Il capitano della mitica Jamaica di Calgary ‘88: «A Cortina l’ultima grande pista da bob che sarà mai costruita»

Dalla carriera militare all'Olimpiade preparata in appena 5 mesi, Dudley Stokes è una leggenda dello sport a cinque stelle: «Prima di me si pensava che i neri non potessero pilotare uno slittino»

Nicola Cesaro
Una foto recente di Dudley Stokes con la divisa ufficiale jamaicana
Una foto recente di Dudley Stokes con la divisa ufficiale jamaicana

In una foto che sta per compiere quarant'anni, il capitano Stokes corre tra le palme spingendo un carrello, di quelli per la spesa al supermercato, con un bimbo seduto sul seggiolino. È in t-shirt e bermuda, il sudore applicato alla maglia fa capire che il sole batte veramente forte. Quello dovrebbe essere l'allenamento di un bobbista professionista che si prepara per la competizione mondiale più importante di sempre, l'Olimpiade. E in realtà è proprio così.

Era il 1988 e una nazione senza neve e senza ghiaccio stava per sfornare – o sghiacciare, visto l’ambito – una delle storie olimpiche più leggendarie di sempre, quella del bob jamaicano che ai Giochi olimpici invernali di Calgary fece un debutto entrato saldamente nella memoria sportiva dei Giochi a cinque stelle.

La folle intuizione fu di George Fitch e William Maloney, americani residenti in Jamaica con più di qualche interesse nell’isola caraibica, che non senza fatica reclutarono un drappello di coraggiosi, uomini che nulla avevano a che vedere con bob e sport invernali. Tra questi, il capitano dell'aeronautica Dudley Clifford Stokes, per tutti Tal.

Ieri un capitano, oggi un mito.

«È l'eredità che lascio a questo sport», racconta l'ex olimpionico oggi 63enne. «Prima di me, si pensava generalmente che i neri non fossero adatti a pilotare il bob: li ho smentiti nel 1988, ma in realtà poi ho fatto anche di meglio per tre altre Olimpiadi invernali, a partire dal risultato di Lillehammer 1994. Abbiamo aperto la strada ai tanti piloti di colore di oggi». Nella gara di bob a quattro del 1994, insieme al fratello Wayne Thomas e a Winston Watts, Stokes si classificò 14° su 30 squadre di bob partecipanti: un successo clamoroso.

L'originale allenamento di Stokes prima delle Olimpiadi di Calgary '88
L'originale allenamento di Stokes prima delle Olimpiadi di Calgary '88

Chissà quante volte ha ripetuto a media e curiosi le avventure legate a Calgary '88. Le evitiamo il salto temporale, ma ci concediamo solo un breve balzo nel passato: ricorda il momento esatto in cui le è stato chiesto di partecipare all'Olimpiade?

«Ero in congedo dal mio lavoro di pilota nell'esercito, ed era il secondo anniversario del mio matrimonio con mia moglie, Denise. Ricevetti una telefonata dal mio comandante, che mi disse che ci sarebbero state delle prove fisiche per selezionare gli atleti per la prima squadra giamaicana di bob. Mi fu detto di esserci, non potevo mancare. A quanto pare, i due americani che avevano avuto l'idea di dar vita alla squadra avevano messo le mani sull'esercito per cercare atleti, e soprattutto atleti con una comprovata coordinazione occhio-mano, e così fui scelto: dovevo imparare a guidare una slitta ai massimi livelli, alle Olimpiadi, in appena 5 mesi».

Domanda di rito: quale ricordo o emozione porta a casa da quella prima esperienza olimpica?

«Nei dieci secondi successivi al mio incidente, durato ben 28 secondi, non ero sicuro di sopravvivere. Mi ripromisi che sarei riuscito a diventare un campione mondiale di questo sport, se fossi sopravvissuto». Per capire la potenza e la drammaticità di quel momento: nella terza delle quattro prove previste del bob a quattro, i jamaicani partirono troppo veloci e si cappottarono a metà pista. Il bob impiegò mezzo minuto prima di fermarsi. Uscirono miracolosamente illesi e passarono il traguardo a piedi, tra l'incitamento del pubblico.

Da allora, il bob giamaicano ha fatto passi da gigante e gran parte del merito va a lei, sia come atleta che come tecnico e responsabile federale.

«Il bob giamaicano, oggi, è nella migliore condizione degli ultimi 25 anni . L'emergere di Shane Pitter come pilota è stata una rivelazione in questa stagione recente (la squadra caraibica si è qualificata per Milano-Cortina 2026, ndr). Negli anni è stato davvero difficile scovare talenti per la guida del bob in Jamaica. Nell'ultimo quadriennio però siamo stati fortunati e abbiamo sfruttato l'esperienza degli ultimi cinque lustri e anche tutti i più moderni sistemi di reclutamento».

Dudley Stokes in una foto degli anni Ottanta
Dudley Stokes in una foto degli anni Ottanta

Uno dei temi che ancora alimenta il dibattito in Italia, politico e ambientalista, è la costruzione della nuova pista da bob di Cortina: si contestano il mancato recupero dell'impianto esistente, il consumo di suolo e le future difficoltà nella gestione economica. Cosa ne pensi?

«Questa potrebbe essere l'ultima nuova pista da bob mai costruita, dobbiamo prenderne atto. C'erano molti dubbi sul completamento dell'impianto, tutti legittimi, ma le autorità ei lavoratori italiani hanno portato a termine un impianto eccellente e nei tempi previsti. Sostenere questa struttura dopo le Olimpiadi sarà una sfida, ma non la considero impossibile. Si deve puntare a un utilizzo per tutto l'anno e penso anche alla funzione creativa e ludica che potrà avere in estate: ci sono impianti, nel mondo, che sfruttano la pista non ghiacciata e l'area verde circostante. E poi ci vorrà grande bravura nel generare importanti ricavi nella stagione invernale, a mio dire c'è la possibilità di superare anche i costi dell'impianto con una gestione oculata. Spero che si trovino soluzioni a queste sfide: questa pista è storica e importante per il futuro di questo sport».

Parteciperà a qualcuno degli eventi Milano-Cortina 2026?

«Al momento non ho in programma alcun evento».

Che rapporto ha con l'Italia?

«Sono stato in Italia molte volte, soprattutto al Nord. La mia base europea e il luogo in cui ho imparato davvero il mestiere del bob sono stati Innsbruck e la pista di Igls, nel Tirolo austriaco. A quei tempi ho visitato le officine dei grandi costruttori di slittini italiani, come Siorpaes di Cortina , e le piste di Breul-Cervinia e Cortina, anche se le circostanze non mi hanno mai permesso di gareggiare lì. Qui ho conosciuto persone straordinarie. Uno dei doni che il bob mi ha dato è stato proprio il contatto con la gente “di campagna”, di molte nazioni e regioni, Italia compresa. Ho scoperto che queste persone sono diverse dai loro “cugini urbani” e dagli stereotipi che spesso sono legati ai territori di periferia, e condividono una tranquilla sicurezza e una grintosa determinazione, che derivano dal lavorare con le mani, spesso anche per sopravvivere. Non si affezionano facilmente a te, ma una volta che ti conoscono la loro generosità non ha fine: con me, in Italia, è avvenuto proprio così».

Il quartetto jamaicano in una manche olimpica
Il quartetto jamaicano in una manche olimpica

Se non fosse stato un atleta di bob, quale altro percorso professionale avrebbe intrapreso?

«Una domanda difficile! Penso a una serie di possibilità. Avrei potuto svolgere l'intera carriera militare, andare in pensione e lavorare nell'amministrazione pubblica o nel settore privato. Avrei potuto intraprendere la carriera di pilota di aviazione commerciale. Avrei anche potuto dedicarmi alla giurisprudenza o al mondo accademico. Quello che è successo in realtà è stato molto meglio!».

È chiaro che l'impresa del bob jamaicano è stata notevolmente alimentata dal film del 1993 della Disney che ha raccontato la vostra avventura, “Cool runnings” , in italiano “Quattro sottozero”: si riconosce in quell'adattamento cinematografico?

«Il mio rapporto con il film si è evoluto nel corso degli anni. All'inizio non ero un fan, perché non vedevo me stesso, i miei sforzi, la mia ambizione nel film. È stato però diffuso in un momento in cui eravamo stati dimenticati, e ha avuto un enorme successo, quindi ha contribuito a sensibilizzare e raccogliere fondi per il nostro movimento per alcuni anni. I miei figli lo hanno visto da piccolini e mi hanno costretto a guardarlo di nuovo. L'ho visto con occhi diversi, come se effettivamente catturasse lo spirito di ciò che cercavamo di fare e raccontasse una storia al contemporaneo emozionante e divertente, in un modo che è finito per rimanere impresso nella mia memoria».

Ha recentemente pubblicato un libro che racconta la fantastica avventura con il bob, “The Jamaican bobsled Captain”.

«Dopo l'Olimpiade in Corea del 2018, mi sono reso conto che la vera storia di ciò che avevo realizzato non era mai stata raccontata nel dettaglio , così ho deciso di scrivere un resoconto completo degli eventi. Ben presto è diventato chiaro che avevo bisogno di una persona indipendente con capacità di ricerca e analisi per documentare la storia e limitare i miei pregiudizi. Così ho collaborato con Ben Stubenberg, un professionista con una vasta esperienza, capace di parlare quattro lingue, perfetto per raccontare il "Capitano di bob giamaicano"».

Cosa fa Stokes oggi?

«Oggi lavoro con persone di ogni estrazione sociale e provenienti da tutto il mondo, aiutandole a migliorare le loro prestazioni personali. Nello specifico, come riconoscere, allenare, perfezionare e poi raggiungere deliberatamente il proprio stato mentale di massima prestazione, indipendentemente dalle circostanze esterne. Tutti possono farlo e, con sufficiente pratica, le prestazioni possono raggiungere picchi altissimi se si legano talento e desiderio. Propongo metodi semplici, economici, sostenibili».

«Nessuno ancora crederci potrà, Jamaica la sua squadra di bob avrà», cantavano i quattro attori di “Cool runnings”. Oggi non serve un atto di fede, il bob caraibico è una grande realtà: benvenuti in Italia!

L'autobiografia recentemente pubblicata da Stokes
L'autobiografia recentemente pubblicata da Stokes

Riproduzione riservata © il Nord Est