L’ultimo appuntamento: mai vittimizzare la vittima

Queste vicende non si possono presentare come errori della donna: il reato è unilaterale e frutto di manipolazioni

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli
Una manifestazione in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne
Una manifestazione in occasione della Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne

C’era un ammonimento del questore: un foglio di carta firmato in nome della legge. Avrebbe dovuto alzare una barriera. È rimasto inerte da qualche parte, in un cassetto dell’appartamento di Tania e di quello del suo carnefice. È carta straccia, ora che la scientifica completa i rilievi. E intanto i dati sono brutali.

Quel provvedimento violato rappresenta una lesione strutturale nel sistema di difesa delle vittime. «Denunciate», si legge, rivolto alle donne oggetto di minacce e violenza. Ma se denunci e non sei protetta, è un incubo.

Il falso chiarimento

Spesso il racconto di queste tragedie violente si focalizza sul cosiddetto ultimo appuntamento, quello falsamente presentato dall’assassino come un “chiarimento”. È un’esca velenosa e va evitata, rifiutata, disinnescata.

Ma si indugia sulla scelta della donna, la scelta di accettarlo. E questo produce, magari involontariamente, la vittimizzazione secondaria; cioè l’analisi si sposta dal comportamento del colpevole alle decisioni della vittima. «Doveva rifiutare l’incontro». Ha sbagliato lei.

I dati, i motivi, i consigli

I dossier Eures e i report della direzione nazionale della polizia Criminale mostrano una costante: circa due terzi dei femminicidi si consumano nei primi mesi successivi alla fine di una relazione.

Il momento del distacco costituisce uno snodo letale. Quello che i verbali identificano come l’ultimo incontro rappresenta la punta di una piramide di rischio. I criminologi spiegano che la richiesta di un addio, la restituzione di chiavi o lo scambio di oggetti sono vettori utilizzati per attuare una strategia di isolamento e azzerare le contromosse della donna.

I protocolli del Servizio Centrale Operativo (SCO) forniscono indicazioni nate dall’emergenza e dall’esperienza: interrompere le comunicazioni dirette, eventualmente far sì che una terza persona sia presente, far avvenire lo scambio di oggetti per interposta persona o in luoghi presidiati. E, in casi di pericolo, lo Stato chiede di chiamare il numero 1522, attivo 24 ore su 24.

Scegliere le parole giuste

Questa direttiva serve a tutelare l’incolumità, ma diventa una distorsione logica quando viene utilizzata ex post per valutare la condotta della vittima, suggerendo che la prudenza avrebbe disinnescato l’azione omicida.

Ma il reato è indiscutibilmente unilaterale: la responsabilità dipende interamente da chi esercita l’azione, mai da chi risponde a sollecitazioni manipolatorie.

È – come sempre – anche una questione culturale e di linguaggio. Le parole devono restituire la verità dei fatti, mantenendo il fuoco dell’azione criminale e delle carenze dei sistemi di controllo al centro del resoconto, evitando giudizi retrospettivi. L'ultimo incontro non è un incidente di percorso. È il punto d'arrivo di una pretesa violenta.

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