Schiaffi e molestie. L’amore tossico nelle confidenze degli studenti a Gino Cecchettin

A Treviso l’incontro tra gli allievi delle scuole superiori e il padre di Giulia, uccisa a 22 anni dall’ex fidanzato Filippo Turetta. Soprattutto le ragazze hanno trovato la forza di raccontare pubblicamente le proprie storie di violenza e vessazioni: «Mi controllava, non potevo uscire da sola»

Francesca Violi
Un momento dell'incontro tra gli studenti delle superiori e Gino Cecchettin a Treviso
Un momento dell'incontro tra gli studenti delle superiori e Gino Cecchettin a Treviso

«Mi controllava, non potevo uscire da sola». «Mi ha dato uno schiaffo perché ho riso alla battuta dell’amico». Giovedì mattina, 22 gennaio, trecento studenti delle superiori hanno incontrato Gino Cecchettin, papà di Giulia, vittima di femminicidio, che ha dialogato con la psicologa Alessandra Simonelli per parlare di relazioni e violenza di genere.

Ragazze e ragazzi hanno condiviso le loro esperienze di rapporti controllanti e disfunzionali. Da un lato la testimonianza di Gino Cecchettin, che la violenza di genere l’ha conosciuta perdendo la figlia Giulia, assassinata a ventidue anni dall’ex fidanzato Filippo Turetta. Dall’altro l’esperienza professionale di Alessandra Simonelli, psicologa, psicoterapeuta e docente dell’università di Padova. E soprattutto, a riempire l’auditorium per l’iniziativa di Fondazione Zanetti Ets, loro: ragazze e ragazzi di cinque diversi istituti trevigiani.

Gli allarmi

Hanno pochi anni in meno di Giulia Cecchettin quando fu uccisa. «Un po’ la rivedo in voi», esordisce infatti Gino. Che traccia un ritratto commosso della figlia, del loro rapporto e della vita familiare, prima che, nel 2023, venisse uccisa da Turetta (che ora sconta l’ergastolo). Nel corso del confronto tra Cecchettin e Simonelli (moderato da Valentina Calzavara, giornalista della Tribuna), via via si delinea la differenza fra relazioni sane e relazioni basate su possesso e controllo.

«L’amore è incontro, non invasione», spiega Simonelli, «l’invasione dei nostri confini, le pretese di controllo e monitoraggio, le limitazioni della nostra libertà non devono gratificarci, ma metterci sul chi vive».

Il senso di colpa

Cecchettin ricorda un elenco di comportamenti descritti dalla figlia sul diario personale, i “15 motivi per lasciare Filippo”, e fa notare come in ogni voce della lista ci sia una prevaricazione della libertà. «Mi sento un po’ sul banco degli imputati», ammette, dando voce al senso di colpa per non essersi reso conto della pericolosità di Turetta, che Giulia stessa riteneva innocuo tanto da continuare a frequentarlo come amico.

E poi, dopo aver ascoltato con attenzione, sono i ragazzi in sala che, chiamati a condividere le loro esperienze, cominciano a raccontare. O meglio, le ragazze: sono in gran maggioranza le loro mani ad alzarsi, una dopo l’altra, per prendere la parola.

Le testimonianze

L’ho lasciato ma lui continuava a cercarmi, insisteva per rivederci: mi sentivo in colpa e ho accettato un appuntamento, anche se le amiche mi dicevano di non andarci. Mi controllava, non potevo uscire da sola. Mi ha dato uno schiaffo perché ho riso alla battuta dell’amico. Mi pedinava e mi faceva seguire dai suoi amici. L’ho respinto e ha cominciato a perseguitarmi.

I copioni esposti da queste adolescenti suonano già tremendamente vicini alle storie che leggiamo in cronaca nera. A quella di Giulia. C’è anche un ragazzo a raccontare di minacce e vendette subite dopo una relazione troncata. E un altro mette l’accento sugli aggressori, e su come aiutarli a smettere, sollevando un tema fondamentale nella lotta alla violenza di genere.

«Serve l’educazione sessuoaffettiva nelle scuole – ha detto Cecchettin – I ragazzi ne hanno bisogno, lo stanno chiedendo, dobbiamo loro delle risposte». È una battaglia della Fondazione Giulia Cecchettin, creata per combattere la violenza di genere. 

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