«Ciao, sono Fefè e gioco con voi»: a Sport Business Forum la storia di De Giorgi

Il percorso del ct dell’Italvolley maschile, il regista che doveva vincere prima di tutto con la testa. L’intervista il 24 ottobre alle 17 a Gemona

Giovanni ArmaniniGiovanni Armanini

 

Ci sono campioni che sembrano nati per lo sport che hanno scelto. E altri che, prima ancora, devono convincere che quello sport possono davvero giocarlo. Ferdinando De Giorgi appartiene alla seconda categoria, quasi per sua ammissione.

A delinearne le doti è un episodio tra tanti, di quando Fefé era secondo del palleggiatore padovano Marco Meoni in nazionale, più panchina che campo. Ad un certo punto Bebeto, il ct che guidò l’Italia al trionfo nel mondiale 1998, quello della tripletta, si trova costretto a inserirlo. Lui entra e si presenta ai compagni scherzando: «Ciao, sono Ferdinando, e oggi gioco con voi». Prestazione strepitosa e vittoria azzurra.

De Giorgi è stato ed è un trascinatore in grado di parlare al cuore e alla testa della squadra, da compagno prima e da tecnico poi,

Salentino di Squinzano, classe 1961, arriva alla pallavolo per caso. Da ragazzo voleva giocare a calcio, come molti bambini della sua terra. Poi la scuola, i genitori, tre allenamenti a settimana che sembravano un compromesso ragionevole per non sottrarre troppo tempo allo studio. Doveva essere una scelta pratica. Diventa una vita intera.

La sua prima lezione, probabilmente, arriva proprio dall'altezza. De Giorgi non ha il fisico che la pallavolo sembra pretendere da un campione: circa un metro e settantotto, in un ambiente nel quale centimetri e potenza paiono una legge di natura. Lui stesso ha raccontato di aver sofferto per questa caratteristica e di essersi sentito dire, in sostanza: «bravo, sì, ma se avesse qualche centimetro in più...». La risposta è il lavoro: se non poi vincere con i centimetri, dovrai farlo con la testa.

Con Modena vince lo scudetto nel 1986-87. Poi arrivano Padova, Falconara, Montichiari e soprattutto Cuneo, dove costruisce un'altra parte fondamentale della sua carriera. In Nazionale entra nel 1987: 330 presenze con la Generazione di Fenomeni, e soprattutto, tre Mondiali: 1990, 1994 e 1998. In mezzo, l'Europeo del 1989 e quattro World League.

Davanti a lui ci sono autentici mostri sacri come Paolo Tofoli e poi Marco Meoni. Lui è per lo più il secondo, più funzionale rispetto a Fabio Vullo - un fuoriclasse assoluto - nella logica di gruppo che sia Julio Velasco che successivamente il brasiliano Bebeto fanno loro.

De Giorgi è il regista. E il regista deve capire prima. C'è un aneddoto che racconta bene il rapporto con Velasco. De Giorgi ama il gusto quasi teatrale del palleggio. Velasco chiede linearità e ogni tanto lo riprende. Lui si adegua senza rinunciare a qualche variazione sul tema. Disciplina e creatività nel compromesso tra due uomini intelligenti, leader vincenti. De Giorgi non confondere mai l'intelligenza con la libertà assoluta.

Nel 2001 comincia una nuova vita. A Cuneo diventa allenatore-giocatore. Nel 2002-03 smette definitivamente di giocare e si dedica alla panchina conoscendo anche la parte meno elegante del mestiere: essere giudicato, perdere la panchina, trovarsi a dover ricominciare.

Per De Giorgi la squadra non è solo un insieme di talenti: è una comunità. E il talento individuale va messo al servizio del gruppo. È un allenatore che chiede responsabilità, disponibilità, attenzione. Non ama gli alibi e non sembra avere molta pazienza per chi si mette al centro del gruppo senza accettarne le regole. Lo dice chiaramente: non esistono giocatori indispensabili. Anche chi ha vinto ieri può non essere più utile domani se perde la disponibilità a lavorare per la squadra. Per questo applica un principio molto anglosassone alla gestione del gruppo, alla correzione degli errori: guardare al vantaggio incrementale, al miglioramento giorno dopo giorno. Non si aspetta la perfezione. «Si vince con i difetti, non con la perfezione», è una delle sintesi più efficaci del suo pensiero.

Quando nel 2021 diventa ct deve accompagnare il ricambio generazionale di una squadra reduce dall’ennesima delusione olimpica. Lui vince subito: oro agli Europei inserendo nel momento decisivo Yuri Romanò, che viene dall’A2. Poi il Mondiale 2022 e il bis iridato nel 2025. Tutti e quattro i Mondiali vinti dall'Italia nella sua storia portano il suo nome: tre da palleggiatore, due da allenatore.

De Giorgi ha allenato in Italia, Russia e Polonia e ha raccontato quanto le esperienze all'estero lo abbiano aiutato a cambiare prospettiva. Un bagno nel gelo della Siberia diventa, nel suo racconto, un modo per ricordare quanto sia importante uscire dal proprio ambiente e mettersi alla prova.

Ha vinto tanto, ma parla di «festeggiare con sobrietà e deprimersi con coraggio». È un modo per dire che il risultato non può diventare né una droga né una condanna. E poi c'è l'ironia, che probabilmente è uno dei suoi strumenti più preziosi. «Ciao, sono Fefé, e oggi gioco con voi». In un mondo sportivo spesso gonfiato dall'ego, De Giorgi sembra aver conservato la capacità di scherzare anche su se stesso.

Non tutte le panchine sono state fortunate e non tutte le sue scelte hanno prodotto risultati. In nazionale sembra riuscire a vincere soprattutto quando parte con qualche difficoltà iniziale, come l’infortunio di Lavia all’ultimo mondiale.

La storia di De Giorgi non è quella di un allenatore infallibile. È quella di un allenatore che ha saputo trasformare gli errori in esperienza. La pallavolo chiede centimetri. Lui ha risposto diventando più intelligente. Si diceva che una generazione di fenomeni sarebbe stata irripetibile. Lui, decenni dopo, ha costruito un'altra Italia.

“Vinci, perdi, impari: le tappe di un percorso di crescita”: intervista a Ferdinando De Giorgi. Sabato 24 ottobre alle 17, Palazzo Fantoni, Gemona

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