«Dal sogno di Herzl al governo Netanyahu»: la storica Anna Foa analizza sionismo e diaspora a Gorizia
L'intervento della saggista per l'apertura di Frontiere: «Drammatica crisi democratica in Israele, ma in futuro la coabitazione tra due popoli può tornare pensabile»

Storica dell’ebraismo, già docente di Storia moderna alla Sapienza Università di Roma, Anna Foa a Gorizia parlerà nella serata di apertura, sul tema “Sionismo / Diaspora”.
Professoressa Foa, cosa significa oggi parlare di sionismo e di diaspora?
«Significa parlare delle comunità ebraiche della diaspora. Quelle americane, molto numerose, quelle europee, e anche quella italiana, che è piccolissima, con circa 23.000 aderenti all’Unione delle Comunità ebraiche. Il sionismo, invece, oggi viene sempre più identificato con la politica del governo di Israele, anche se dal punto di vista semantico non sarebbe corretto, dal momento che nasce alla fine dell’Ottocento, si radica in Palestina e conosce molte trasformazioni. Forse sarebbe più giusto parlare di sionismi. Oggi, però, nel linguaggio comune, sionismo indica soprattutto la politica del governo Netanyahu, estremamente fanatico, religioso e razzista».
Il sionismo è nato come risposta alla persecuzione?
«Sì, nasce con Herzl, ma ha radici precedenti. La maggior parte dei sionisti viene dall’Europa orientale, dove gli Ebrei erano perseguitati, in particolare nella Russia zarista, segnata da pogrom e massacri. Nell’Europa occidentale, invece, gli Ebrei che avevano ottenuto l’emancipazione vivevano come cittadini dei diversi Stati».
Quando il sionismo cambia natura?
«Quando subentra l’ambizione nazionale di arrivare a uno Stato degli Ebrei, dopo quasi 2000 anni di dispersione. La diaspora, dopo la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C., porta gli Ebrei lungo le coste del Mediterraneo, in Spagna, in Italia, e poi in molti altri luoghi. Ma già prima, come altri popoli mediterranei, gli Ebrei si erano sparsi e avevano costruito relazioni con mondi diversi».
La diaspora è stata spesso letta come mancanza. Può essere invece una forma di ricchezza?
«Personalmente, come ebrea della diaspora, penso che sia stata una ricchezza per i Paesi in cui le minoranze ebraiche si sono insediate nel corso dei secoli: una ricchezza di incontro culturale, di scambio, di inserimento nella vita degli altri popoli. La stessa storia italiana difficilmente potrebbe essere raccontata senza raccontare anche la presenza ebraica».
Nel suo libro “Il suicidio di Israele” lei mette in evidenza la crisi politica e morale dello Stato israeliano.
«Innanzitutto c’è una politica di apartheid nei territori occupati. Dopo la vittoria del 1967, Israele conquistò territori che non gli appartenevano e si disse che sarebbero stati restituiti in cambio della pace. Invece l’occupazione ha generato forme di oppressione sempre più dure. La Cisgiordania, che dopo Oslo avrebbe dovuto essere la base del futuro Stato palestinese, è oggi attraversata da colonie che si espandono e aggrediscono i villaggi palestinesi. Esistono diritti diversi per Ebrei e Palestinesi. E poi ci sono i morti di Gaza: oltre 70.000, secondo le autorità sanitarie locali citate dalle agenzie internazionali, in risposta ai 1.200 uccisi del 7 ottobre e agli ostaggi. Gaza è distrutta e difficilmente potrà essere ricostruita, mentre il governo israeliano cerca di spingere fuori i palestinesi».
Le critiche alle politiche di Israele vengono spesso considerate una forma di antisemitismo?
«Gli Ebrei israeliani che si battono contro il governo non vengono accusati di antisemitismo. Molti Ebrei della diaspora, invece, sì. Qualunque critica a Israele viene definita da Netanyahu e dai suoi seguaci come antisemita. È un errore grave, perché così si rischia di suscitare antisemitismo invece di combatterlo».
Cosa resta dell’idea di Israele come Stato democratico?
«Uno Stato che mantiene un’occupazione per decenni difficilmente può dirsi pienamente democratico. Nei territori occupati i Palestinesi non sono cittadini israeliani e subiscono un regime diverso. Negli ultimi 15 anni, inoltre, in Israele si è aperta una forte crisi della democrazia interna, accompagnata dalla violenza a Gaza e in Cisgiordania. La Legge fondamentale del 2018 su Israele come Stato-nazione del popolo ebraico ha posto ulteriori limiti, ed è stata criticata da illustri giuristi israeliani come antidemocratica. Se un limite era già contenuto nell’idea di Israele come Stato degli Ebrei, la svolta dei coloni, l’occupazione e il progetto della Grande Israele lo hanno aggravato».
Il conflitto è insanabile?
«Non credo. Penso che sul lungo periodo possano emergere politiche diverse. Oggi da una parte c’è l’idea della vendetta, dall’altra quella di sbarazzarsi dei Palestinesi. Ma se tutto questo riuscirà a decantarsi, forse il sogno dei primi sionisti — un grande Paese abitato da due popoli capaci di coabitare — potrà, alla lunga, tornare a essere pensabile».
A FRONTIERE. “Sionismo / Diaspora”: Gorizia, venerdì 2 ottobre, ore 21, Teatro Verdi.
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