«Adulti centrati su di sé e figli reclusi nella rete»: la lezione di Matteo Lancini a Gorizia
lo psicoterapeuta e presidente del Minotauro al festival Frontiere: «I social non sono una trappola, ma il luogo in cui abbiamo costretto a crescere i ragazzi».

Sarà Giovani/Adulti il binomio proposto dal festival nell’incontro con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e autore di “Chiamami adulto. Come stare in relazione con gli adolescenti” (Cortina) e del saggio appena uscito “A volte ti amo. Il dilemma della coppia nelle nuove generazioni” (Einaudi). Tra i maggiori esperti dell’età evolutiva, Lancini racconta il disorientamento reciproco: da una parte adolescenti fragili e ipertecnologici, dall’altra genitori spaesati, incerti sul proprio ruolo educativo. Una distanza che rischia di isolare, ma può diventare anche occasione di ascolto.
Di che tipo di riferimenti hanno bisogno i giovani?
«Di adulti che siano in grado di offrire una relazione autentica in una società finta e dissociata, che la smettano di accusare i giovani di essere il problema. Le vere complicazioni sono legate al fatto che gli adulti si occupano molto di sé. Avevano promesso più ascolto dei genitori ai loro figli ma a patto che questi non avanzassero richieste. E quindi in questo momento c’è un disincanto, una disillusione di chi si aspettava di essere centrale nella famiglia e a scuola, ma così non è».
Le fragilità degli adulti condizionano i giovani?
«Certamente a scuola e in famiglia. Oggi i ragazzi crescono immersi in un bagno di relazioni che vanno oltre il contesto familiare. I genitori fragili agiscono solo avendosi come riferimento, millantando attenzione agli altri. In verità negli ultimi anni tutti i provvedimenti educativi sono stati adottati per il benessere degli adulti e non pensando agli studenti».
Maschi e femmine hanno reazioni diverse?
«Il più grande stereotipo oggi è non accettare il fatto che le differenze tra maschi e femmine sono in realtà diminuite. Vengono cresciuti ed educati nello stesso modo ma ci sono dati che attestano come le ragazze tendano a problematizzare di più. Ad affermare i propri disagi perché hanno mediamente una maggiore capacità introspettiva».
Che cosa rappresentano i social?
«Sono la vita e la società. Non c’è più distinzione tra vita vera e virtuale. Sono i luoghi dove gli adulti hanno obbligato gli adolescenti a crescere, chiudendo gli spazi di gioco e socializzazione. Il divieto per i ragazzi di tornare da soli da scuola, di giocare a pallone per strada anticipa la diffusione di social e videogiochi. Gli adulti hanno sequestrato il corpo dei figli, lo vogliono sotto controllo obbligandoli così a vivere nella rete. Non riconoscono questa imposizione, di fatto preferiscono credere che siano i social ad aver catturato i ragazzi. Gli adulti hanno creato un sistema di paranoie. Bambini e adolescenti non hanno più la possibilità di fare esperienza fuori dal loro controllo. I pochi spazi rimasti sono geolocalizzati».
Qual è il filo che collega il suo penultimo libro a quello appena uscito?
«Le relazioni. Nel primo saggio scrivevo della relazione autentica come antidoto al senso di solitudine e prevenzione alla violenza. Oggi mi spingo a parlare del nucleo della relazione, cioè la coppia che in senso tradizionale è esperienza di progetto e negoziazione. Un modello oggi scomparso nella società che alimenta l’idea che sia l’individuale quello che conta denigrando la dipendenza affettiva. Ma l’essere dipendente affettivo è ciò che salva l’essere umano. Nasciamo tutti con una propensione ad essere legati al partner che non significa vivere in una relazione tossica ma in una modalità di negoziazione con l’altro».
Vivere a Nordest in un territorio multiculturale di confine aiuta i giovani?
«I giovani sono esseri di confine fra la fanciullezza e l’età adulta, sono l’incarnazione del cambiamento. Non conosco bene questa realtà ma la multiculturalità senza contrapposizione spinta è un elemento positivo».
Che aspetti non vanno omessi nel rapporto fra generazioni?
«La relazione deve essere autentica, ed è necessaria non tanto la capacità di ascoltare, quanto di chiedere all’altro: chi sei tu? »
A FRONTIERE. “Giovani / Adulti”: Gorizia, sabato 3 ottobre, ore 15. 30, Teatro Verdi.
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