L'arte che supera i confini: a Casa Ascoli presentato “Il dono di Beatrice” di Jelenkovich e Zordan
Il nuovo libro illustrato della Filologica Friulana celebra il Castello di Gorizia e le radici della città in un'opera multilingue

«L’arte serve sempre: eleva, fa pensare, discutere, emozionare. Volevo però che avesse anche un’utilità semplice e immediata. Così, la creatività applicata ai libri e all’illustrazione rispondeva perfettamente al mio desiderio di creare un volume vivo e capace di viaggiare». Con queste parole Barbara Jelenkovich ha aperto a Casa Ascoli la presentazione de “Il dono di Beatrice”, la sua recente opera, realizzata insieme alla scrittrice Giovanna Zordan. L’evento, inserito in “Frontiere”, ha visto la partecipazione di Renzo Medeossi, vicepresidente della Società filologica friulana, di Antonella Ottogalli, referente del “Docuscuele” (Servizio scuola della Filologica) e di Maurizio Negro, assessore comunale al decentramento e al rilancio dei quartieri.
L’incontro ha così messo al centro il valore dell’arte come strumento capace di superare ogni barriera. In questo contesto, Ottogalli ha ricordato le origini del progetto editoriale per bambini, edito proprio dalla Filologica Friulana: «Un percorso nato nel 2008 per avvicinare i più piccoli alla storia e alle tradizioni del territorio», ha spiegato, iniziato con i volumi dedicati a San Nicolò e ai Krampus nella foresta di Tarvisio, «per arrivare a celebrare un successo testimoniato anche dalla mostra allestita all’esterno».
A Casa Ascoli, i visitatori possono quindi immergersi nelle illustrazioni di Jelenkovich, affiancate dai testi di Zordan. Una storia in ben cinque lingue, che omaggia il Castello di Gorizia e il compleanno della città, menzionata per la prima volta nel diploma dell’imperatore Ottone III il 28 aprile 1001. Come sottolineato da Medeossi e Negro, la natura plurilingue (italiano, inglese, tedesco, sloveno) «rispecchia la ricchezza di una terra di confine e a statuto speciale». Dunque, attraverso il linguaggio universale della fiaba si introduce un mondo linguistico sfaccettato, capace di unire diverse etnie e preservare le tradizioni del passato in chiave internazionale. Ma è soprattutto sul terreno dell’intreccio artistico che l’albo supera ogni margine. La genesi de “Il dono di Beatrice” nasce dall’incontro con le maestre e dalla curiosità di esplorare i castelli friulani. Non potendo contare su un Medioevo goriziano visivamente incontaminato, a causa dei bombardamenti e della ricostruzione, le autrici hanno compiuto un viaggio di ricerca che valica epoche e territori. È così che le illustrazioni sono diventate un ponte aperto su un patrimonio artistico diffuso.
Tessuti pregiati e vesti della stanza da letto attingono dagli affreschi di Vitale da Bologna presenti a Spilimbergo e a Udine, e a Beato Bertrando; la gestualità del cane prende vita da un affresco del Castello di Issogne in Valle d’Aosta; l’organizzazione dell’orto si ispira a quella di Palazzo Madama a Torino. Particolari come l’impugnatura di una spada decorata con un fiore richiamano Guernica, trasformando quel fiore in un messaggio di pace e speranza.
Il libro diventa un piccolo trattato pratico di archeologia e arti applicate: si scoprono la filatura domestica con conocchia, il fuso e i gomitoli di lana finissima lavorata come garza; la bottega del calderaio sotto la tettoia mentre aggiusta le pentole; il falegname con il suo banco; la macchina del calzolaio. Dalla ricetta tradizionale del ’suf (zuppa densa di semolino) fino all’enigma del cane con le salsicce, l’arte, concludono le autrici, esce dalle pagine «per trasformarsi in laboratorio, stimolo didattico e ponte tra epoche».
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