Il grigio verticale e la ragazza della pioggia

«Ogni tempesta è una storia unica e irripetibile». Intanto un'indagine si dipana. Una stanza, i suoi silenzi, e le sue ombre. Passato e presente si intrecciano

Dario Cresto Dina
Racconti d'Autore
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Il grande letto era di noce scuro. Faceva rumori che sembravano provenire dal secolo scorso. La fatica del legno. Federico aveva intrecciato le mani sulla nuca, fissava il soffitto.

“La smetterà mai di piovere secondo te?”. L’alloggio era al terzo piano di un condominio di fresca costruzione, 60 metri quadrati, sufficienti per due persone che solo occasionalmente dormivano assieme. Patrizia non rispose, restò con la testa appoggiata sullo stomaco dell’uomo, indifferente. Anche lei guardava il soffitto. Patrizia Melluci era una contadina che parlava poco. Quando la vena di Federico si inaridiva tra i due potevano instaurarsi periodi di silenzio più o meno lunghi e imbarazzanti. Se erano in auto lui scrutava con ostinazione la strada, lei sfiorava il paesaggio dal finestrino, come quando da bambina sul treno veniva rapita dai fiocchi di neve che galleggiavano nell’aria. Se si trovavano seduti al tavolino di un bar Federico giocherellava con la bustina dello zucchero, Patrizia rovistava nella borsa fingendo l’urgenza di un inventario delle cose smarrite.

Avevano la stessa età e stavano assieme da dodici anni. Si erano conosciuti subito dopo l’università, laurea in giurisprudenza per entrambi, idee ancora confuse sul futuro. Patrizia era di Isola di Grontone, poche case nella valle del fiume Taro. Un luogo apolide dove si sentono le nebbie della pianura padana e il mare della Liguria. Un luogo molto verde e molto buio dove tutto odora di pioggia. Per alcune persone, un destino.

Era il culmine dell’estate. Federico stava tornando da Roma lungo la via Francigena. Allora coltivava la passione delle vacanze lungo gli itinerari storici. Viaggiava da solo. Renault 5, cartine stradali, libri di storia e guide turistiche. Incontrò Patrizia alla mostra mercato del cavallo di Berceto. Pioveva a dirotto, naturalmente. Si ritrovarono uno di fianco all’altra sotto un tendone militare. Attesero che il rombo del temporale rallentasse prima di rompere il silenzio. Si presentarono con pudore, scambiarono parole di circostanza ma non ci misero molto a intuire quanto le loro rispettive solitudini si completassero. Tre giorni più tardi lui se ne andò. Lei rimase. Non si fecero promesse.

Federico se la ritrovò davanti cinque anni dopo, un sabato di metà maggio. Patrizia suonò alla porta della casa del Ponte delle Capre verso le 11 del mattino. Sulle spalle aveva uno zaino gigantesco che la superava di oltre mezzo metro.

“Mi fermo qui. Alla stazione meteorologica c’è uno che va in pensione, prendo il suo posto”.

“Ah, bene”.

Nient’altro. Restarono in piedi sulla soglia, immobili.

“Tu non sai parlare alle donne”.

Lo disse senza sarcasmo né rimprovero, con tono piatto. Gli voltò le spalle e se ne andò. Un grande sacco con le gambe.

Gli incontri successivi andarono meglio. Non sempre il tempo che ci lasciamo scorrere addosso è tempo sprecato. Patrizia e Federico, ciascuno per conto proprio, affidandosi soltanto a qualche amichevole telefonata notturna avevano elaborato l’immagine dell’altro, creando uno spazio comune senza porte e finestre, pavimenti e pareti. Una convivenza a distanza che si reggeva sullo stesso modo di sentire e sulle difficoltà di mischiarsi con gli altri, forse perché avvertiti come reietti.

Si misero assieme con discrezione. Patrizia si sistemò nel bilocale ammobiliato sopra gli uffici della stazione meteo. Federico lasciò la casa della madre per il condominio Cervo Bianco. Le montagne sono sempre state popolate da animali favolosi. Stambecchi barbuti, i dahu, con due zampe più corte costretti a camminare in una direzione sola, le faine che razziano le conigliere e divorano i gattini appena nati, i mazariol rossi e dispettosi, i krampus che rubano i bambini dalla culla, i lupi dagli occhi di bragia capaci di assalire gli automobilisti nelle notti di neve e luna piena. Per quasi tre anni, tanto era durato il cantiere, un cervo bianco, così giuravano i muratori, aveva seguito ogni giorno il procedere dei lavori. Come se vigilasse su una sua proprietà o sul suo passato. Non si lasciò mai avvicinare. Scomparve lo stesso giorno in cui fu smontata l’ultima impalcatura. Come risarcimento gli intitolarono il condominio. Improvvisamente Patrizia si rianimò.

“E’ una perturbazione che arriva dall’Atlantico. E’ molto robusta. L’ultima rilevazione fatta dai pluviometri ci preoccupa. Pensa che su a Cles hanno raccolto 150 millimetri di acqua nelle ultime trentasei ore, quanti di norma ne cadono in un mese e mezzo”.

“Com’è che funziona?”

“Come funziona cosa?”.

“Voglio dire…sono già dieci giorni di diluvio”.

“Non lo so, ogni tempesta è una storia unica e irripetibile”. E Patrizia voltò la testa verso di lui, ma per qualche secondo non lo riconobbe e si sentì perduta, poi distolse il pensiero e la sensazione di straniamento si dissolse. Ma il messaggio del subconscio era chiaro, doveva andare via al più presto.

“Chi è la ragazza ammazzata?” Domandò all’improvviso. Federico si sollevò dal letto e si premette una mano sulla pancia, come per spingerla indietro. Non gli sfuggì il sorriso della donna.

“Non lo sappiamo ancora. Addosso non aveva documenti e non risultano denunce di persone scomparse. Potrebbe essere una ragazza dell’est. Albanese, moldava o ucraina”.

“Una prostituta?”.

“Non credo, troppo giovane per venire quassù a fare il mestiere.. Sai, ho pensato che potrebbe essere una baby sitter. L’autopsia ha trovato sulla pelle tracce di biscotti grattugiati, quelli che si spezzano nel latte del biberon”.

Federico si era spostato davanti alla finestra.

“Vieni a vedere il fiume. Cazzo, fa paura. Qui va a finire che porta via tutto e tu te ne stai lì tranquilla. Sei o no la mia donna della pioggia?”.

Patrizia scese dal letto, raccolse i vestiti e si avvicinò alla finestra. La pioggia aveva scaraventato nel fiume la terra e il cielo, unendole in un solo grigio verticale. Le venne in mente il trattato del Laurencin, un testo stampato a Parigi nella seconda metà dell’800 che rappresentava la bibbia per chi faceva il suo lavoro. Laurencin scriveva che le rivoluzioni sono quasi sempre scoppiate sotto il sole, capace di infondere con i suoi raggi ardore e coraggio ai combattenti e che, invece, alla rovinosa battaglia di Napoleone sui campi e le colline di Waterloo contribuì non poco la giornata funestata da un’incessante pioggia a dirotto. Guardando il fiume pensò che il Laurencin aveva ragione. Sotto la finestra incombeva un’aria di sciagura imminente. Un tempo, disse Patrizia, all’inizio e alla fine di ogni ponte un cartello blu indicava il nome del fiume o del torrente che vi scorreva sotto. Oggi molti torrenti sono morti, nessuno si occupa più dei fiumi se non quando distruggono e uccidono, i loro nomi sono stati tolti dai ponti come pena accessoria.

“Ecco perché non so rispondere alla tua domanda. Nulla è più prevedibile”.

Federico le si avvicinò e le sfiorò i capelli con le labbra.

“Devo andare”.

“Mettiti gli stivali di gomma soldato e cerca il tuo assassino, io mi occuperò del mio”.

Mentre lo guardava vestire la divisa si chiese che cosa voleva dire amare una persona. Da quando aveva conosciuto Federico se l’era domandato in molte occasioni. Anche questa volta non fu capace di trovare una risposta. —

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