I dieci motivi per cui ci siamo innamorati del curling
Le stones della Scozia, le speranze di medaglia. Il curling alle Olimpiadi ha conquistato gli italiani e ha fatto record di spettatori anche in televisione

E quindi – fino a quando non arriveranno imponenti vittorie nelle freccette o nella vela d’altura – gli italiani si sono perdutamente innamorati del curling. Non per un colpo di testa collettivo, ma perché lo stanno guardando. E parecchio. Per esempio l’8 febbraio, prima del Tg2, Italia–Gran Bretagna (nelle qualificazioni) ha fatto 3.342.000 spettatori, il 17,9%. In redazione ho seguito la semifinale di lunedì con un’ansia che non aveva niente da invidiare alle famose partite di calcio della nazionale (che poi, ’sta nazionale di pallone, perde sempre). Il fatto che decine di altri giornalisti interdetti mi guardassero come un alieno, non mi scalfisce.
Perché il curling in tv? Prima di tutto, perché possiamo vincere. Questo ci piace sempre tanto. Ma l’alto livello degli azzurri non spiega tutto. Quindi è in arrivo una poderosa analisi sociologica. In dieci punti.
Le regole sono semplici
Primo: questo sport è semplice. Dimentica le complicazioni del baseball, o l’esoterica regola del fuorigioco: qui devi solo avvicinarti al centro più degli altri. Assomiglia alle bocce che giocavamo in spiaggia da bambini, o a quelle che abbiamo visto giocare ai nonni! Due minuti e sei dentro la partita, in salotto inizi pure a fare l’esperto. Certo poi scopri che è più complesso e tattico di quanto tu pensassi; ma intanto sei coinvolto.
La partita a scacchi
Secondo: è un gioco previsionale, una partita a scacchi. Se noi facciamo questo, loro potrebbero fare quello. Ogni stone, una volta piazzata, apre scenari, ipotesi, contro-ipotesi.
Uomini e donne giocano insieme
Terzo: uomini e donne giocano insieme e, a seconda delle giornate è più bravo lui o è più brava lei. Anche nel pubblico televisivo i generi convivono.
Meritocrazia
Quarto: è meritocratico. C’è una quota di casualità, nelle carambole, ma non troppa. Chi ha giocato meglio vince.
Inclusivo
Quinto: è inclusivo fisicamente. Per giocare non devi essere scritturato dalla Marvel (anche se in effetti Amos Mosaner ha come spalle un armadio a sei ante). Servono tecnica, resistenza ma conta la testa.
La dinamica di coppia
Sesto: la specialità uomo/donna è una rappresentazione della vita di coppia. Si collabora, ci si strilla contro (più spesso lei a lui) e si sta insieme. Sembra una scena domestica. Mettila sulla destra, pulisci il pavimento, parcheggia, accelera, rallenta. Rallenta, ho detto!
Incertezza
Settimo: è incerto e ha schemi narrativi perfetti. Contempla fughe, rimonte, sorpassi, colpi di scena. Cosa vuoi di più?
Non è una maratona
Ottavo: il “misto” ha una durata giusta. Niente maratone tennistiche che devastano le giornate e, con certi fusi orari, anche le notti. Il curling ti vuole bene, ti consente di avere una vita.
Puoi anche non capirci granché
Nono: con il curling sei autorizzato a non capirci niente. Puoi seguirlo senza ansia da prestazione. Se inquadrano un campione del mondo, puoi non riconoscerlo. Non come i capitani delle nazionali di volley, che tutti, ma proprio tutti, in Italia, sanno chi sono. (O no? ).
Le stones e il granito. Come in una fiaba nordica
Decimo: è una fiaba nordica, ma accessibile a tutti. Onestamente, come puoi non amare uno sport nel quale tutti gli strumenti principali (le stones) arrivano da un’isola scozzese sperduta e disabitata, Ailsa Craig, un faro e tante rocce, tra Highlands e Irlanda? Granito speciale, il Brunello di Montalcino delle pietre. Emisferi con manico colorato, il mare, il faro, le cornamuse. Bravi lanciatori e scopettatori, ci avete conquistato. Ora cerchiamo di non perderci di vista. Tra l’altro il mio collega Nicola mi ha già proposto di andare sulle Alpi francesi nel 2030 a vedere le gare. Perché vogliamo la rivincita.
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