La protesta dei ladini: «Cortina massacrata dai Giochi, solo le nostre bandiere sulle case»

L’Union: niente Tricolore o vessilli delle Olimpiadi. La presidente Zardini: «Per i cantieri non siamo mai stati interpellati. Rilanceremo l’iter referendario per separarci dal Veneto e tornare al Sud Tirolo»

Francesco Dal Mas
Elsa Zardini, storica presidente dell’Union de i Ladis de Anpezo, l’ULd’A
Elsa Zardini, storica presidente dell’Union de i Ladis de Anpezo, l’ULd’A

Bandiere ladine su terrazze e finestre di Cortina per protestare contro l’«invasione» delle Olimpiadi invernali. Niente Tricolore. Niente vessilli olimpici.

Bandiere ladine che in due giorni sono andate a ruba: «Rivendichiamo così la nostra identità. Ma non possiamo impedire che per tanti di noi significhino anche la più severa protesta contro il peggio che potessero aspettarsi da chi sta organizzando queste Olimpiadi». Lo afferma senza giri di parole Elsa Zardini, la storica presidente dell’Union de i Ladis de Anpezo, l’ULd’A, che ha invitato appunto ad esporre il tricolore... locale.

La bandiera

Non quello italiano, ma appunto il tricolore ladino caratterizzato da tre fasce orizzontali: il primo colore dall’alto è il celeste, tinta che rappresenta i cieli che fanno da sfondo a queste magnifiche montagne, il bianco della neve, e il verde dei prati e dei pascoli. Più di 300 bandiere distribuite in sole due mezze giornate a Cortina. Ne sono state ordinate altre, ma arriveranno pochi giorni prima dei Giochi.

«Valle massacrata»

«Questa bandiera non ci rappresenta solo in quanto comunità che ha la stessa lingua, la stessa cultura, le stesse tradizioni, ma è soprattutto il simbolo di un popolo che è stato diviso, al quale sono stati negati i diritti di autodeterminazione» continua la Zardini, «È accaduto nella storia, ma purtroppo si è ripetuto con queste Olimpiadi invernali 2026. L’evento sportivo, in quanto tale, ci starebbe anche bene. Però non possiamo chiudere gli occhi sulla realtà. Tutti possono constatare come è stata massacrata la valle da chi, senza nemmeno chiederci il permesso, ha distrutto il nostro prezioso ambiente, ha sventrato la conca ampezzana, per cui siamo qui a supplicare che arrivi la neve per coprire tante brutture».

Nella sede dell’Union lo chiariscono immediatamente: «Questa non è una bandiera di Stato ma di una nazione: la Ladinia».

«È nata per esprimere il sentimento di unità del popolo ladino, in un momento storico importante dove si decidevano i nuovi confini a seguito dello smembramento del dissolto impero autro-ungarico. Oggi rilancia questo sentimento» spiegano i ladini della zona.

«Noi snobbati»

A Cortina stanno arrivando i giornalisti stranieri da tutto il mondo per presentare uno dei futuri teatri olimpici. Ed i primi ad essere interpellati sono proprio Elisa e i suoi collaboratori: «Nei media stranieri, a cominciare dalle televisioni, si è già dato conto del dramma, della spaccatura di questa comunità. Non basta: Fondazione Milano Cortina, Fondazione Cortina, Simico e quant’altri ci hanno ignorato. Nessuno di loro ha usato la cortesia di chiedere, almeno una volta, il nostro parere. E neppure, per la verità, la Regione Veneto quando ha lanciato nuovamente la candidatura di Cortina a sede delle Olimpiadi. Come se Cortina fosse casa loro. Non ci hanno chiesto di esporre la nostra bandiera. Non ci hanno chiesto di essere presenti con i nostri costumi tradizionali alle pubbliche cerimonie. Ma questo non è grave. Lo sarà, invece, l’eredità che ci verrà lasciata. E allora qualcosa dovrà succedere».

È una minaccia? La manaccia di rilanciare l’iter referendario per la separazione dal veneto e il ritorno al Sud Tirolo?

«Torniamo in Tirolo»

«Nessuna minaccia. Il risultato del referendum, a suo tempo, è stato chiarissimo, da noi, a Colle Santa Lucia e a Livinallongo. L’iter non è stato stoppato, solo sospeso. Quindi necessariamente riprenderà».

La presidente Zardini ringrazia il Comune di Cortina che, già da tempo, tiene esposta la bandiera ladina. E non ringrazia le altre istituzioni, che non lo fanno, non riconoscendo dunque «l’appartenenza della comunità ampezzana alla Ladina».

Zardini dice di essersi comunque rivolta – «ripetutamente» – al sindaco di Cortina Lorenzi, al decano di Cortina, don Ivano Brambilla e ai vertici delle Regole affinché, dall’indomani stesso delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi, si adoperino per ricucire la comunità d’Ampezzo che «da anni è lacerata».

 «Se non potremo ricomporla nella compostezza del suo ambiente, del creato che semplicemente doveva essere custodito, almeno» sospira Zardini, «si cerchi di riportare a condivisione i rapporti interpersonali, le relazioni che un tempo costituivano il tessuto connettivo della società locale e che questi signori arrivati da fuori, senza nessun rispetto, hanno strappato».

E, per la verità – fa presente Zardini – non solo a Cortina: lo stesso strappo c’è anche in Val di Fiemme e ad Antersela, nonché nelle valli lombarde. —

 

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