Educhiamo i giovani atleti rispettando il loro passo
Sabato l’allenatrice Claudia Mancinelli presenta a Gemona il suo libro “Oltre il talento”, riflettendo sul ruolo degli allenatori, sul peso delle aspettative familiari e sulla mentalità vincente nello sport

Claudia Mancinelli, allenatrice di ginnastica ritmica individuale, è famosa in tutto il mondo per il suo impatto sulle Olimpiadi di Parigi 2024: la sua decisa e magnetica protesta contro i giudici permise a Sofia Raffaeli di correggere il punteggio e vincere un bronzo storico per l’Italia. Prima di diventare allenatrice, ha avuto anche una carriera come attrice e ballerina. Ha scritto un libro, “Oltre il talento – Allenare i giovani atleti alle sfide dello sport e della vita” (Limina); lo presenterà allo Sport Business Forum di Gemona del Friuli, sabato alle 11,30 (ingresso gratuito, è consigliata la prenotazione a questo link). Ne pubblichiamo alcuni passaggi.
C’è una storia bellissima che voglio raccontarvi.
Per decenni si ritenne che correre un miglio in meno di quattro minuti fosse praticamente impossibile. Molti medici sostenevano addirittura che il corpo umano non fosse in grado di sopportare uno sforzo simile. E così per anni e anni nessuno superò quel record.
Poi un giorno accadde.
Era il 6 maggio 1954 quando il britannico Roger Bannister riuscì nell’impresa: corse un miglio in 3 minuti e 59, 4 secondi. Aveva abbattuto un muro invalicabile.
La cosa più sorprendente però avvenne successivamente. Dopo solo 46 giorni l’australiano John Landy lo corse in 3 minuti e 58”. E così a cascata negli anni successivi ci fu un continuo miglioramento del record. Bannister aveva abbattuto il muro dell’impossibile, ma così facendo aveva cambiato la percezione collettiva di ciò che era realizzabile. Non sono cambiati i muscoli degli atleti, è cambiata la convinzione.
La competizione è sempre contro i propri ostacoli interiori, nell’invincibile e intrepido spirito di sfidare se stessi. Nichiren Daishonin scrive: “Se un uomo ha grande forza fisica ma uno spirito debole, anche le sue molte capacità saranno inutili”. (...)
Andare allo stesso passo
Non sempre si ha la giusta consapevolezza circa l’allenatore, il cui ruolo è ancora più importante in quell’età in cui il carattere e la personalità dei ragazzi si stanno formando: allora, diventa anche un educatore, nel senso più ampio del termine, e perciò è fondamentale che abbia un’adeguata formazione. E per adeguata intendo solida non solo dal punto di vista tecnico, ma anche costruita sul rispetto dell’atleta in quanto essere umano, un aspetto imprescindibile per chi lavora con i più giovani.
L’allenatore dovrebbe essere in grado di aiutare il ragazzo a manifestare le proprie uniche capacità, cercando di farlo (in teoria) nel modo più veloce possibile. Non si tratta però di una velocità intesa in senso assoluto. Il tempo che riteniamo “giusto” per vedere miglioramenti e avanzamenti lungo il cammino di un giovane atleta non dovrebbe mai essere dettato esclusivamente dallo sport.
La velocità con cui progredire andrebbe definita considerando le possibilità e le peculiarità dell’atleta, caso per caso. Allora sta all’allenatore identificare il passo giusto, scegliere di non accelerare i tempi, rimandare magari una possibile vittoria per consolidare le basi, mantenendo una visione d’insieme ampia, che guardi oltre all’immediato presente. E tutto questo, ovviamente, va fatto proprio gestendo la componente emotiva del giovane atleta, aspettative comprese. (...)
Quando il sogno è di qualcun altro
Talvolta vedo genitori con aspettative enormi rivolte a giovani atleti che hanno una grande potenzialità, ma che si ritrovano a portare anche quel bagaglio emotivo. È un peso in più che non agevola il percorso. In alcuni casi ho visto carriere compromesse proprio da queste situazioni. Ma crea sofferenza anche all’inizio del percorso: potrei raccontare di tante ginnaste, specie nei livelli più bassi, che non si divertono davvero. Si capisce presto quando l’atleta non ha una chiara e sincera motivazione. Nella ritmica, poi, questo è abbastanza evidente, perché “far felice mamma” difficilmente è uno sprone sufficiente a farti sostenere 4 se non 5 ore di allenamenti, con tutta la fatica che ne consegue.
Una volta una bimba è venuta a dirmi: «Glielo dici tu a mamma che non mi va più? Ti prego!». (...)
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