Libri, silenzi e osterie: finisce un’altra serata
Un firmacopie, una stretta di mano, una piazza che si svuota. E poi la notte, la strada, il Tocai: la vita di un letterato errante

“Erranze furlane” Ancora un sorriso, una stretta di mano, lo scambio veloce di battute che renderà più leggero il passo.
Ho appena vergato uno scarabocchio illeggibile, l’ultimo della serata, sulla prima pagina del libro che una giovane donna tiene aperto davanti a me, con un sorriso che addolcirebbe Polifemo. Ha un sandalo slacciato e la tentazione è quella di inginocchiarmi e annodarle i vezzosi lacciuoli. Gli amici indugiano ancora un po’, progettano passaggi in osteria, prima che il tempo ci rapisca portandoci lontano. Rilancio, giuro come un Giuda che è consapevole di spergiurare, ma so bene che sarà sempre più difficile trovare il modo di fermarsi. Ho perso la sacralità del tempo. Vado macinandolo furiosamente, tanto che alla fine non mi restano che pochi chicchi, e anche quelli frantumati.
La giostra gira vorticosa, scendere è difficile. Impossibile. C’è sempre un appuntamento da rispettare, un incontro, una lezione. Una scadenza improrogabile da onorare.
Ma quando è cominciato? Provo un’invidia fortissima per chi è capace di scrivere dentro una bolla di appagante beatitudine. Io l’ho sempre fatto nelle aree di sosta della vita. Se fossi davvero uno scrittore, sarei uno scrittore da sala d’aspetto. La torre batte la mezza e l’eco metallico della campana cade sonnacchioso sulla piazza rimasta ormai quasi del tutto vuota.
Un gatto ciondola sonnacchioso, poi qualcosa risveglia la sua anima selvatica, e scompare nell’intrico di un cespuglio. Restano solo le sedie e in ultima fila una coppia di ragazzini ne approfitta per gustarsi un bacio, lungo, umido, appassionato. Li guardo distrattamente, per non farmi notare, con una certa invidia perché sono bellissimi e credono ancora che tutta quella tenerezza non avrà mai fine.
Turbini di falene impazzite frullano polvere di ali attorno alle luci del palco, dove ormai girano soltanto i tecnici e gli operai. So bene che vorrebbero già aver chiuso con la giornata arroventata da un alito che ancora scalda il lastricato della piazza. Hanno consumato tutto il pomeriggio a montare, a tirare cavi, ad avvitare bulloni, innestando circuiti a quadri elettrici grandi come quelli di un’astronave. E adesso che lo spettacolo è finito – nel breve volgere di un’ora - per almeno altre due dovranno disfare tutto, silenziosi, sudati, nemmeno fossero condannati al supplizio di Sisifo. Senza di loro non si potrebbe fare niente, penso, eppure nessuno li ringrazia mai.
Fa caldo e in lontananza, nel buio, occhieggia qualche lampo, disegnando per un attimo la sagoma di una nuvola grassa e bassa, ma so che non pioverà. Non ancora, perlomeno. L’aria è pesante, intrisa di umori, e la bava di vento che scende dai rami del grande tiglio è quasi una carezza da benedire.
Sa di miele. Non ricordo più chi fosse quell’autore - Bartolini, forse? - che descriveva benissimo questa strana solitudine che prende a fine serata chi ha appena finito di raccontare in pubblico le sue storie. Quelle che sono diventate un libro. O sono semplicemente pensieri che nascono qualche giorno prima, pochi appunti presi a margine di un taccuino, o sul sottobicchiere di una birra, per imbastire un racconto, inseguendo una delle tante ombre scivolate fuori da un antico cartolario, dal fascicolo di un archivio, da una cronaca dimenticata. Oppure da un sogno, un’utopia che scotta, sottopelle, e chiede di essere condivisa. Raccontata. Mi piace farlo. Non sarei qui, se non mi piacesse. Perché è sempre meraviglioso quando oltre il palco, nel buio, si avverte che ci sono occhi che brillano. Che ridono al momento giusto, o che trattengono il respiro, con lo stesso ritmo del mio. E’ un rapporto d’amore difficile da spiegare, perfino da razionalizzare.
La mia erranza dura da così tanti anni, ormai, che credo di conoscere i borghi più sperduti della montagna e i vicoli dei paesi della Bassa come se ci fossi cresciuto dentro.
Questo è lo spazio e il tempo al quale sento di appartenere, e non rimpiango di consumare la vita cercando di restituire le emozioni con cui mi sono nutrito a chi ha voglia di starle ad ascoltare. Sono un chierico vagante, un randagio che non trova radice né fissa dimora. “Hai fatto almeno dieci volte il giro dell’Equatore” mi ha detto l’altro giorno il mio meccanico, cercando di dare ristoro al motore spompato della mia automobile, quell’abitacolo sporco e disordinato che mi fa da tana, cuccia, biblioteca, studiolo, pensatoio. Da tanti anni ormai che ho preso a non contarli più, per non prendere paura.
Eppure ancora non mi sono abituato a questo tempo sospeso del ritorno, che si fa sempre più tardo e labirintico, quasi a rimandare all’infinito il momento in cui inserisco la chiave nella toppa e metto fine al mio vagare. A casa ormai staranno dormendo, vista l’ora. Sono diventato estraneo ai loro ritmi, alle consuetudini che amo e che vorrei condividere con loro. Immagino le “mie donne” abbandonate al sonno. Bellissime.
Mi avranno pensato, anche solo per un istante, prima di addormentarsi? E soprattutto mi avranno lasciato qualcosa di buono, sul tavolo della cucina? Che so, una crosta di formaggio, l’avanzo della pasta da raschiare sul fondo untuoso della pignatta? Guardo l’ora. Ormai non fa più differenza che rientri prima della Mezzanotte o sul fare del mattino.
Tanto vale che mi prenda il tempo, tutto il tempo che ci vuole, e lasci che sia la strada a decidere per me. E’ il momento che preferisco, quest’ultimo attraversamento nel buio. Abbasso i finestrini e chiedo alla notte di regalarmi il suo profumo. I cartelli stradali sbadigliano stanchissimi sotto il lampo dei fari. Non ci sono più luci alle finestre delle abitazioni. I luoghi in cui di giorno la vita si agita nel tempo del “fare” sono svuotati, deserti. Non so più nemmeno dove mi trovo. Mi sono perso, come sempre mi accade. L’osteria accanto alla Chiesa, quella con la porta ancora aperta, sarà la mia Itaca.
L’oste mi concede un giro di Tocai e un piatto di soppressa. Sono certo che basteranno per ricominciare a scrivere, prima che venga domani.
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