Vittorino Andreoli a Trieste Next: «Siamo fragili, l’umano chiede comunità»
Lo psichiatra e scrittore alla platea del Miela: «L’esistere non definisce soltanto un Io, è un qualcosa che ha bisogno di un ambiente». Vera Gheno esplora la forza delle parole, ponti fra contesto e cultura

Dalla fragilità dell’essere umano alla forza delle parole, passando per il valore della conoscenza condivisa. Trieste Next, che quest’anno pone al centro le diverse forme di intelligenza e di pensiero, ha messo in fila l’uno dopo l’altro al teatro Miela due incontri con altrettanti nomi di spicco dedicandoli al rapporto tra uomo, linguaggio e capacità di comprendere il mondo. Due momenti in una giornata densa di incontri dedicati a indagare gli aspetti più diversi, dalle frontiere dei super computer agli orizzonti della medicina e al rapporto fra intelligenza artificiale e umana; per arrivare alla serata al teatro Verdi – gremito di pubblico – con “Dna, lo spettacolo che fa suonare la scienza”: sul palco la musica dei Deproducers, il filosofo evoluzionista Telmo Pievani come narratore e le immagini di Marino Capitanio.
Ma torniamo ai due incontri al Miela, dove lo psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli ha dialogato con l’editorialista dei giornali Nem Marco Panara in “Essere e pensiero”; e la sociolinguista Vera Gheno, con la rettrice di UniTs Donata Vianelli, ha affrontato il tema “Il pensiero non è solitario”.
A partire dall’esperienza maturata in psichiatria, Andreoli ha proposto una riflessione che mette al centro proprio ciò che spesso viene considerato un limite: la fragilità. «Io amo l’uomo, da quando ero piccolo ho vissuto dentro la follia. Io credo che ciò che caratterizza l’umano è proprio la fragilità di ciascuno di noi».
Una fragilità che non rappresenta solo una condizione individuale, ma anche la consapevolezza di non poter comprendere tutto. «La fragilità è il senso del limite e so che questo senso di avere dei limiti è già nel nostro cervello, con la sua struttura che permette di capire alcune cose e non altre».
Da qui una delle caratteristiche fondamentali dell’esistenza: la necessità degli altri. Concetto che Andreoli ha collegato a due parole da lui ritenute centrali: gentilezza e umiltà. «Mi piace il termine gentilezza e l’umiltà, non amo la modestia perché rappresenta chi si sente superiore a te ma “mi abbasso al tuo livello” . L’umiltà nasce dalla consapevolezza che anche chi possiede molte conoscenze non può conoscere tutto. Credo molto nell’uomo, nei suoi limiti e nella ricchezza che è il suo cervello, straordinario e al quale purtroppo a volte diamo troppo poca importanza».

In dialogo con Panara, la riflessione si è poi spostata sul significato stesso dell’essere. Per Andreoli non basta definirsi attraverso l’io o la persona: l’esistenza implica una relazione con ciò che ci circonda. «L’essere è il termine che esprime meglio l’esistere, il che presuppone un luogo dove potersi muovere, non definisce perciò solo un io, ma qualcosa che ha bisogno di un ambiente, il rapporto tra l’io e il mondo». Essere significa allora essere qui e ora, vivere un’esperienza e riconoscere che anche le situazioni più difficili possono essere attraversate. «La vita va presa in senso positivo anche quando è difficile perché racchiude l’esperienza e la possibilità che basti poco per modificare. Un sorriso, a volte». Ed ecco che il concetto di umanità non può essere separato dalla cooperazione. «Essere umano non vuol dire avere bisogno del dominio, ma vuol dire bisogno di cooperare, fare comunità con l’altro. La comunità è parte della caratteristica umana».

Un filo conduttore che ha trovato un’altra declinazione con Vera Gheno, sociolinguista e traduttrice. Gheno ha riportato il confronto sul valore delle parole e sulla loro capacità di costruire significati condivisi. «Vorrei partire da qui: a cosa servono le parole, in quanto l’essere umano è un animale sociale». La lingua non serve solo a descrivere ciò che esiste, ma permette di rendere tangibili anche concetti astratti, legando ogni espressione al contesto culturale e storico in cui è usata.
«Le parole non sono mai neutre, sono connesse tanto a contesto e cultura. Ogni parola è un gancio verso ciò che conosciamo o non conosciamo». Una riflessione che investe anche il sapere. Dalla letteratura alla storia alla programmazione informatica, Gheno ha ricordato come la produzione della conoscenza sia stata condizionata da opportunità e ruoli attribuiti a donne e uomini nel corso dei secoli. Un abbracciare luoghi e tempi, anche qui, in una riflessione che come in tutto Trieste Next pone quesiti al futuro.
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