Balich racconta il backstage della cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi

Il veneziano che tesse le trame degli eventi mondiali più imponenti e più visti: «Sarà un evento umano, potente, condiviso». Quella di venerdì 6 febbraio è la sua sedicesima inaugurazione olimpica: «Due anni di lavoro con 4 mila persone, lo show più visto sarà un modello per il futuro»

Laura BerlinghieriLaura Berlinghieri
Marco Balich
Marco Balich

Fabbrica sogni, Marco Balich: il veneziano che tesse le trame degli eventi mondiali più imponenti e più visti. Lo farà anche venerdì 6 febbraio, allo Stadio San Siro di Milano: regista della sua sedicesima cerimonia olimpica. «La più complessa», ammette, mentre comincia l’ultimo miglio verso questo ennesimo traguardo. Settantamila spettatori attesi. Sul palco, star internazionali e stelle di casa nostra: da Mariah Carey a Laura Pausini e da Tom Cruise ad Andrea Bocelli. E tantissimi ospiti vip sugli spalti. Ingredienti dell’evento che accenderà i riflettori del mondo sul nostro spicchio d’Italia.

Quanto ha impiegato a preparare la cerimonia di San Siro?

«Circa due anni. Due anni che non stanno in un calendario: stanno nella testa, nello stomaco, nelle notti in cui continui a pensare se quella scena funzionerà davvero».

Quanto tempo delle sue giornate assorbe e quando è iniziata la fase più intensa?

«Da un anno, la preparazione della cerimonia occupa praticamente ogni momento. Anche quando sono a casa, in realtà, sono sempre lì».

Quante persone vi hanno lavorato?

«Circa quattromila. E ognuna ci ha messo qualcosa di personale, non solo il proprio mestiere, contribuendo a creare una community tesa a dare il meglio di sé».

Delle sue cerimonie olimpiche, qual è quella di cui è più orgoglioso?

«Torino 2006. Perché era casa, perché ero più giovane, perché lì ho capito davvero cosa stavo facendo».

E quella più complessa?

«Milano-Cortina 2026. Non solo per la complessità tecnica, ma per il peso emotivo che porta con sé».

Un errore che non ripeterà?

«Pensare che l’esperienza ti protegga. Ogni cerimonia è un mondo a sé. Ma questo l’ho capito parecchie cerimonie fa».

La cerimonia che più le è piaciuta da piccolo?

«Los Angeles 1984. Ricordo lo stupore. È stato il primo “wow” della mia vita davanti a uno schermo».

Avrebbe mai immaginato che un giorno sarebbe stato lei il regista di questi eventi?

«No. Ma ho sempre cercato un modo per raccontare emozioni. La musica è stata l’inizio, e non ho più smesso di sperimentare».

Il messaggio di questa cerimonia?

«Armonia e pace. Perché oggi più che mai il mondo ha bisogno di sentire risuonare forti questi valori».

I Giochi possono fare la differenza?

«Non risolvono i problemi, ma possono ricordarci che siamo capaci di stare insieme, che l’umanità vibra all’unisono».

San Siro: più tecnologia o più analogico?

«Apprezzo e utilizzo la tecnologia come strumento, ma credo che, per emozionare e parlare un linguaggio comprensibile a un pubblico così trasversale, il fattore umano sia la spinta primaria».

Effetti speciali: fuochi, laser o entrambi?

«Gli effetti servono per amplificare un’emozione, per sottolinearla; quindi, a seconda della narrazione, scelgo ciò che funziona meglio. Posso dire che San Siro esploderà di energia».

È stato complesso adattare San Siro?

«Molto. È un luogo che ha già una memoria e un’identità forte. Devi comprenderlo, ascoltarlo prima di poterlo trasformare».

Cerimonia diffusa: prima grande complessità?

«Sì. E anche una scommessa che ho accettato di buon grado: diventerà il modello per le cerimonie future».

Ultimo grande show a San Siro: sente la responsabilità?

«Sì. È una responsabilità importante. Per Milano, per l’Italia, ma anche per me».

Con un passato come il suo, come riesce a stupirsi ancora?

«Mi stupisco ancora quando qualcosa prende vita davanti ai miei occhi, mi emoziono durante ogni prova della cerimonia. Per fare questo lavoro bisogna riuscire a emozionarsi. Se diventi cinico, non puoi creare un’emozione vera».

La prima immagine da cui siete partiti?

«La città e la montagna, due estremi che dialogano: da qui nasce il concetto di armonia».

Il direttore artistico agisce in autonomia o deve seguire delle indicazioni del Comitato olimpico?

«Con il Cio c’è un dialogo continuo: quando l’obiettivo è comune, un confronto sano e aperto è necessario».

Il budget di questa cerimonia?

«Riservato».

In cosa differisce la preparazione di una cerimonia olimpica da quella di altri grandi eventi?

«La consapevolezza che, per una sera, il mondo si ferma a guardarti. È lo show più visto al mondo, con alle spalle un impianto produttivo senza pari».

Una cerimonia del passato d’ispirazione?

«Direi Atene 2004, perché aveva un’anima fortissima. Ma in realtà ogni cerimonia è stata illuminante».

Ha mai temuto di non farcela?

«Sì. Poi guardi chi lavora con te e capisci che “non farcela” non è un’opzione. Ci sono momenti difficili, ma siamo una squadra enorme di gente, di professionisti che mettono l’anima ogni giorno. Quindi si va avanti. Alla fine, facciamo il lavoro più bello del mondo».

La paura che qualcosa vada storto?

«La tensione c’è sempre. L’imprevisto è parte del nostro lavoro. Nella control room il giorno della cerimonia io sono in silenzio di fianco allo show caller, la persona che “dirige” lo show. Se qualcosa non va, si gira verso di me. E io devo rispondere».

Il suo segreto contro lo stress?

«La mia compagna, i miei figli, la mia famiglia».

Esistono piani B meteo?

«Sempre. Esistono piani B per tutto, anche C e D».

Quante prove finora?

«Ogni giorno da dicembre. E ogni prova è una piccola prova anche per te».

È tutto pronto?

«Siamo decisamente a buon punto».

Si godrà la cerimonia?

«Dopo. Quando tutto finisce e senti che puoi respirare di nuovo. E quando mi arrivano tutti i messaggi degli amici da tutto il mondo».

Tre aggettivi per l’evento?

«Umano. Potente. Condiviso».

L’Italia è casa: responsabilità maggiore?

«Molto. A casa vuoi e devi dare il meglio, diventiamo tutti più esigenti, perché vogliamo che il nostro Paese sia orgoglioso di noi, ma vogliamo anche rappresentarlo al meglio agli occhi di tutto il mondo».

Chi seguirà la cerimonia di Cortina?

«Io sarò a San Siro, ma abbiamo professionisti bravissimi in ogni luogo della cerimonia».

Ci saranno dei simboli che richiamano le città coinvolte?

«Milano e Cortina non sono sfondi, sono esse stesse parte della narrazione. Sono protagoniste».

Lei è veneziano: ci sarà anche un pizzico di Venezia?

«Non nello specifico, ma sicuramente la contaminazione di bellezza e arte mi riporta lì con la mente. Venezia è sempre con me. Anche quando non la vedi».

Ha detto che renderà gli italiani orgogliosi di essere italiani: quali sono gli elementi culturali del nostro Paese che saranno al centro dello show?

«La capacità di trasformare la bellezza in emozione. Dovendoli declinare in moda, arte, design, letteratura, musica, fantasia».

L’idea dei due bracieri?

«Due fuochi che si guardano. È un’immagine che dice molto più di mille parole».

La sostenibilità sarà un tema?

«Sì. Lo è, è proprio alla base del concetto di cerimonia diffusa. Si creano sinergie con i territori. Per rispetto del luogo, delle persone, del futuro».

Quali arti saranno coinvolte?

«Tutte, perché le emozioni non hanno un solo linguaggio».

Ci saranno altri ospiti oltre a quelli annunciati?

«Sì... sorpresa!».

C’è chi ha polemizzato sulla partecipazione all’inaugurazione di Ghali. Cosa risponde?

«No comment».

Che ruolo avranno gli atleti?

«Sempre protagonisti. Celebriamo soprattutto gli atleti e lo sport: è il motivo per cui tutto questo esiste».

E il bambino lasciato a piedi dall’autobus?

«Non posso anticipare nulla».

Ospiti vip?

«Ci saranno. Ma quando entrano gli atleti, il resto scompare».

Il pubblico sarà coinvolto?

«Emotivamente moltissimo, ma non solo. Vogliamo che si senta parte di qualcosa, non solo spettatore».

Il momento clou?

«L’accensione del braciere è sempre l’emozione più forte. Ogni volta penso di essere pronto, ma in realtà non lo sono mai».

Lei ha iniziato con il grandioso concerto dei Pink Floyd a Venezia: un evento che rifarebbe?

«Per Venezia, no. Ma è stato un disastro che mi ha cambiato la vita».

Uno sport invernale che sceglierebbe?

«Lo sci. Quando scendi, tutto il resto tace. E non vedo l’ora di tornare sulle piste».

Una promessa al pubblico di San Siro?

«Che quella sera non assisterà solo a uno spettacolo. Vivrà un’emozione che, spero, resterà».

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