Prendi l'uniforme e scappa: quei furbastri dei volontari che hanno disertato i Giochi
Ma esistono anche i “professionisti” del volontariato, presenti a tutte le Olimpiadi

Il solito malcostume italico, i soliti furbastri. I commenti sono tutti di questo tenore, a proposito di un fenomeno che si dice sia piuttosto diffuso: quello degli aspiranti (si fa per dire) volontari ai Giochi, che, una volta affrontata e superata la trafila delle selezioni, hanno prima ritirato la griffatissima (Salomon) e costosissima divisa olimpica, per poi darsi alla macchia.
«Devo restituire la divisa?»
«Prelevata l’uniforme, se non posso più partecipare ai Giochi, sono obbligato a restituirla?».
Il gruppo Facebook che raccoglie i volontari, di domande di questo genere ne conta a palate. Con relativi commenti stizziti dei colleghi – certo, i più – che, al contrario, avvertono l’importanza della missione ampezzana. Per non parlare di quelli che, reclutati all’ultimo momento proprio per le famose defezioni, si sono ritrovati a dover indossare giacche o scarpe anche di tre taglie superiori alla propria, visto che le altre sono andate a ruba, pur destinate a rimanere in armadio.
Come si compone e quanto costa l’uniforme
D’altra parte, l’equipaggiamento olimpico fa gola a molti: una tuta da sci, un paio di pantaloni leggeri, un pile, un giubbottino, due maglie termiche, un paio di guanti, un berretto, lo zaino, le scarpe e la borraccia. Per un valore totale, stimano i volontari stessi, di circa 1500 euro.
E c’è chi, da esterno, queste divise già chiede di poterle acquistare.
Del resto, basta fare un salto nel magico mondo di Vinted, per imbattersi nelle tute da tedoforo, messe in vendita a non meno di 700-800 euro.
«È una vergogna» dicono i volontari duri e puri. «E chissenefrega» rispondono gli altri. In un botta e risposta che reciprocamente nemmeno si tange.
Come si diventa volontario
C’è poi da dire che la trafila per diventare volontario è lunga, ma non particolarmente complessa. Per alcuni è durata dodici mesi, per altri molto meno. La candidatura, poi la convocazione per il colloquio e infine l’audizione: una o più d’una, a seconda del ruolo. Con una corsia preferenziale riservata a chi dimostra un legame solido con il mondo dello sport e quello olimpico, in particolare; e magari dimostra di avere dimestichezza con le lingue.
L’unico fastidio per i furbetti dell’uniforme? La necessità di recarsi in loco per ritirarla.
Ma la tuta blu del volontario è un ricordo che vale bene un viaggio a Cortina. E così le defezion si sprecano. Anche perché, è giusto dirlo, chi lavora gratuitamente a questi eventi è spesso un giovane, votato alla causa, ma con ben pochi sostegni esterni.
L’alloggio a carico del volontario
Per dirne una: l’alloggio? Tutto a carico suo. Così come le spese per raggiungere Cortina. Sono gratuite solo le navette per spostarsi tra i luoghi di gara. Mentre, per quanto riguarda il vitto, viene concessa la possibilità di mangiare gratuitamente in mensa, ma soltanto se il pranzo o la cena ricade in orario di servizio.
I costi di Cortina, poi, si conoscono. E le tante rinunce dell’ultimo minuto sono senz’altro dovute anche a questo: a un comprensibile entusiasmo iniziale, che poi si è spento con il passare del tempo, al sommarsi dei tanti problemi concreti di difficile soluzione.
Accanto a volontari dal forfait dell’ultimo minuto, d’altro canto, esiste anche uno schieramento opposto.
I professionisti del volontariato
E quindi i “professionisti” dei volontariato olimpico. Giovani e meno giovani che arrivano dai quattro angoli del pianeta. E sistematicamente si muovono, Olimpiade dopo Olimpiade, per essere parte della grande squadra dei Giochi.
È gente che non bada a spese. E che certo non può contare sull’amico con casa a Cortina, o quantomeno nel Cadore, che gli presti l’appartamento come “base” per la spedizione olimpica.
Sono due volti della stessa medaglia. La medaglia dell’Olimpiade, dove l’importante è esserci. O quantomeno avere nell’armadio una bella tuta targata Milano-Cortina. —
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