Olimpiadi, il lato umano delle sconfitte: Vonn, Malinin, McGrath e Vinatzer

La caduta di Lindsey Vonn, il flop di Ilia Malinin, il dolore di Atle Lie McGrath, l’autocritica di Alex Vinatzer: storie di sconfitti alle Olimpiadi invernali che ci hanno fatto sentire estremamente umani e vicini ai loro fallimenti

Elia Cavarzan
Vonn, Malinin, McGrath e Vinatzer: i sconfitti
Vonn, Malinin, McGrath e Vinatzer: i sconfitti

Ci siamo innamorati delle Olimpiadi invernali anche senza capirne fino in fondo le regole, senza distinguere un quadruplo lutz da un flip, uno slalom da un gigante, una pursuit da una mass start. Ci siamo innamorati del rischio, di donne e uomini che si lanciano giù da una montagna, volano da un trampolino, si infilano in un budello di ghiaccio a cento all’ora. 

Sembrano tutti un po' matti, diciamolo. E forse è proprio questo che ci affascina: il coraggio che sfiora l’incoscienza, la fisica che doma la fantasia infantile del “vediamo cosa succede se…”. La neve è bianca, onesta, ma non perdona. E su quella superficie candida si vedono meglio le cadute, i fallimenti, gli sforzi di anni e anni di allenamenti che s’infrangono in pochi secondi di performance che non finisce come dvoveva finire. Perché le Olimpiadi non sono solo medaglie. Sono soprattutto sconfitte. 

Lindsey Vonn: il corpo come ultimo avversario

C’è qualcosa di epico e insieme fragile nella parabola di Lindsey Vonn. Quarantuno anni, una delle più grandi sciatrici di sempre, tornata a gareggiare dopo cinque anni di stop con un ginocchio quasi interamente ricostruito. Protesi parziale a destra, crociato lesionato a sinistra, riabilitazioni infinite, ma mai un accenna a voler mollare, mai un accenno a volersi fermare. Aveva già sfidato il tempo e il suo corpo. Aveva deciso di esserci comunque, anche con un legamento che non garantiva più quel “sensore” naturale capace di far contrarre i muscoli prima che il ginocchio ceda. 

Poi la caduta a Cortina sull’Olympia delle Tofane: la pista di tutte le piste. Un salto, un bastoncino che si impiglia, il volo scomposto e poi le urla in pista che tutti ricordiamo. L’elicottero, l’ospedale, la diagnosi: frattura del femore e l’intervento chirurgico raccontato a colpi di video sui suoi profili social. 

Tre mesi, forse di più, prima di tornare sugli sci ci spiegano gli esperti che nei giorni successivi si sono susseguiti facendo a gare per regalare pronostici su eventuali recuperi. A quell’età, con quella storia clinica, un fallimento che le è valso l’oro olimpico quando milioni di persone erano attaccate al televisore per vederla stravincere. Come sempre. Non è stato così.

Ilia Malinin: il peso di essere “l’oro sicuro”

Il mondo aspettava lui. Il ragazzo del quadruplo axel, l’enfant prodige del pattinaggio di figura. Ilia Malinin arrivava ai Giochi con l’etichetta più pesante che esista nello sport e per le performance di uno sportivo: “medaglia d’oro sicura”. Poi la notte che s’incrina. Il quadruplo axel sbagliato, il marchio di fabbrica che si spezza sul ghiaccio, il backflip perder la sua potenza: finisce l’effetto “Wow”. Un errore che ne chiama un altro caduta dopo caduta sotto il silenzio spezzato dell’arena di tifosi venuti da ogni parte del mondo per vedere lui. Il programma che deraglia. Ottavo posto.

Ma la scena più forte non è tecnica. È umana. Lo sguardo che cerca il padre-allenatore dopo il punteggio. Il padre che si copre il volto con le mani. Nessun abbraccio immediato, nessuna carezza a proteggere la delusione: solo il silenzio del fallimento condiviso – o forse non condiviso abbastanza.

@ilia_quadg0d_malinin On the world’s biggest stage, those who appear the strongest may still be fighting invisible battles on the inside. Even your happiest memories can end up tainted by the noise. Vile online hatred attacks the mind and fear lures it into the darkness, no matter how hard you try to stay sane through the endless insurmountable pressure. It all builds up as these moments flash before your eyes, resulting in an inevitable crash. This is that version of the story. Coming February 21, 2026. Music by @NF Choreography by Randi Strong & Ilia Malinin Audio by @Jacob Sanchez Video by @ilia's fan club president & @ilia malinin’s blonde hair dye #mentalheath #socialmedia #figureskating #iliamalinin #nf ♬ original sound - QuadGod

C’è qualcosa di più doloroso che sentirsi sconfitti: sentirsi la causa della delusione altrui tutte addosso. Malinin non ha perso solo un podio e la medaglia d’oro che tutti i giornalisti sportivi gli attribuivano due secondi mentre scivolava, volteggiava sul ghiaccio di Milano. Ha perso l’immagine di sé come predestinato. E ora dovrà ricostruirsi senza quella narrazione perfetta che lo accompagnava. Il suo sfogo, a mente fredda, lasciato pubblicato in un video su Tiktok: come un normalissimo teenager, come tutti gli altri. Nessuna conferenza stampa. Un teenager con un nickname preciso: “QuadGod”, il Dio del Quadruplo. Mai sconfitta fu così dolorosa. 

Lo sport è pieno di padri-allenatori, di sogni proiettati, di ambizioni che si intrecciano. A volte la caduta è tecnica. Altre volte è psicologica. E quella lascia segni meno visibili.

Atle Lie McGrath: camminare nel bosco

Lo slalom è la disciplina dell’istinto. Un attimo prima sei in testa, un attimo dopo sei fuori. Atle Lie McGrath dominava la prima manche. Aveva l’oro in mano e la fascia nera a lutto attorno al braccio in memoria del nonno morto da poco – era affezionatissimo al nonno. Poi l’inforcata. Uno sci che passa dalla parte sbagliata del palo. Fine.

Si ferma a metà pista. Lancia prima i bastoncini (piccolo disclaimer, sollo sfondo si vedono gli svizzeri esultare per l’oro appena vinto/rubato sul fallimento di McGrath) e subito dopo si toglie gli sci guardando disperatamente verso il cielo. E invece di scivolare verso l’area d’arrivo, cammina verso il bosco, inciampa, si rialza, si butta supino sulla neve. Oltre le reti, lontano dalle telecamere. Si lascia cadere nella neve: piange con le mani che stringono forte il casco. 

Atle Lie McGrath
Atle Lie McGrath

Non è un gesto teatrale. È bisogno di isolamento. Di silenzio. Di un luogo dove la sconfitta non sia immediatamente giudicata, fotografata, commentata. Lie McGrath aveva iniziato i Giochi con una notizia terribile: la morte del nonno durante la cerimonia d’apertura. La pista che doveva essere consacrazione diventa sfogo: «Avevo solo bisogno di allontanarmi», dirà alla stampa qualche ora dopo la terribile performance che gli è costato l’oro. 

In quel camminare solitario c’è tutto il peso delle aspettative. E c’è anche qualcosa di profondamente umano: il diritto di non essere sempre forti e campionissimi. A volte fa bene piangere. Grazie per questo fallimento-insegnamento.

Alex Vinatzer: «Sono uno dei perdenti di questi Giochi»

C’è poi la sconfitta più nuda, quella che non cerca alibi. Alex Vinatzer ha scelto di raccontarsi così, senza protezioni: «Sono troppo competitivo per accontentarmi. Ai Giochi non si viene per partecipare». La sua Olimpiade di Milano-Cortina si chiude con un’altra uscita, stavolta nello slalom, la sua specialità.

In combinata a squadre aveva compromesso la grande prova di Giovanni Franzoni, in gigante era uscito nella seconda manche, nello speciale ha inforcato dopo appena 22 secondi.

Quando gli si chiede un voto, non si nasconde: «Insufficiente, senza se e senza ma. Sono uno dei perdenti di questi Giochi». Parole dure, soprattutto in un contesto in cui l’Italia festeggia medaglie e record mai raccolti prima nellla storia delle Olimpiadi invernali. Vinatzer diventa così l’altra faccia della spedizione azzurra: «Sono uno dei perdenti».

Nel “circo bianco” di Milano Cortina è nata perfino un’espressione: “Ho il Vinatzer”, a indicare l’ansia da prestazione che blocca proprio sul più bello, spesso nella seconda manche. Chissà se avrà la forza di entrare nel vocabolario italiano e nella vulgata di tutti i giorni: speriamo di no. Sarebbe un’etichetta ingombrante per un 26enne che sta anche cambiando pelle, lavorando sodo per migliorarsi ogni giorno, per diventare un campione. «In gigante sono cresciuto, ma serviranno due o tre anni per vedere i frutti veri. Adesso testa bassa e lavoro».

La delusione di Vinatzer al traguardo
La delusione di Vinatzer al traguardo

La pressione non è una scusa, è il nodo del fallimento del giovane Vinatzer. «Devo scrollarmela di dosso e diventare più bastardo», dice. E in quella parola c’è il desiderio di trasformare la frustrazione in aggressività agonistica: sciare libero, non appesantito dall’attesa. Libero.

Sconfitto dalla neve, la visibilità, la tracciatura? «Fanno parte del mestiere», questa volta non c’è nessun alibi, nessun dito puntato altrove. Solo l’amarezza di chi voleva una medaglia per il suo Paese e si ritrova invece a fare i conti con sé stesso.

Applaudire chi perde ha senso

Le discipline estive celebrano l’uomo come misura del mondo: contro il tempo, contro la distanza, contro un altro atleta. Quelle invernali aggiungono un avversario in più: l’inverno stesso. Il freddo, la neve, il ghiaccio. La natura. 

Forse è per questo che gli sport invernali raccontano meglio la vulnerabilità dell’uomo: le nostre vulnerabilità, anche di noi comodamente seduti sul divano a guardare i sommersi e i salvati delle decine di gare in diretta che ogni giorno, dal mattino alla sera, danno su Rai 2. Perché l’equilibrio è precario per definizione. Un dosso, una folata, una lama che vibra, un materiale sbagliato. E tutto cambia. 

Noi tifiamo l’oro, certo. Ma restiamo incollati allo schermo quando qualcuno cade e deve decidere chi essere dopo. Quando Vonn si rialza a quarant’anni passati. Quando Malinin dovrà tornare sul ghiaccio con il ricordo di quella notte. Quando McGrath rientra dal bosco e affronta le domande e il lutto del nonno. Quando anche le nostre vite incassano una sconfitta.

In fondo, le Olimpiadi sono un gigantesco racconto sull’equilibrio. Restare in piedi. O rialzarsi.

E non c’è niente di più umano di questo: accettare la sconfitta come materiale grezzo da cui ripartire per rifarsi.

 

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