Dalla dicotomia al continuum: perché il linguaggio dà forma al nostro modo di pensare, parola di Vera Gheno
La sociolinguista propone una riflessione sul valore dei plurali e dell'inclusione: come accogliere la complessità e superare la paura dell'«altro»

Il concetto di frontiera fa venire in mente, in prima battuta, una linea che circoscrive e delimita qualcosa, classicamente un territorio; pensiamo ai bordi di qualcosa di coeso, di omogeneo, riconoscibile, dunque, ma soprattutto pensiamo a quello che c’è al di qua del confine. Raramente ci soffermiamo a pensare a quanto si trova oltre la frontiera; al fatto che forse, al di là di essa, ci sono persone che si vedono a loro volta coese, omogenee e unite, e che nutrono nei nostri confronti sentimenti analoghi. Dal punto di vista di chi è circondato da una frontiera, l’oltre è l’altro, e l’altro, il diverso dal “noi”, è spaventoso perché sconosciuto. Tutto ciò non deve stupire: i processi istintivi di alterizzazione, quelli per cui ciò che è “diverso da noi” deve preoccuparci, hanno lo scopo di contribuire ad aumentare la coesione interna al gruppo, coltivando il senso di appartenenza e di vicinanza tra chi si somiglia in contemporanea a quello di distanza da tutti gli altri (il fenomeno è definito omofilia, che è il nome tecnico della preferenza che noi esseri umani abbiamo per stare insieme a persone che riconosciamo simili a noi; da essa consegue una certa tendenza alla xenofobia, che è prima di tutto la paura del diverso).
La scelta del plurale frontiere a titolo della rassegna di cui farò parte non è, però, casuale. Di certo, si riferisce alla molteplicità dei confini che ci possiamo immaginare (geografici, politici, linguistici, scientifici), come pure al luogo dove questa rassegna si tiene, Gorizia, ma anche a una prospettiva di crescita - si pensi a chi si occupa di questioni estremamente innovative - e di superamento dei limiti precedentemente delineati: le frontiere della conoscenza. Inoltre, quel plurale ci induce a pensare alle frontiere anche come punti di incontro, come luogo dove si incontrano le differenze, senza per forza scontrarsi, ma piuttosto per conoscersi, e magari scoprire di avere in comune molto più di quanto si pensasse. Le uniche frontiere davvero nette, di fatto, sono quelle tracciate dagli esseri umani. La natura, di suo, preferisce il concetto di continuum a quello di separazione netta.
A proposito di questo, ecco l’angolatura dalla quale cercherò di affrontare il tema del mio intervento, che sarà sulla dicotomia maschile/femminile. Partirò, chiaramente, dal mio campo, ossia dal campo linguistico, e dal fatto che la nostra lingua, avendo il genere grammaticale, presenta una divisione netta in sostantivi di genere maschile e femminile, appunto. Non sono previste sfumature, non ci sono grigi: ogni sostantivo ricade o in una categoria, o nell’altra, o al limite in entrambe. Questa dicotomia non ha, apparentemente, ricadute finché si parla di oggetti inanimati o di concetti astratti: il fatto che il tavolo sia maschile e la sedia femminile non comporta particolari problemi, se non per le persone che devono imparare l’italiano come lingua straniera e che rimangono, ovviamente, perplesse dal fatto che non ci sia una spiegazione razionale rispetto al fatto che alcuni concetti siano rappresentati da parole di genere maschile e altre da parole di genere femminile. A dire il vero, alcuni studi, come quelli di Lera Boroditsky, mostrano che il genere che ha la parola che definisce un certo concetto influisce anche sul modo in cui percepiamo e descriviamo quel concetto: consiglio di cercare il suo bel TED Talk intitolato “How language shapes the way we think”, ossia “Come la lingua dà forma al nostro modo di pensare”.
La questione cambia sostanzialmente quando la divisione in due categorie opposte, maschile e femminile, viene applicata agli esseri umani. Al di là di chi rimane effettivamente fuori dalla possibilità di abitare la lingua con agio (le persone che non si identificano nei due generi, che, indipendentemente da ogni possibile proclama politico, esistono e continueranno a esistere), la domanda che ci possiamo porre è come questa visione binaria influisca sulla percezione di coloro che in queste due categorie non rientrano. Come abbiamo accennato poco fa, la natura del mondo è molto più complessa e variegata di così. Le cose non sono o bianche o nere, o belle o brutte, o giuste o sbagliate, o allo stato solido o allo stato liquido. In un certo senso, ci piacerebbe che fosse tutto così chiaro, così sistemabile in categorie discrete, perché sarebbe più facile da classificare e da comprendere; ma così non è. Perfino una divisione che a lungo era stata data per scontata, come il dualismo onda-particella, si è scoperto essere incorretta.
Insomma, la natura ama gli spettri, non le classificazioni binarie: possiamo trarre qualche insegnamento, da questo? Le divisioni nette sono utili per una comprensione di partenza: vanno a formare quel sostrato di bias, di pre-giudizi (in senso etimologico) che ci permettono, nei percorsi di conoscenza, di non ripartire tutte le volte da zero. Però non possono rimanere l’unica chiave di lettura del presente: la realtà delle cose è complessa, e tale complessità va accolta, anche quando sfugge alla nostra comprensione. Accogliere la complessità, a mio avviso, è il primo passo per iniziare a pensare a ciò che sfugge alle classificazioni rigide, o alla comprensione, con curiosità e non come qualcosa di “sbagliato”.
Voglio fare un esempio del cambiamento di atteggiamento che mi piacerebbe contribuire a provocare: una volta, le persone con i capelli rossi – soprattutto le donne – erano considerate demoniache, e non di rado la loro esistenza finiva tragicamente sul rogo. Per fortuna, i tempi sono cambiati, e benché le persone con i capelli rossi rimangano decisamente minoritarie, non ci si sogna più di considerarle pericolose o emissarie del Maligno. Il capello rosso è raro, ma ha perso la sua connotazione negativa. Che possa succedere anche per altre caratteristiche? Possiamo far pace con il fatto che oltre alle dicotomie, compresa quella tra maschile e femminile, c’è di più? E che quel più non è malvagio, non è sbagliato, è solo altro?
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