Costi, distanze e tempo: i sacrifici quotidiani delle famiglie per lo sport dei figli
I numeri in Friuli Venezia Giulia: i genitori spendono 135 € per 130 giorni d’infanzia attiva. Il dodici per cento dei nuclei familiari sostiene economicamente la pratica dei propri figli

Il quattordici virgola cinque per cento dei genitori di Udine decide quale sport debbano praticare i figli; a Gorizia la stessa pretesa sale al 36,4%. In mezzo, nel guado che divide e al tempo stesso collega questi numeri, ci sono cose importanti, come chilometri di statali, palestre pubbliche con il fondo scheggiato, campi da calcio dove la domenica mattina la nebbia sale dai fossi prima che cominci la partita.
Sport Business Forum – l’evento promosso a Gemona dal 23 al 24 ottobre da parte di Nord Est Multimedia, il gruppo che edita anche questo giornale – è al tempo stesso un grande racconto di emozioni e memorie sportive, e l’occasione per inquadrare lo stato dell’arte dello sport in un territorio. Questo mondo è in salute, è in crisi, è “in forma”, come ci chiederemmo se si trattasse di un atleta?
Le cifre arrivano dall’Ufficio di statistica della Regione, che nel 2024 ha fotografato le abitudini dei ragazzi delle scuole secondarie, ne ha individuato le linee portanti e, nella primavera di quest’anno, le ha diffuse. È una mappa di desideri ereditati, a volte imposti, altre volte liberi.
Nel nome dei padri
I padri spingono più delle madri. Il ventiquattro virgola cinque per cento dei maschi adulti replica sul perimetro dei figli i propri vecchi movimenti, le traiettorie tese di un pallone o il sudore dentro un palazzetto. O magari il contrario, proiettando sui figli e le figlie lo sport che non si è riusciti a fare.
È in ogni caso una legacy, come va di moda dire oggi; una forma di memoria che si tramanda per via diretta e che si paga a fine mese. Il report calcola le spese delle famiglie, i soldi investiti per le iscrizioni, le scarpe con i tacchetti, gli attrezzi del mestiere di giovane atleta.
C’è un costo esatto per ogni chilometro percorso per andare a vedere i ragazzi giocare. Lo sport non è un passatempo: coinvolge il 43,6% della popolazione. Alle medie l’adesione tocca il 78%.
Le logiche
Poi la contabilità si scontra con la disponibilità geografica. Dietro le percentuali delle discipline più amate – il calcio e le arti marziali per i ragazzi, la pallavolo e la ginnastica per le ragazze – si nasconde l’offerta dei complessi dilettantistici.
Strutture che assorbono i bilanci domestici e i pomeriggi dei fine settimana. Spesso la scelta di una disciplina dipende dall’unico canestro sopravvissuto nel raggio di venti chilometri, o dalla disponibilità di un’utilitaria di familiari o amici per i turni di accompagnamento tra i paesi della pianura.
Un nonno autista, una zia che può accoglierti nelle pause tra la scuola e l’allenamento. In caso contrario l’autonomia dei ragazzi, quella rivendicata dal 77% dei giovani intervistati, si ferma dove finisce la linea del bus. O dove la nebbia si fa troppo fitta.
Quanto costa
E il costo? Centotrentacinque euro al mese. È la spesa media che una famiglia della regione dichiara di spendere per le attività dei figli. Più dei 104 euro della media nazionale. In cambio, il 57% dei ragazzi attivi si dice molto soddisfatto della propria vita. Chi resta fermo si ferma al 35%.
I dati e le emozioni
I dati mettono in fila le cifre dei biglietti per assistere agli eventi, i costi di manutenzione dei campi, i bilanci delle associazioni dilettantistiche che tengono aperti i cancelli grazie al volontariato. Questa architettura contabile definisce il perimetro dell’adolescenza.
Un mondo diviso tra chi insegue un’ambizione a ogni costo e chi si adatta alle geometrie dell’impianto più vicino a casa. Fuori dai palazzetti, mentre i fari delle auto illuminano il parcheggio ghiaioso all’ora di cena, i borsoni pesanti vengono caricati nelle bauliere. I ragazzi salgono sul sedile posteriore, si va a casa e domani si ricomincia ad allenarsi.
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