Maurizio Ferraris smonta i miti sulle macchine a Gorizia
La riflessione del docente di Filosofia Teoretica tra il palcoscenico del Teatro Verdi e la piazza Transalpina: «La tecnologia non è un confine da conquistare, ma uno spazio da abitare»

Maurizio Ferraris, tra i più noti filosofi italiani contemporanei e docente di Filosofia teoretica all’Università di Torino, sarà ospite del Festival Frontiere domenica 4 ottobre alle 15 al Teatro comunale Giuseppe Verdi di Gorizia. Al centro del suo intervento il confronto tra “Intelligenza naturale / Intelligenza artificiale”, una delle questioni decisive del nostro tempo, tra tecnologia, memoria, responsabilità e futuro del pensiero.
Professor Ferraris, che cosa distingue davvero l’intelligenza naturale da quella artificiale?
«La differenza fondamentale è che l’intelligenza naturale è incorporata in un organismo che ha bisogni, desideri, paure, memoria, mortalità. L’intelligenza artificiale, invece, non ha un mondo proprio: dispone di una quantità enorme di registrazioni del nostro mondo. Per questo preferisco parlare meno di una intelligenza che ci imita e più di una gigantesca capacità di elaborazione e di restituzione. L’AI sa fare cose che noi non sappiamo fare, e soprattutto le fa molto più rapidamente, ma non per questo vive, desidera o comprende come un essere umano. È una differenza decisiva, che ci impedisce tanto di sottovalutare le macchine quanto di mitizzarle».
Le macchine imparano da noi: ma che cosa non potranno mai imparare?
«Mai dire mai, perché la storia della tecnica è piena di presunte impossibilità che sono state smentite. Ma c’è almeno una cosa che una macchina non possiede nel senso in cui la possediamo noi: l’esperienza di essere esposta al mondo. Noi impariamo perché possiamo fallire, soffrire, invecchiare, perdere qualcuno, essere responsabili di ciò che facciamo. Una macchina può registrare milioni di descrizioni del dolore senza provare dolore. Questa asimmetria non la rende inferiore: semplicemente ne definisce la natura. Il punto interessante è semmai capire quante attività che credevamo inseparabili dall’esperienza possano essere svolte senza esperienza».
L’intelligenza artificiale ci rende più liberi o più prevedibili?
«Entrambe le cose. Ogni tecnica aumenta le nostre possibilità e contemporaneamente ci rende più leggibili. Il telefono ci permette di parlare con chiunque, ma registra dove siamo; una piattaforma ci offre una quantità sterminata di scelte, ma impara dalle nostre scelte precedenti. L’AI radicalizza questa situazione perché trasforma le tracce che lasciamo in previsioni. Tuttavia, essere prevedibili non significa essere determinati. La libertà non consiste nell’essere misteriosi o imprevedibili; consiste nel poter rispondere delle proprie azioni e, soprattutto, nel poter cambiare comportamento. Il problema politico è impedire che la previsione diventi prescrizione».
La tecnologia ci avvicina alla realtà o rischia di sostituirla con una sua simulazione?
«La tecnologia non ci allontana dalla realtà, se non altro perché è essa stessa realtà: molto spesso ce la rende accessibile. Un microscopio, un telescopio, una TAC mostrano aspetti del reale che senza tecnica non vedremmo. L’errore comincia quando scambiamo la mediazione con la sostituzione e immaginiamo che, poiché accediamo al mondo attraverso schermi, dati e rappresentazioni, allora esistano soltanto schermi, dati e rappresentazioni. È una vecchia tentazione filosofica. La realtà, invece, è precisamente ciò che resiste alle nostre interpretazioni e alle nostre simulazioni. Possiamo simulare una tempesta, ma questo non impedisce alla tempesta reale di distruggere una casa. Se l’AI pensa per noi, che cosa resta della responsabilità umana? Direi anzitutto che l’AI non pensa “per noi” se con questo intendiamo che possa assumersi la responsabilità al nostro posto. Può suggerire una diagnosi, scrivere un testo, proporre una decisione, ma qualcuno decide di adottarla, applicarla, firmarla. Delegare una funzione non significa delegare la responsabilità. Anzi, più le macchine diventano potenti, più cresce la necessità di sapere chi risponde del loro uso. È molto comodo attribuire alla tecnologia una volontà autonoma: ci permette di dire “è stato l’algoritmo”. Ma l’algoritmo non va in tribunale, non vota, non prova rimorso. La responsabilità resta umana perché umane sono le istituzioni entro cui la macchina agisce».
A Gorizia si parla di frontiere: l’AI è un confine da superare o uno spazio da abitare?
«Direi uno spazio da abitare. L’idea del confine da superare conserva qualcosa di eroico e forse di ingenuo: come se dall’altra parte ci fosse un territorio nuovo che, una volta conquistato, risolvesse i nostri problemi. L’IA è invece già dentro le nostre pratiche quotidiane, nel lavoro, nella ricerca, nella comunicazione. Dobbiamo imparare ad abitarla come abbiamo abitato la scrittura, la stampa, l’elettricità, Internet. Abitare significa conoscere possibilità e rischi, costruire regole, assumere responsabilità. Le frontiere più importanti, del resto, non separano soltanto territori: organizzano rapporti».
Il festival lavora su coppie opposte: la filosofia può ancora trasformare le contrapposizioni in domande?
«È forse uno dei suoi compiti essenziali. Le contrapposizioni sono rassicuranti: naturale o artificiale, vero o falso, umano o macchina, libertà o determinismo. La filosofia comincia quando ci si accorge che queste alternative, prese troppo rigidamente, impediscono di capire il problema. Non si tratta di cancellare le differenze, ma di chiedersi come siano nate, che cosa distinguano davvero e quali fenomeni lascino fuori. Trasformare una contrapposizione in una domanda significa sottrarla alla propaganda e restituirla al pensiero. In questo senso la filosofia non risolve le opposizioni: le rende più intelligenti».
L’intelligenza artificiale ci obbliga a ridefinire cosa intendiamo per conoscenza?
«Sì, perché ci costringe a distinguere tra sapere e capire. Una macchina può disporre di una quantità immensa di informazioni, collegarle e produrre risposte migliori delle nostre senza, per questo, sapere nel senso umano del termine. La conoscenza non è soltanto disponibilità di dati: è anche sapere perché una cosa conta, che cosa implica e che cosa siamo disposti a farne. L’AI ci ricorda, paradossalmente, che conoscere non significa semplicemente avere una risposta».
In un tempo in cui le macchine sembrano rispondere più in fretta, qual è il valore umano della lentezza?
«La lentezza è il tempo in cui una risposta può diventare un pensiero. Le macchine sono velocissime perché non esitano; noi esitiamo perché abbiamo qualcosa da perdere, da scegliere, da comprendere. Naturalmente la lentezza non è un valore in sé: anche la stupidità può essere lentissima. Ma fermarsi, tornare indietro, cambiare idea, lasciare sedimentare un’esperienza sono operazioni essenzialmente umane. Forse, nell’epoca delle risposte istantanee, il lusso più raro sarà proprio quello di non rispondere subito».
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