Le frontiere del futuro passano dal nostro coraggio

«I tempi richiedono invenzione, innovazione, fantasia e decisione»: le parole di Kennedy ci chiamano a un confronto su concetti contemporanei come Stati Uniti e Cina, intelligenza artificiale, cosmo, identità e linguaggio

Paolo PossamaiPaolo Possamai

«Siamo sul bordo di una Nuova Frontiera, la frontiera delle speranze incompiute e dei sogni. Al di là di questa frontiera ci sono le zone inesplorate della scienza e dello spazio, problemi irrisolti di pace e di guerra, peggioramento dell’ignoranza e dei pregiudizi, nessuna risposta alle domande di povertà ed eccedenze. Io ritengo che i tempi richiedano invenzione, innovazione, fantasia e decisione».

Fa impressione considerare che questa frase, di chiarissima, stringente e pure inquietante attualità, è stata pronunciata il 15 luglio 1960. Scegliamo il celeberrimo discorso tenuto da John Fitzgerald Kennedy 66 anni fa a Los Angeles, nel momento in cui accettava la nomination del Partito Democratico, per ragionare del concetto di “frontiera” e soprattutto delle nuove Frontiere che abbiamo dinanzi a noi e anzi per certi versi incombono su di noi e dentro ai nostri pensieri ingarbugliati.

Il termine “Nuova frontiera” nella retorica kennedyana va contestualizzato, poiché faceva riferimento alla frontiera americana in continuo divenire/avanzare durante la corsa all’Ovest lanciata a metà’800. Ed è interessante osservare da subito come “frontiera” sia in qualche modo concetto antitetico all’apparente consanguineo “confine”: perché il confine indica un termine, una linea di divisione sia pur condivisa; per converso, in frontiera è immediatamente rinvenibile la parola “fronte”, che implica una direzione e uno sguardo avanti, proiettato all’orizzonte. Difatti nella corsa all’Ovest americana la frontiera avanzava assieme ai cavalli e ai carri e agli armenti. La frontiera contiene l’ipotesi di una esplorazione.

Prendo a prestito del discorso di Kennedy ancora una breve frase: “Non è una frontiera che assicuri promesse, ma soltanto sfide, ricca di sconosciute occasioni, ma anche di pericoli, di incompiute speranze e di minacce». Non la sentiamo vestita sui nostri giorni, calata su di noi e sulle nostre inquietudini? Chi scriveva quelle righe 66 anni fa era alle prese con la Guerra Fredda e con la minaccia sovietica, con un ristagno economico che appesantiva gli Stati Uniti in termini di disoccupazione e povertà, con un contesto sociale segnato dalle discriminazioni razziali. Ma non sono le medesime sfide, mutatis mutandis, che viviamo nel nostro presente sia nella vita di tutti i giorni e sia nello scenario globale?

Di queste nuove frontiere che appartengono agli anni’20 del terzo millennio vogliamo discutere pubblicamente. E ne parleremo in una città che del tema del confine e della frontiera ha fatto il proprio sigillo identitario. Marchiato a fuoco, nella tragedia. Illuminato, nel tempo del riscatto e dell’apertura dell’orizzonte. Parliamo di Gorizia, di una città che ha avuto modo di dimostrare la caduta dei confini e l’apertura delle frontiere, con la dirimpettaia Nova Gorica, nell’annata in cui nel segno di “GO2025” hanno condiviso la Capitale europea della cultura. A Gorizia, appunto, Gruppo Nem (che edita anche questo giornale), ha immaginato un festival intitolato “Frontiere. Dove i mondi si incontrano”. Un festival che ha una vocazione transfrontaliera, insomma in eredità appunto di “GO2025”.

Non indagheremo il concetto di Frontiera esclusivamente in una logica di geopolitica, ma Nem con editori Laterza ha concepito un percorso culturale che si dipana dentro al labirinto delle mille frontiere possibili. Frontiere esplorabili per coppie in qualche modo antinomiche, opposte. Due diverse direzioni proposte al pubblico. Lo faremo in primis con una serie di otto lectio magistralis affidate al teatro Verdi di Gorizia ad altrettante riconosciute voci di primario standing, ciascuno nel proprio ambito specifico, della ricerca internazionale. E tutte le lezioni saranno fruibili in lingua slovena e inglese, con traduzione simultanea e in coerenza con l’attitudine transfrontaliera.

L’assetto bipolare appartiene a tutti gli eventi. Il dibattito geopolitico globale, dunque, viene rappresentato dai due ciclopi che stanno combattendo per la supremazia mondiale: Stati Uniti e Cina. Quali sono le loro strategie e le loro politiche di alleanze, i loro talloni di Achille, i loro tempi? Ne parlerà la sinologa Giada Messetti. Nella dimensione delle fratture della storia e dell’identità del Vicino Oriente si colloca il focus dedicato a Sionismo/Diaspora affidato alla storica Anna Foa. La frontiera mobile e anche gelatinosa fra le generazioni è al centro della riflessione su Giovani/Adulti curata da Matteo Lancini. Delle nuove frontiere del Cosmo, a distanza di quasi 60 anni dall’allunaggio di Armstrong, Aldrin e Collins, nuovi Cristoforo Colombo senza emuli, si occuperà il fisico Paolo Ferri. Vera Gheno dirà di Maschile/Femminile in chiave linguistica, per comprendere le frontiere del linguaggio e il significato che imprimono le parole alla nostra forma mentis e alle nostre relazioni sociali. Il dialogo Bello/Brutto applicato alla storia e alla cultura contemporanea è il campo di indagine di Stefano Velotti, docente di Estetica a Yale e non faticherà a mostrare il movimento del giudizio nel corso del tempo rispetto a queste due categorie del pensiero. Il filosofo Maurizio Ferraris assume la dicotomia intelligenza naturale/intelligenza artificiale come terreno per riflettere su un rispecchiamento sempre più frequente nel nostro quotidiano che obbliga a ridefinire cosa significhi pensare, documentare, decidere. A decidere insomma su una essenziale frontiera dell’umano: l’autonomia della formazione del pensiero. In effetti Ferraris presenterà la propria lezione due volte: una in teatro e la seconda all’Epic center, in piazza Transalpina, luogo simbolo per decenni di un confine che tagliava in due parti Gorizia e oggi emblema di un nuova frontiera. E in questo secondo caso, la lezione sarà rivolta in via esclusiva a un pubblico di giovani liceali di Gorizia e Nova Gorica e di universitari delle università di Udine, Nova Gorica e Trieste.

Concludiamo questa carrellata in teatro con lo storico Alessandro Vanoli, che ci parlerà di Oriente/Occidente, insomma di una frontiera che appartiene storicamente alle relazioni fra due pezzi di mondo che si concepiscono come altre e in certo modo alternative, ma in pari tempo comprendono le proprie ragioni di integrazioni, riconoscono i flussi di interazioni, rinvengono i reciproci flussi di influenze. E parlarne oggi, con i conflitti in atto, assume l’intento di evitare una rimozione.

Ma usciamo ora dal teatro Verdi e camminiamo per Gorizia. Perché un festival non si esaurisce in un cartellone di lezioni magistrali a teatro. Un festival è animazione e partecipazione di una intera città, nel segno del tema che il festival ha prescelto. E qui la Fondazione Cassa di risparmio di Gorizia (CariGo), co-promotore a tutto tondo del festival nel suo insieme, ha assunto l’incarico progettuale di mettere in movimento decine di associazioni culturali goriziane che – appunto – con azioni di spettacoli di danza, teatro, reading pubblici disseminati lungo il centro storico goriziano renderanno conto di Gorizia come città di frontiera. Come? Rappresentando le vicende e le opere di una serie di figure della storia e della cultura nate a Gorizia e illustri nella parabola dell’Impero d’Asburgo e in quella dell’Italia. Il progetto non per caso è intitolato “Crossroads”.

Dentro a questo cartellone di attività esito di tanti apporti, dentro alla logica di un festival urbano, ci sta il coinvolgimento promosso dal Comune di Gorizia del tessuto commerciale locale, in primis librerie, negozi, ristoranti. Un festival è anche animazione.

Vorrei chiudere ancora con le parole di Kennedy: «Chiedo a ciascuno di voi di essere dei nuovi pionieri della “Nuova Frontiera”. Mi rivolgo ai giovani di cuore di qualsiasi età, ai forti nello spirito di qualsiasi partito. Il coraggio… è quello di cui oggi abbiamo bisogno». Ai giovani di ogni età e di ogni partito, a quelli che vogliono guardare avanti e con la fronte alta, interrogandosi, con impegno civile.

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