Demartin: «Gorizia è città di idee e cultura, Frontiere ne rafforza l’identità»

La presidente della Fondazione Carigo Demartin lancia la tre giorni del festival del Gruppo Nem: «L’evento rinnova lo spirito di Go!2025 e ha dato prova di una straordinaria sinergia tra attori diversi. Ma la risposta più sorprendente è arrivata dal territorio: questa comunità ha fame di conoscenza»

Alex Pessotto
Manifesti di Frontiere davanti al Teatro Verdi che ospiterà le lezioni magistrali.
Manifesti di Frontiere davanti al Teatro Verdi che ospiterà le lezioni magistrali.

Frontiere ha messo tutti d’accordo. L’organizzazione del festival in programma a Gorizia da oggi fino a domenica è infatti il frutto di un impegno congiunto, che ha visto Gruppo Nem - Nord Est multimedia - Il Piccolo costruire il progetto insieme ad Editori Laterza, Comune di Gorizia, Fondazione Carigo, Regione, Gect Go, Cassa Rurale Fvg. E questo lavoro di squadra, per la presidente della Fondazione Roberta Demartin, rappresenta già un prezioso risultato.

 

Come nasce l’idea di Frontiere?

«Inizialmente si voleva parlare di confini. Poi, però, le realtà coinvolte nell’organizzazione del festival hanno deciso che fosse meglio spostare lo sguardo sulle frontiere, che sono elementi di apertura. E a Gorizia, poi, la frontiera non è soltanto una parola, ma la vita stessa. Da qui il progetto ha preso corpo, con la ferma intenzione di non disperdere il capitale culturale acquisito con Go!2025 in linea con l’invito lanciato a più riprese dalle istituzioni, tra cui il Comune di Gorizia e il Gect Go. Da parte sua, la Fondazione ha creduto immediatamente in questa iniziativa per la serietà degli interlocutori e la validità della proposta, condivisa da tutti».

Quanto nel territorio sono ancora presenti gli effetti di Go!2025?

«La spinta dell’evento non ha ancora raggiunto il suo potenziale massimo. Di fatto, Go!2025 è stata una “sveglia”: ha favorito la realizzazione di numerose iniziative e ha acceso i riflettori sul territorio. Quindi, ci ha permesso di raggiungere una certa consapevolezza. E consapevolezza è una delle tre parole d’ordine della mia presidenza».

Quali sono le altre due?

«Attivazione, perché l’energia e la forza delle realtà transfrontaliere sono un elemento imprescindibile per ogni progetto, e connessioni, perché, tra queste realtà, occorre un forte spirito di collaborazione. E direi che consapevolezza, attivazione e connessioni in Frontiere sono sintetizzate al meglio».

Ma qual è l’obiettivo di Frontiere?

«Mantenere salda ed evidenziare l’identità del territorio, che peraltro è un’identità molteplice, plurima, risultato di tanti fattori. Frontiere vuol far sì che Gorizia, passi il gioco di parole, diventi ancor di più una città di frontiera. Ciò non significa dimenticare il passato, ma ritrovare la nostra anima più vera».

Gorizia è ricca di iniziative culturali, ma qual è il tratto distintivo del festival?

«Innanzitutto, ha consentito a varie realtà, istituzionali e non, di lavorare assieme e questa non è una cosa scontata. L’altra caratteristica, ovviamente, è la qualità della proposta: temi importanti con autorevoli esperti, il tutto declinato in termini di frontiere. E poter riflettere su questi argomenti è una grande opportunità per il pubblico. Certo, ciò ha richiesto uno sforzo organizzativo enorme e, da parte mia, tengo a ringraziare il direttore generale della Fondazione, Rossella Digiusto, e tutto il nostro staff».

Quanta voglia di cultura c’è a Gorizia?

«Go! 2025 l’ha accesa ulteriormente, ma il carburante dev’essere quello della città. Le istituzioni possono unicamente accompagnare, tener da conto la consapevolezza che c’è a Gorizia riguardo alla tanta voglia di cultura. Sono davvero sorpresa di vedere il desiderio delle associazioni di far parte, a titolo gratuito, con le loro attività del cartellone di “Frontiere” e della sezione “Crossroads”. Nonostante il momento che viviamo non sia dei migliori, la cultura aiuta a sentirsi vivi».

Già pensa a un’edizione numero due?

«Ovviamente. Questo è l’anno zero, qualche elemento andrà molto probabilmente ricalibrato e, a tal proposito, decisive saranno le opinioni del pubblico che, tuttavia, già in questa prima edizione abbiamo tentato di soddisfare per riflettere sulle frontiere in maniera attuale non solo con le lezioni magistrali, ma anche attraverso “Crossroads”: le passeggiate, le aperture di spazi privati, i momenti musicali e artistici. L’entusiasmo che vedo non può essere perduto e, se non trova nelle iniziative culturali un punto di raccolta, dubito che lo troverebbe in altri settori. E poi che senso avrebbe realizzare un festival per un anno soltanto? Occorre ragionare nel lungo periodo e la Fondazione sa essere un investitore paziente».

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