Eddie the Eagle, l'uomo che da ultimo cambiò le regole olimpiche: «Perdente sì, ma 80 mila persone gridavano il mio nome»

Scelse il più folle degli sport invernali, il salto dal trampolino, perché nessuno in Gran Bretagna lo praticava: la genialata di Eddie Edwards è divenuta leggenda e ha cambiato lo sport a cinque stelle. «Mi dissero che ero qualificato a Calgary ‘88 mentre ero in ospedale psichiatrico», ricorda ancora sorridendo. La nostra intervista a un mito degli sport invernali. 

Nicola Cesaro e Camilla Gargioni

Alzi la mano chi non si è mai chiesto: ma io, in cosa potrei eccellere più di ogni altro? Michael Thomas Edwards, per tutti Eddie, inglese di Cheltenham, questa domanda la declinava in maniera leggermente diversa: ma io, in cosa potrei eccellere più di ogni altro, tanto da finire alle Olimpiadi?

Già, perché il sogno coccolato fin da bambino era proprio questo: essere un atleta olimpico. Qualche chilo di troppo, una vista non proprio da falco e nessun talento clamoroso erano tuttavia ostacoli mica da poco. Ma si sa, il genio a volte supera il talento . E così Eddie, a cui il genio non manca, si dice: in Inghilterra nessuno salta con gli sci dal trampolino, quindi se lo faccio sono il migliore di tutto il Paese e posso andare alle Olimpiadi. E così è: a Calgary '88 Eddie è l'unico atleta britannico a gareggiare dal trampolino, sia nei 70 che nei 90 metri.

Sportivamente sarà un disastro, umanamente sarà l'esperienza della vita.

Mediaticamente, Eddie di fatto sarà tra le star della rassegna : per tutti sarà "Eddie the Eagle" e ogni suo salto sarà salutato da folle che mimano le ali dell'aquila. Un impatto così clamoroso che costringerà il Comitato olimpico internazionale a inserire una regola per rendere quasi impossibile la partecipazione olimpica a chiunque avesse voluto seguire l'esempio di Edwards. La chiameranno “regola Eddie the Eagle”: per gareggiare ai Giochi olimpici non basterà essere il migliore della propria nazione, occorrerà essere tra i primi al mondo.

Eddie oggi ha 65 anni , non rischiare più la rottura di clavicole e tibie ma è uno speaker motivazionale. Il sorriso, la vitalità e la capacità di scatenare la simpatia restano però sempre le stesse. Quando ci risponde, in una videocall, alle spalle ha una grande riproduzione del suo salto e di un trampolino, come a dire, “ehi, sono sempre io”.

Eddie the Eagle, il mito del salto con gli sci: "Mi dissero che andavo alle Olimpiadi mentre ero in un ospedale psichiatrico"

Da italiani ci sentiamo in parte responsabili della nascita della tua leggenda: cominci a sciare, infatti, su una pista artificiale di una collinetta inglese, ma in realtà il tuo primo vero incontro con la neve e lo sci è ad Andalo, nelle nostre Dolomiti. Te lo ricordi?

«Oh verissimo, e lo ricordo ancora molto bene. Ad Andalo non ho partecipato esclusivamente alla mia prima scuola di sci, ma ho effettuato il mio primo salto di sempre . Fu un amico a convincermi, avevo appena undici anni. Sono addirittura finito nel giardino di qualcuno, non ho mai saputo di chi fosse quel poveretto. In quel momento non potevo minimamente pensare che, dieci anni dopo, mi sarei ritrovato alle Olimpiadi come saltatore con gli sci».

Il tuo obiettivo è sempre stato uno e uno solo: partecipare alle Olimpiadi. Come si insinua nella tua testa l'idea del salto con gli sci?

«L'idea di partecipare ai Giochi olimpici mi balena in realtà a otto anni , stavo guardando alla televisione le Olimpiadi invernali di Sapporo del 1972. Ero affascinato dagli atleti con quelle tute, molto cool , che rappresentavano la Gran Bretagna. Mio figlio ha detto: voglio essere come loro. Ovvio, anche in quell'occasione potevo pensare al trampolino».

C'erano strutture per questa disciplina nella tua nazione? Come riuscivi a finanziare un'attività e un percorso di allenamenti che, è facile immaginarlo, fossero molto costosi?

«Non c'erano saltatori con gli sci in Gran Bretagna e non c'erano tanto meno spazi per allenarsi. All'inizio ho dovuto sfruttare uno scivolo che c'era vicino a casa mia: saltavo tra le quattro e le cinque auto, poi anche i bus. Per ottimizzare i miei allenamenti mi sono trasferito negli Usa, a Lake Placid, ma vivere lì era costosissimo, non potevo permettermelo. Mi sono spostato in Svizzera, Germania e Austria: per riuscire ad allenarmi risparmiavo dormendo nell'auto di mia madre e mangiavo latte di fagioli».

 

Eddie the Eagle ai tempi di Calgary '88
Eddie the Eagle ai tempi di Calgary '88

C'è mai stata una volta in cui, dall'alto del trampolino, ti sei detto: “Sono davvero pazzo, meglio se torno indietro”?

«Una volta? Tutte le volte in cui ero sopra al trampolino mi dicevo proprio queste parole. Ero particolarmente terrorizzato quando c'era il vento. Poi fortunatamente arrivava sempre il coraggio, e allora via col salto. Certo, se c'era il sole, col cielo blu attorno, tutto era più semplice».

Fatto sta che il sogno si avvera. Hai il record nazionale – e per forza, sei l'unico - e ti qualifichi per Calgary '88. Ricordi come e quando ti hanno comunicato la qualificazione e cosa hai provato in quel momento?

«Come dimenticarlo? Ero in Finlandia e dormivo in un ospedale psichiatrico , perché mi stavo allenando lì e in quell'ospedale potevo soggiornare gratis. Mi chiamò mia mamma, che aveva ricevuto una lettera dalla federazione, e mi disse che ero stato convocato. Ho preso il primo volo per andare a ritirare la mia divisa: quanto l'avevo desiderata».

Vista la tua folle idea, non eri paziente di quella struttura psichiatrica, vero?

«Ah ah, no no. Uno dei miei allenatori era impegnato come imbianchino nell'ospedale e mi ha trovato posto da dormire, in cambio di un aiuto, per cinque settimane. Ma devo essere sincero: vivere in psichiatria mi ha aiutato a migliorare anche come atleta ».

A Calgary finisci le tue gare con distacchi notevoli, non solo dal vincitore, ma anche dal penultimo in classifica. Eppure diventi una stella e addirittura vieni citata dal presidente del comitato organizzatore nella cerimonia di chiusura. “Alcuni atleti hanno vinto la medaglia d'oro, alcuni hanno battuto dei record, e alcuni di voi hanno addirittura volato come un'aquila" , le sue parole. Ti rendi conto di essere diventato una star?

«Sembrerà strano ma no, perché vivere nel villaggio olimpico ti costringe a stare in una bolla e il contatto con l'esterno è davvero limitato. L'ho capito proprio nella cerimonia di chiusura, quando ho sentito 80 mila persone gridare "Eddie! Eddie!" facendo il gesto dell'aquila: è stato incredibile ».

 

Edwards in una foto recente simula il salto dal trampolino
Edwards in una foto recente simula il salto dal trampolino

Il tuo fu anche uno dei primi casi di fastidioso body shaming di massa: tifosi e giornalisti, fortunatamente una parte ristretta, criticarono i tuoi chili di troppo o l'uso degli occhiali divenuti caratteristici. Ti fare soffrire questo tipo di attacchi?

«A leggerla così è vero, gli attacchi non mancano. Ma non soffrivo, né mi sentivo bersagliato. Quello che scrivevano era vero , aveva qualche chilo in più, ma va ricordato che non aveva un allenatore e tanto meno un nutrizionista. Stavo facendo del mio meglio, e quello era importante per me. Sinceramente, poi, era altrettanto importante che scrivessero di me: servirà ad attirare sponsor , senza quelli non avrei mai potuto continuare a praticare questo sport».

Non solo le vittorie, anche sconfitte incredibili come la tua cambia la storia dello sport. E' il caso della cosiddetta regola “Eddie the Eagle” introdotta dal Cio. Secondo te è stata una scelta giusta quella di limitare la possibilità di partecipare?

«Diciamo che è stata un'arma a doppio taglio. Io penso che ogni atleta in qualsiasi angolo del pianeta, che sia primo al mondo o centomillesimo , deve poter rappresentare il proprio Paese. Quella regola limiterà questa possibilità. Va però detto che permise di premiare quegli atleti davvero dotati, fermando quelli che nei Giochi olimpici cercavano solamente un po' di notorietà».

Calgary '88 fu peraltro un'edizione speciale, visto che al tuo mito si aggiunse anche quello degli atleti del bob jamaicano. Vi siete mai parlati?

«Li ho conosciuti eccome. La pista da bob era accanto all'impianto in cui gareggiavo. Ci vedevamo al villaggio olimpico, ci scambiavamo battute, e quell'amicizia dura ancora oggi. Sono stato alla première del film su di loro, e loro sono venuti alla mia . Siamo amici anche su Facebook, spesso ci scriviamo».

Lo hai citato tu: il tuo mito si consolida con il film “Eddie the Eagle” del 1999, con Taron Egerton e Hugh Jackman , che diventa un successo mondiale. Che rapporto hai con quella pellicola?

«Ho amato quel film. Uscì quindici anni dopo l'Olimpiade e mi stupì che, per raccontare la mia storia, fosse servito tutto quel tempo. L'attore era esattamente come me, fu perfetto. Sono sincero: l'ho rivisto almeno centocinquanta volte.

Ti vedremo in Italia per Milano-Cortina 2026?

«Non so ancora se sarò a Milano, mi hanno proposto un paio di conferenze, ma non c'è nulla di confermato. Mi piacerebbe però tornare in Italia».

E oggi cosa fa Eddie l'Aquila?

«Sono speaker in incontri motivazionali, racconto la mia esperienza e aiuto atleti e persone a credere in se stessi. Spesso mi invitano in televisione e accetto sempre volentieri, tra le altre cose sono stato anche tra i partecipanti della trasmissione “Dancing on Ice”».

“Nel salto c'è un detto”, dice una battuta del film dedicato a Edwards, “non sei mai più grande del trampolino”. Siamo sicuri, leggendo la storia di Eddie?

 

Eddie con gli sci e l'effetto ottico di un salto
Eddie con gli sci e l'effetto ottico di un salto

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