L’ultimo appuntamento: mai vittimizzare la vittima
Queste vicende non si possono presentare come errori della donna: il reato è unilaterale e frutto di manipolazioni

C’era un ammonimento del questore: un foglio di carta firmato in nome della legge. Avrebbe dovuto alzare una barriera. È rimasto inerte da qualche parte, in un cassetto dell’appartamento di Tania e di quello del suo carnefice. È carta straccia, ora che la scientifica completa i rilievi. E intanto i dati sono brutali.
Quel provvedimento violato rappresenta una lesione strutturale nel sistema di difesa delle vittime. «Denunciate», si legge, rivolto alle donne oggetto di minacce e violenza. Ma se denunci e non sei protetta, è un incubo.
Il falso chiarimento
Spesso il racconto di queste tragedie violente si focalizza sul cosiddetto ultimo appuntamento, quello falsamente presentato dall’assassino come un “chiarimento”. È un’esca velenosa e va evitata, rifiutata, disinnescata.
Ma si indugia sulla scelta della donna, la scelta di accettarlo. E questo produce, magari involontariamente, la vittimizzazione secondaria; cioè l’analisi si sposta dal comportamento del colpevole alle decisioni della vittima. «Doveva rifiutare l’incontro». Ha sbagliato lei.
I dati, i motivi, i consigli
I dossier Eures e i report della direzione nazionale della polizia Criminale mostrano una costante: circa due terzi dei femminicidi si consumano nei primi mesi successivi alla fine di una relazione.
Il momento del distacco costituisce uno snodo letale. Quello che i verbali identificano come l’ultimo incontro rappresenta la punta di una piramide di rischio. I criminologi spiegano che la richiesta di un addio, la restituzione di chiavi o lo scambio di oggetti sono vettori utilizzati per attuare una strategia di isolamento e azzerare le contromosse della donna.
I protocolli del Servizio Centrale Operativo (SCO) forniscono indicazioni nate dall’emergenza e dall’esperienza: interrompere le comunicazioni dirette, eventualmente far sì che una terza persona sia presente, far avvenire lo scambio di oggetti per interposta persona o in luoghi presidiati. E, in casi di pericolo, lo Stato chiede di chiamare il numero 1522, attivo 24 ore su 24.
Scegliere le parole giuste
Questa direttiva serve a tutelare l’incolumità, ma diventa una distorsione logica quando viene utilizzata ex post per valutare la condotta della vittima, suggerendo che la prudenza avrebbe disinnescato l’azione omicida.
Ma il reato è indiscutibilmente unilaterale: la responsabilità dipende interamente da chi esercita l’azione, mai da chi risponde a sollecitazioni manipolatorie.
È – come sempre – anche una questione culturale e di linguaggio. Le parole devono restituire la verità dei fatti, mantenendo il fuoco dell’azione criminale e delle carenze dei sistemi di controllo al centro del resoconto, evitando giudizi retrospettivi. L'ultimo incontro non è un incidente di percorso. È il punto d'arrivo di una pretesa violenta.
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