Il ct Feltrin: «Goggia e Brignone? Il mio compito è accompagnare il talento»
L’allenatore bellunese della Nazionale femminile di sci torna nella sua terra: «Per me è un’emozione enorme»

C’è chi lascia il segno con i risultati e chi, prima ancora, lo fa con il metodo. Giovanni Feltrin appartiene alla seconda categoria: quella degli strateghi silenziosi, degli uomini che creano le leggende. Nel circo bianco lo chiamano tutti “Johnny”, con quel misto di rispetto e familiarità che si riserva a chi ha visto molto e capito di più. Ex atleta senza titoli roboanti, Feltrin, bellunese, 54 anni, ha trasformato una carriera agonistica dignitosa in una vocazione assoluta per l’analisi, la psicologia e la costruzione dell’atleta. Il suo capolavoro ha il volto determinato di Sofia Goggia e l’oro olimpico di PyeongChang 2018, una pagina che ha riscritto la storia dello sci alpino italiano. Con le Olimpiadi di Milano-Cortina ormai aperte e il richiamo delle sue montagne natali, anche affettivamente Feltrin torna a centro della scena.
Giovanni, partiamo dall’inizio. Che atleta è stato Feltrin prima di diventare Feltrin?
«Un atleta curioso più che vincente. Ho percorso la mia strada dai Mondiali juniores di Zinal nel 1990 fino alla fine degli Anni Novanta. Una medaglia di bronzo, tanta Coppa Europa, qualche rimpianto e molte domande. Non sono arrivato dove sognavo da ragazzo, ma ho capito presto che osservare, studiare e interpretare mi riusciva meglio che gareggiare».
Che sapore hanno per te le Olimpiadi di Milano-Cortina?
«Quello di casa. Sono cresciuto in questi posti, non solo dal punto di vista agonistico. Ho un legame affettivo profondo con l’area di Auronzo e Misurina. Tornare qui ora con le mie atlete, a cercare grandi risultati, è una sensazione che non ha paragoni».
C’è chi ti definisce “l’inventore” di Sofia Goggia.
«Io credo di essere stato la guida di un talento fuori dal comune. Ho saputo completare e accompagnare un potenziale che aspettava solo di sbocciare. La chiamerei intesa».
A PyeongChang Goggia è stata la prima italiana a vincere l’oro olimpico nella discesa libera.
«Un risultato che va oltre la medaglia. Prima di Sofia, alle Olimpiadi, in libera aveva vinto solo Zeno Colò nel 1952. È stato un punto di svolta, una rinascita per tutto il movimento femminile italiano».
E Federica Brignone?
«Una sciatrice di caratura eccezionale: equilibrata, potente e mentalmente ineccepibile».
Come hanno fatto Sofia e Federica a tornare ai massimi livelli dopo gli infortuni?
«Mente e allenamento. A volte sembrano quasi dei cyborg: il corpo risponde alla supremazia della mente, che s’impone di superare dolore e fatica per tornare a giocare con i limiti fisici».
E cos’è che si cela dietro il successo di queste ragazze?
«Il mondo le guarda come esseri straordinari, e lo sono. Ma sono anche ragazze che amano e cercano la normalità. Ho imparato che il mio ruolo non è solo quello dell’allenatore, ma di qualcuno che ascolta, consiglia e rispetta i loro momenti emotivi».
Quali altre azzurre possono fare la differenza ai Giochi di casa?
«Ognuna ha caratteristiche vincenti. Curtoni, veterana e calcolatrice; Pirovano, Melesi e le sorelle Delago hanno i loro assi; Nicol ha fatto un capolavoro a Tarvisio vincendo a 30 anni la sua prima prova di Coppa del Mondo. Sta crescendo anche Della Mea».
Per cosa lottate, singolarmente e come squadra?
«Per cose grandi. Ora che siamo arrivati alle Olimpiadi, le sensazioni sono amplificate, la tensione alle stelle, ma ognuno sa quale sia il proprio ruolo e lavora per non deludere nessuno: né sé stesso né la propria bandiera».
Guardando a Milano-Cortina, Feltrin può fare ancora la differenza?
«Le grandi competizioni si vincono nei dettagli. E i dettagli sono fatti di preparazione, gestione della pressione, lettura degli atleti. Se posso contribuire a creare le condizioni giuste, allora sì: la differenza si può fare».
Chi è oggi Johnny?
«Un allenatore che continua a imparare. Finché avrò curiosità, passione e sogni, so che sarò nel posto giusto».
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