Laterza: «Capire i limiti e superarli: è la missione di Frontiere»

Il presidente della casa editrice lancia le conferenze nel festival Nem a Gorizia: «L’incontro di parole e pensiero»

Paolo Marcolin
Giuseppe Laterza
Giuseppe Laterza

Giuseppe Laterza, presidente della casa editrice fondata a Bari nel 1901 e protagonista da decenni del dibattito culturale italiano, racconta il lavoro che sta dietro a “Frontiere - Dove i mondi si incontrano”.

La prima edizione del festival del Piccolo e di Nord Est Multimedia si terrà a Gorizia dal 2 al 4 ottobre, nel solco di GO!2025: tre giorni di incontri, lectio e percorsi urbani tra storia, geopolitica, filosofia, scienze e arti. L’iniziativa nasce dalla coesione con Editori Laterza, Fondazione Carigo, Comune di Gorizia e Regione Friuli Venezia Giulia, con il contributo di Gect Go e Cassa Rurale Fvg e con la collaborazione delle Università di Udine, Trieste e Nova Gorica. Il Teatro Verdi sarà il cuore degli incontri, mentre l’evento diffuso Crossroads porterà il festival nei luoghi della città.

Laterza arriva per la prima volta a Gorizia curando il programma del festival di Nem. Da dove siete partiti?

«Quando si arriva in una città nuova la prima preoccupazione è costruire un progetto insieme alle istituzioni e alle realtà locali. In questo caso siamo molto contenti, perché Frontiere nasce da una vera sinergia. È un gioco di squadra nel quale Laterza porta una competenza specifica, ma entra con la consapevolezza che Gorizia è già una città ricca di iniziative, a cominciare da quelle dedicate alla storia. La partnership è dunque decisiva: ci sono interlocutori solidi, a partire dal gruppo Nem, con i quali pensare e realizzare il programma».

28/09/26 GORIZIA Totem Frontiere in città. Foto Tibaldi
28/09/26 GORIZIA Totem Frontiere in città. Foto Tibaldi

Il ruolo della casa editrice è quello di fare la regia?

«Sì. In un festival, come in una collana di libri, si parte da un concetto. “Frontiere” è una parola suggestiva, ma soprattutto un’idea da articolare. Chi costruisce il programma individua gli autori, propone accostamenti, in questo caso possibili coppie di parole, poi ne discute con i relatori. Del resto, circa il novanta per cento dei nostri libri nasce da una proposta rivolta agli autori. Molti immaginano la casa editrice come una buca delle lettere: arriva il manoscritto e l’editore lo stampa. Non è così. L’editore esercita una regia culturale e mantiene un rapporto molto forte con gli autori. Per noi questo è centrale».

Negli ultimi anni i festival culturali si sono moltiplicati. Producono davvero conoscenza o rischiano di ripetere sempre la stessa formula?

«Non è mai la stessa lezione. Sono stato in tournée con Alessandro Barbero quando è uscito il suo libro su San Francesco: ha parlato in più di una dozzina di teatri, da Nord a Sud, e ogni volta cercava una chiave diversa. Il suo San Francesco cambiava a seconda del pubblico che di volta in volta aveva davanti. Questo vale anche per il modo in cui pensiamo. Darwin diceva che una scoperta scientifica è la ricomposizione di elementi sparsi. Non è semplicemente una lampadina che si accende nel buio: esistono fenomeni diversi e la scoperta consiste nel comprendere che quei fenomeni sono legati. Il lavoro del ricercatore, da questo punto di vista, non è lontano da quello dell’editore. Noi lavoriamo con le parole e ricombiniamo gli elementi a seconda del tema, ogni volta in modo creativo. Nei festival si mette in moto una forma di intelligenza collettiva. Gli storici mi raccontano spesso di tornare a casa arricchiti: condensare in un’ora, davanti a un pubblico eterogeneo, anni di ricerca li obbliga a trovare un linguaggio nuovo e sviluppa una creatività ulteriore».

Perché la scelta è caduta proprio sulla parola “frontiere”?

«Ralf Dahrendorf, autore Laterza, intitolò la propria autobiografia “Oltre le frontiere”. I confini sono necessari: se non sono valicabili si vive in una prigione, ma se non esistono si vive in un deserto. Le frontiere ci definiscono, ci danno un’identità, e nello stesso tempo devono poter essere attraversate, perché occorre scoprire la realtà che esiste al di là. Devono anche essere mobili, come ci mostra la scienza. L’idea del festival nasce dunque dalla convinzione che ciascuno debba riconoscere i propri limiti, ma anche tentare di superarli. E Gorizia è esattamente il luogo nel quale questa tensione non è astratta: appartiene alla storia e alla vita quotidiana della città».

Tra le frontiere esplorate dal festival c’è quella fra intelligenza naturale e artificiale. Come cambiano queste tecnologie il nostro rapporto con il libro?

«Il libro è un buon esempio di come le tecnologie possano cambiare il nostro modo di apprendere, conoscere e leggere, senza però determinarlo. Resta infatti uno spazio decisivo affidato alla discrezionalità dell’uomo. Un esempio clamoroso è il Kindle, lanciato da Amazon nel 2007: un dispositivo capace di contenere migliaia di testi. Al suo arrivo si scatenarono profezie sulla fine della carta. Chi avrebbe più comprato un libro, potendo leggere tutto su uno schermo? Quasi vent’anni dopo, tuttavia, quella profezia è stata smentita. La tecnologia è uno strumento straordinario: possiamo usarla a nostro beneficio oppure contro di noi. Se pensassimo di sostituire la migliore narrativa, la saggistica e la manualistica con testi prodotti dall’intelligenza artificiale, finiremmo per impoverirci. Se invece manterremo al centro l’autorialità, con la responsabilità e la libertà di scelta che comporta, continueremo a beneficiare delle intelligenze naturali».

Vi è mai arrivato un manoscritto scritto dall’intelligenza artificiale, o che sospettavate lo fosse?

«Non dai nostri autori. Talvolta arrivano testi proposti da persone sconosciute e ci si accorge subito che il timbro della pagina nasce dall’astrazione anziché dall’esperienza concreta. Alcuni autori ci hanno raccontato di avere utilizzato l’Intelligenza artificiale durante la ricerca, per svolgere verifiche sul proprio lavoro: è un uso legittimo. Ciò che pubblichiamo, tuttavia, deve restare frutto dell’autore».

 

Riproduzione riservata © il Nord Est