Il grillo De Zolt: «Il fondo è cambiato, questione di braccia e forza»
Olimpiadi Milano Cortina, la medaglia d’oro nella staffetta di Lillehammer nel ‘94: «Il biathlon ha superato il fondo: il tiro dà spettacolarità alla gara. Così è più difficile trovare dei campioni per lo sci nordico»

Quando si parla di Maurilio De Zolt è facile scomodare il termine leggenda. Perché il classe 1950 di San Pietro di Cadore effettivamente questo è stato. La medaglia d’oro nella storica staffetta di Lillehammer nel ’94 e le due d’argento nelle 50 km di Calgary ’88 e di Albertville ’92 hanno definitivamente consacrato “il grillo” tra i campioni più forti di tutti i tempi nello sci nordico.
Quelle imprese se le ricorda bene De Zolt, e in questi giorni dal clima olimpico un pizzico di nostalgia il piccolo grande uomo degli sci stretti non lo nasconde di certo. Quando è entrato in nazionale aveva già 27 anni, quando ne è uscito aveva appena spento 44 candeline. Altri tempi certo, ma la sua caparbietà e la sua forza d’animo sono ancora un esempio per tutti i giovani che si avvicinano a questo sport.
Uno sport che negli anni però è cambiato, non crede?
«Totalmente cambiato, ma in peggio. Lo sci di fondo è stato trasformato in spettacolo, andando a perdere tutto quello che aveva di bello e caratteristico. La natura, i paesaggi, la montagna ed i lunghi tracciati hanno lasciato spazio a delle sprint su percorsi ridotti, con addirittura 4 prove in un giorno. Cose che non sono belle nemmeno per un’atleta che lo pratica».
Ma così facendo il pubblico è più coinvolto.
«Non credo, non la trovo un’idea brillante. Secondo me non c’è più entusiasmo nemmeno a seguire le gare in televisione. Una volta, con le cronometro, si stava lì ad osservare i vari atleti, a vedere i tempi, adesso si guardano solo i primi o solo le parti finali di una gara».
E dal punto di vista tecnico?
«Il fondo moderno è una questione di braccia e di forza. Le tecniche sono totalmente cambiate. Ci sono percorsi con più giri da 5 km, con partenze in linea e non più a cronometro. Si è perso quel gusto di stare in mezzo alla natura, di superare asperità, il fondo non è più uno sport di montagna su percorsi tecnici. Una volta dovevi avere abilità, superare anche dossi lungo il tracciato, serviva avere un po’ di cervello oltre che le gambe».
E poi c’è il biathlon...
«Ha superato il fondo. Viene molto seguito perché ovviamente il tiro dà spettacolarità alla gara. Tanti si stanno cimentando in questa disciplina e sicuramente diventa più difficile trovare dei campioni per lo sci nordico».
Eppure ad inizio anni ’90 il nostro movimento si è fatto valere, anche grazie alle sue imprese. Quale reputa sia la sua vittoria più bella?
«Ce ne sono molte, che per una cosa o l’altra, ricordo con piacere. Metterei sicuramente i primi successi, quando avevo tante aspettative ed aspiravo sempre ad una medaglia. Un posto speciale nel mio cuore ce l’hanno il bronzo nella 15 km e l’argento nella 50 al Mondiale di Seefeld, in Austria».
Capitolo a parte per la staffetta del ’94 a Liellehammer.
«Logicamente quella è un’altra storia. Un sogno avverato, un’Olimpiade che difficilmente si potrà ripetere con un paesaggio favoloso ed un pubblico da pelle d’oca. Lì abbiamo fatto la storia».
Chi sono invece le persone che più l’hanno supportata ed aiutata nel suo percorso sportivo?
«Se non ci fosse stato Dario D’Incal non avrei ottenuto i risultati che sono riuscito a portare a casa. Lui ha insistito per farmi entrare in nazionale. Poi c’è Stelio Busin che mi ha dato un’opportunità con il corpo sportivo dei Vigili del Fuoco, che mi ha insegnato la tecnica del fondo. Devo ricordare anche Claudio Cariani, che agli inizi mi ha portato in giro con il pulmino a tutte le competizioni che ho fatto in Italia».
Veniamo a queste Olimpiadi. Come vede la formazione azzurra?
«Speriamo riescano ad ottenere buoni risultati. Ci sono molti giovani, è un buon segnale. Credo però che tutte le ambizioni di medaglia siano riposte su Pellegrino. La speranza è che dopo di lui possa crescere qualche altro campione, il fondo azzurro ne ha bisogno».
Tra le giovani promesse c’è Iris De Martin Pinter, comeliana come lei. Ha avuto modo di conoscerla?
«Con Iris non ho avuto grandi contatti. L’ho vista qualche anno fa al suo ritorno dai Mondiali Junior, quando abbiamo festeggiato la sua medaglia. Spero abbia la stessa passione e la stessa voglia che avevo io. Quest’anno sta migliorando molto, le auguro un bel risultato alle Olimpiadi».
Negli scorsi giorni ha avuto modo di portare la fiaccola. Che emozione le ha dato essere un tedoforo?
«Non è la prima volta, ma è sempre una grande emozione. Ho avuto la fortuna di accendere il braciere delle Universiadi a Belluno e di portare la fiaccola nel 2006 nello stadio di Torino. Ma essere un tedoforo a Longarone, vicino casa, è unico. Ringrazio i Vigili del Fuoco per questa possibilità, mi è sembrato di tornare indietro nel tempo e di poter partecipare ancora alle Olimpiadi».
Giochi che in Italia hanno portato con sé diverse polemiche, a partire proprio dalla scelta dei tedofori. Come si schiera?
«Sono polemiche inutili che non dovrebbero esistere, non le calcolo neanche. Siamo bravi a trovare sempre qualcosa che non va. Credo che spesso siano situazioni sgradevoli create dalle persone che si divertono ad alimentare qualsiasi tipo di polemica. Accontentare tutti è sempre difficile».
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