Fauner, la staffetta nel fondo e quella volata entrata nella storia

Il campione olimpico a Lillehammer ‘94: «La vittoria della staffetta viene ricordata ad ogni Olimpiade, tranne che in questa edizione. Il fondo è in crisi? Alle nuove generazioni manca fame e voglia di faticare»

Antonio Simeoli
Silvio Fauner, primo a sinistra, con Fulvio Valbusa, Marco Albarello e l’altro sappadino Pietro Piller Cottrer nella reunion tra le due staffette d’oro olimpiche del 1994 e 2006 a Sappada
Silvio Fauner, primo a sinistra, con Fulvio Valbusa, Marco Albarello e l’altro sappadino Pietro Piller Cottrer nella reunion tra le due staffette d’oro olimpiche del 1994 e 2006 a Sappada

Come Germania-Italia ai Mondiali 2006 o la finale di spada alle Olimpiadi di Parigi 2024. No, di più. La vittoria della staffetta azzurra del fondo alle Olimpiadi di Lillehammer 1994 davanti a centomila norvegesi, che pensavano di avere già l’oro in tasca, è qualcosa di più. Una pietra miliare dello sport italiano.

Silvio Fauner, lei portò l’Italia in Paradiso con quella vittoria allo sprint sul mito Daehlie, quando arrivano le Olimpiadi la sua volata torna alla mente.

«È vero, sempre. Tranne che con Milano-Cortina, ma non importa. Non ci hanno invitato a portare la fiaccola, ci siamo ritrovati noi quattro martedì 3 febbraio a Sappada e abbiamo fatto festa lo stesso».

Che significato ha avuto quella vittoria?

«Abbiamo fatto come Tomba e la Compagnoni nello sci alpino hanno fatto negli stessi anni. Con Manuela Di Centa e Stefania Belmondo abbiamo invogliato centinaia di ragazzini a provare a seguire le nostre orme. Come sta facendo Sinner nel tennis. E di questo ne vado orgoglioso».

Le vittorie della staffetta e di Giorgio Di Centa a Torino 2006 sono figlie dei vostri successi?

«Sì. Siamo stati esempio, come Giorgio, Piller Cottrer o Zorzi sono stati esempio per altri sciatori».

Ora, però, è da stagioni e stagioni che lo sci nordico è tenuto in piedi più o meno solo da Federico Pellegrino nelle discipline veloci.

«Vero. Il mondo degli sport di resistenza è cambiato. Nel fondo la Norvegia continua a dettare legge, ma anche Svezia, Finlandia o Germania sono in crisi come l’Italia».

Perchè?

«Forse perché i giovani d’oggi sono portati a faticare meno, manca la voglia di emergere, manca la fame di raggiungere i risultati. Le faccio un esempio: ho lottato a suon di allenamenti e risultati per entrare nel Gruppo sportivo Carabinieri a 17 anni. Il giorno in cui sono entrato ho alzato l’asticella. Con la sicurezza economica ho cominciato nella testa a ragionare su come ottenere i migliori risultati».

Adesso?

«Ho l’impressione che spesso ci si accontenti di entrare in un gruppo sportivo per avere la certezza economica».

È una questione anche di metodi di allenamento? Manuela Di Centa dice che al Nord si fatica di più.

«Sicuramente le ore di allenamento sono diverse rispetto ai miei tempi, ma sono cambiate anche le metodologie che puntano più sulla qualità che sulla quantità. Ripeto: è la fame che manca secondo me».

Lei ha cominciato a sognare nei Camosci, storica società di Sappada: quanto è stata importante?

«Decisiva. È una società sportiva che ha appena festeggiato i 45 anni. È stata per me scuola di vita e di sport grazie a un allenatore come Eliseo Sartor, fresco novantenne, che mi ha accompagnato fino all’ingresso nei Carabinieri. Quello che sono diventato lo devo ai Camosci. Ora sono vicesindaco di Sappada e dico che, grazie a società sportive così, siamo diventati la culla degli sport invernali».

Alle Olimpiadi ci saranno Lisa Vittozzi e Davide Graz.

«Ma abbiamo anche avuto Emanuele Buzzi nella discesa oltre ai campioni del fondo o del biathlon. E poi a Giacomo Kratter hanno rubato una medaglia alle Olimpiadi di Salt Lake City nel 2002...Tutti figli delle nostre società sportive, trascinate da tecnici di valore e soprattutto volontari encomiabili»

Vittozzi e Graz: pronostici?

«Non ne faccio. Naturalmente, specie con Lisa, abbiamo tante cartucce da sparare. Non sono mai stato scaramantico da atleta, ma c’è sempre una prima volta».

Cosa vorrebbe lasciasseroqueste Olimpiadi?

«Un po’ di cultura sportiva che in Italia manca».

Cosa non le piace?

«La massa di genitori e tifosi che si sostituiscono ai commissari tecnici delle varie discipline. Spesso tecnici e dirigenti sono criticati per avere fatto scelte che erano obbligati a fare. No, questo non va».

E sul fronte infrastrutture?

«Spero non si ripetano gli errori di Torino 2006 con le piste da fondo, biathlon e bob smantellate o inutilizzate. Sarebbe una ferita che questo territorio non potrebbe accettare».

Fauner, allora la sente aria di Olimpiadi?

«Mi basta vedere i cinque cerchi su un manifesto per sentirla. Sempre, a prescindere da Milano-Cortina. Anche se ho partecipato a 4 Giochi da atleta e due da tecnico quella sensazione di aver fatto la storia non passa mai».

Al piccolo Martin, venuto al mondo da 20 giorni, un giorno come racconterà l’oro del nonno?

«Non lo racconterò. Lo porterò a sciare, lo aiuterò a innamorarsi di questa disciplina. Poi un giorno scoprirà chi erano gli eroi di Lillehammer».

Dai, confessi, quante volte pensa a quella volata di Lillehammer?

«Poco, sono fatto così. Anche da atleta: dopo ogni vittoria o medaglia guardavo già avanti e preparavo altri traguardi».

Martedì, però, a Sappada lei ha riunito Albarello, Vanzetta e De Zolt. Siete sempre in contatto?

«Sempre. Maurilio abita qui vicino, con Giorgio mi sento sempre, con Marco ancora di più: ormai siamo come fratelli legati da fatiche e successi straordinari».

Un ricordo di quella giornata a Lillehammer?

«La cerimonia di premiazione è un ricordo indelebile, eppure ne conservo un altro ancor più forte: noi quattro a Casa Italia che facciamo festa con i capelli colorati di biondo, roba innovativa per quell’epoca».

Dopo tanti anni la voce Rai del fondo non sarà Franco Bragagna.

«E non sarà la stessa cosa senza Franco, un amico».

Andrà a vedere qualche gara?

«La sprint del fondo a Cavalese con i biglietti vinti al concorso Allianz dalla mia compagna Monica. Porterò Mauro Corona che me lo chiede da anni. Il biathlon? Mah, se troverò qualche biglietto».

Sì, tra le tante cose, l’Italia spesso è anche smemorata.

 

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