Polonara emoziona allo Sport business forum: «Ho lottato per i figli e per mia moglie. Il futuro? Allenatore»

Il cestista ha raccontato a Belluno, in un chiostro della Crepadona affollatissimo, il suo secondo tempo dopo la malattia

Alessia Forzin
Achille Polonara allo Sport business forum
Achille Polonara allo Sport business forum

 

Nel basket il secondo tempo è spesso determinante per l’esito di una partita. Per Achille Polonara assume il sapore di una rinascita.

La vita gli ha fatto attraversare una tempesta, anzi due, da cui è uscito grazie a una forza di volontà straordinaria e all’affetto della famiglia, degli amici, dei compagni di squadra, che in ospedale gli portarono la coppa di campioni d’Italia. Achille aveva scoperto da pochissimo di avere la leucemia. Anche della malattia ha parlato ieri con il nostro giornalista Nicola Cesaro, nel chiostro della Crepadona affollatissimo.

Un abbraccio a un campione, di tanti club e della nazionale, che si è ritagliato un posto nel cuore di quanti amano la pallacanestro, e lo sport in generale.

“Pupazzo 33” (il nome che ha scelto per registrarsi sui social e uno dei suoi soprannomi) ha raccontato successi e sconfitte, emozioni e soddisfazioni. Come quelle due partite con la Serbia, che sono valse alla nazionale azzurra prima la qualificazione agli Europei (il successo è stato a Belgrado, in una bolgia) e poi l’accesso ai quarti di finale di Eurobasket.

«Sono le partite che farei vedere ai miei figli», confessa Polonara.

I figli, che sono stati la sua ancora di salvezza, con la moglie Erika che gli è sempre stata accanto. Anche quando, Achille lo racconta senza vergogna, pensava di non farcela a superare la malattia. Di più: «Volevo farla finita», dice. «Ma i miei figli non avrebbero potuto accettare che papà non combattesse». E nemmeno Erika. L’unica presenza che Polonara sentiva quando era in coma.

Achille Polonara a Sport Business Forum: “Il mio secondo tempo” tra carriera e malattia

Primo tempo e secondo tempo. Il primo è stato quello del basket. Di una carriera nata grazie anche al fratello, 7 anni più vecchio, con il quale non sono mancate le sfide al campetto. «Lo lasciavo vincere, per rispetto», sorride Achille. L’esordio in serie A a Teramo nel 2009, in testa fin dalle giovanili un pensiero fisso: «Diventare giocatore professionista».

I successi con i club in mezza Europa, con Istanbul che gli è rimasta nel cuore per quella vivacità anche culturale della città.

E quanto era difficile marcare Antetokounmpo? «Quando entrava in area era un treno». Il rapporto con Poz, i compagni di squadra. «L’ultimo tiro? Lo affiderei a Gallinari. È il più forte per talento e mentalità».

Ma l’idolo vero era Pozzecco, che per quelle strane vie che prende il destino è stato suo allenatore in nazionale. Quella nazionale che poi, con Luca Banchi in panchina, gli si è stretta attorno nel momento più complicato, inserendolo nella lista dei sedici convocati sul finire dello scorso anno. “Capitano non giocatore”. Per sempre in azzurro.

È il secondo tempo di Achille. Che ha superato la tempesta e pur dovendo ancora fare controlli periodici e cure sperimentali, può guardare al futuro. Con la famiglia, gli amici, anche con il basket. «Vorrei prendere il patentino da allenatore», conclude. Le cose da insegnare di certo non gli mancano. E non solo su un campo da pallacanestro.

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