Cortina 1956, l’amarcord di quella prima fiamma che fece la storia d’Italia
Scriveva il Corriere: «Un’Olimpiade si può vincere o si può perdere anche in un altro campo, che è quello dell’organizzazione. Noi abbiamo lasciato il mondo ammirato per quello che abbiamo saputo fare»

È giovedì 26 gennaio 1956 quando nello Stadio del Ghiaccio di Cortina si aprono i Giochi Olimpici, con un largamente esaurito palazzo: sono presenti 14mila persone, gli organizzatori all’ultimo momento hanno dovuto aggiungere sedie in quantità industriali per accogliere tutti (la capienza originaria è di poco più della metà). In attesa dell’apertura ufficiale, si esibiscono la banda della Guardia di Finanza con alcuni inni, e un coro di Trento con canti montanari.
Alle 11.30 in punto fa il suo ingresso nello stadio il presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, accompagnato dal presidente del Senato Cesare Merzagora e da quello della Camera Giovanni Leone, accolti dall’inno nazionale e dall’inno olimpico composto da Michal Spisak; per quest’ultimo è la prima volta, essendo stato ufficialmente riconosciuto dal Comitato Olimpico Internazionale solo l’anno prima.
Intanto è iniziata la sfilata delle nazioni partecipanti, con gli atleti partiti dal centro di Cortina; come da tradizione, il corteo è aperto dalla delegazione della Grecia, portabandiera lo sciatore Alexandros Vouxinos, e chiuso da quella italiana, con il vessillo affidato al saltatore con gli sci Nilo Zandanel. Sono presenti 32 nazioni, per un totale di 822 atleti; è la prima volta per Unione Sovietica, Iran e Bolivia (quest’ultimo primo Paese tropicale a cimentarsi nei Giochi invernali).

Paolo Thaon di Revel, presidente del Comitato organizzatore, pronuncia l’indirizzo di saluto, poi il Capo dello Stato Gronchi proclama la formula di rito: «Dichiaro aperti i Settimi Giuochi invernali di Cortina d’Ampezzo, celebranti la sedicesima Olimpiade dell’era moderna». Sul pennone sale la bandiera olimpica, mentre fa il suo ingresso nello stadio l’ultimo tedoforo, Guido Caroli, milanese, pattinatore di velocità su ghiaccio, alla sua terza Olimpiade. Reggendo la fiaccola compie un giro dello Stadio, ma ha un piccolo infortunio: inciampa in uno dei cavi della televisione, riesce comunque a non far spegnere la fiamma, si rialza e attorniato da otto araldi in costume medievale raggiunge il braciere, accendendo il fuoco olimpico.
È il momento del giuramento tradizionale, affidato per la prima volta a una donna: Giuliana Chenal Minuzzo, medaglia di bronzo nella discesa libera alle Olimpiadi di Oslo 1952. Anche se aostana di adozione, è veneta di origine: è nata nel 1931 a Vallonara, all’epoca Comune autonomo del Vicentino, oggi frazione di Marostica. È lei a pronunciare la formula: «Giuriamo di essere concorrenti leali, gareggeremo con spirito cavalleresco per l’onore del nostro Paese e la gloria dello sport».
La cerimonia si conclude alle 12.30, con il presidente Gronchi e le autorità lasciano lo Stadio, accompagnati dall’esecuzione del canto “La Montanara”.
Da ricordare il viaggio effettuato dalla fiamma olimpica per raggiungere Cortina: anziché dal tradizionale start in Grecia ad Olimpia, la partenza è avvenuta il 22 gennaio da Roma, per poi essere portata in aereo in Veneto; primo tedoforo è stato Adolfo Consolini, discobolo, medaglia d’oro a Londra 1948, e d’argento a Helsinki 1952.
Lungo il percorso fino a Cortina, la fiaccola è stata affidata a nomi famosi, come gli sciatori Zeno Colò e Severino Menardi, i fondisti Vincenzo ed Enrico Colli, il marciatore Pini Dordoni, il pattinatore di velocità Guido Citterio, e l’alpinista Pino Lacedelli. Scrive la Gazzetta dello Sport, con largo uso di retorica: «Per la prima volta in ventisette secoli la fiamma d’Olimpia sosta e arde su terra italiana: l’accoglie la bianca, scintillante conca di Cortina, facendole corona della sua regale maestà dolomitica. Faranno storia, dunque, il luogo e la data non solo nel libro dello sport, ma pure in quello della Patria e della civiltà».
La cerimonia di chiusura si tiene domenica 5 febbraio, sempre nello Stadio del Ghiaccio, preceduta da una dimostrazione di pattinaggio artistico organizzata dai campioni maschili, femminili e a coppie. Fanno il loro ingresso i portabandiera di ogni nazione, seguiti dalle bandiere di Grecia, Italia e Stati Uniti, issate sui pennoni per onorare la nazione fondatrice delle Olimpiadi, la nazione ospitante e il Paese ospite dei successivi Giochi invernali.
Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico Internazionale dell’epoca, dichiara chiuse le Olimpiadi; infine, uno spettacolo pirotecnico. C’è da dire che i Giochi di Cortina segnano il debutto olimpico della televisione, che in Italia ha esordito appena due anni prima. La Rai ha ottenuto i diritti gratuitamente (il Coni ha contribuito con 10 milioni di lire) e ha assicurato le riprese a 61 network esteri.
A conclusione dei Giochi 1956, scrive il Corriere della Sera: «Un’Olimpiade si può vincere o si può perdere anche in un altro campo, che è quello dell’organizzazione. Il mondo guardava a noi che per la prima volta ci accingevamo a questa impresa per giudicare le nostre capacità, la nostra competenza, la nostra disciplina, e noi abbiamo lasciato il mondo ammirato per quello che abbiamo saputo fare».
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