Perché il casco dell’atleta ucraino con i compagni morti in guerra è un problema

Lo skeletonista Vladyslav Heraskevych vuole gareggiare con un casco che mostra le foto di 21 sportivi ucraini morti nella guerra. Il Comitato olimpico internazionale lo vieta in base alla regola sulla neutralità: è polemica 

Elia Cavarzan
Vladyslav Heraskevych, l'atleta ucraino mostra il suo casco
Vladyslav Heraskevych, l'atleta ucraino mostra il suo casco

Il casco è bianco, privo di slogan, ma attraversato da un mosaico di volti. Ventuno fotografie, ventuno storie spezzate dall’invasione russa dell’Ucraina.

Vladyslav Heraskevych, uno dei protagonisti più attesi nella gara di skeleton, lo ha indossato nei giorni di prova e vorrebbe portarlo con sé anche quando la competizione entrerà nella sua fase ufficiale. Il Comitato olimpico internazionale, però, ha comunicato all’atleta che così non potrà presentarsi al via.

Il significato di quel casco

Nello skeleton il casco non è un accessorio secondario, ma l’elemento più visibile dell’atleta, perché la discesa avviene a pancia in giù con la testa protesa in avanti. Heraskevych ha scelto proprio quel punto per collocare le immagini di atlete e atleti ucraini morti dall’inizio della guerra, alcuni caduti al fronte, altri uccisi come civili.

Il casco dell'atleta ucraino Vladyslav Heraskevych
Il casco dell'atleta ucraino Vladyslav Heraskevych

Fra loro ci sono il biatleta Yevhen Malyshev, il pattinatore Dmytro Sharpar, la pesista Alina Peregudova, l’hockeista Oleksiy Loginov, giovani passati dalle Olimpiadi giovanili e perfino due bambine, la più piccola di appena nove anni. Per il ventiseienne di Kiev non si tratta di propaganda ma di un omaggio funebre, di un modo per tenere accanto a sé persone che, dice, appartenevano alla stessa comunità olimpica.

La sua posizione è condivisa dal Comitato olimpico ucraino e dai vertici politici del Paese. Il presidente Volodymyr Zelensky ha pubblicamente ringraziato l’atleta, mentre da Kiev si insiste su un concetto semplice: ricordare i morti non dovrebbe essere interpretato come un atto politico.

Heraskevych, che a Pechino 2022 aveva mostrato un cartello con la scritta “No alla guerra in Ucraina” pochi giorni prima dell’inizio dell’invasione, sa bene che il terreno è scivoloso ma ha fatto capire di essere disposto a correre anche il rischio di una squalifica pur di non rinunciare a quel segno di memoria.

Non è tardata ad arrivare anche la posizione ufficiale del parlamento di Kiev che in una nota ufficiale ha fatto sapere che: “sostiene pienamente le azioni di Vladyslav Geraskevych come manifestazione di rispetto per la memoria non solo degli atleti ucraini, ma anche di tutti i cittadini ucraini che sono stati vittime della sanguinosa, illegale, immotivata e ingiustificata aggressione armata della Federazione Russa contro l’Ucraina, e ritiene che la decisione del CIO sia ingiusta e costituisca in realtà una prova di sostegno all’aggressore”. 

La linea del CIO e le polemiche

Dall’altra parte invece, il no del CIO si fonda sulla regola 50 della Carta olimpica, che vieta «ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale» in qualunque area dei Giochi. Una norma che il Comitato ha sempre difeso con grande fermezza, sostenendo che serva a preservare la neutralità dell’evento ed evitare di dover valutare caso per caso quali messaggi siano accettabili e quali no. Il portavoce Mark Adams ha riassunto così la posizione: si può anche essere d’accordo o provare simpatia per un’espressione, ma una volta aperta la porta diventa difficile richiuderla davanti a rivendicazioni diverse.

Nel tentativo di disinnescare lo scontro, l’organizzazione ha avviato contatti con la delegazione ucraina proponendo una soluzione alternativa, cioè l’uso di una fascia nera al braccio, gesto che di norma sarebbe vietato ma che verrebbe tollerato in via eccezionale. Heraskevych, però, non ha accettato, ritenendo che il casco resti il simbolo più diretto e coerente con la sua intenzione.

Il CIO ha comunque assicurato che non ci saranno restrizioni nelle conferenze stampa o nelle interviste, spazi nei quali gli atleti possono esprimersi liberamente.

I precedenti storici 

La vicenda si inserisce in una lunga tradizione di tensioni tra sport e politica. Dal pugno alzato di Tommie Smith e John Carlos nel 1968 fino alla recente squalifica della breaker Manizha Talash a Parigi per la scritta a favore delle donne afghane, il confine tra testimonianza civile e violazione delle regole continua a spostarsi a seconda delle sensibilità e dei contesti.

Il caso del casco ucraino, proprio perché richiama un lutto più che una rivendicazione, mette ancora una volta alla prova quella pretesa di neutralità assoluta che i Giochi inseguono da sempre e che, altrettanto da sempre, si rivela difficile da mantenere.

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