«Ma bastava chiedere»: così il carico mentale pesa ancora sulle donne

Dalle visite da prenotare alle scadenze da ricordare, il carico mentale è quella regia invisibile che tiene insieme casa, figli e lavoro. E che, ancora oggi, pesa soprattutto sulle donne. Il commento di Don’t call me signorina

Elisa Bicciato, Don'T Call Me Signorina
Il carico mentale pesa ancora sulle donne: il commento di Don't call me signorina
Il carico mentale pesa ancora sulle donne: il commento di Don't call me signorina

“Se hai bisogno, chiedi”’ oppure “ Ma bastava chiedere!”... quante volte abbiamo sentito queste frasi?

Eppure non si tratta soltanto di “fare” le cose. La vera fatica nasce dalla regia continua, necessaria per tenere in piedi casa e famiglia, a cui spesso si somma anche il lavoro.

Una lista di cose da fare che non finisce mai. Ma fare, da solo, non basta. È necessario notare, ricordare, progettare, organizzare e, soltanto in un secondo momento, agire.

Scadenze, impegni di famiglia, visite mediche, lavatrici da incastrare, bollette da pagare.

Un peso invisibile, difficile da misurare che, però, si percepisce eccome.

Stanchezza cronica, senso di colpa, ansia di dimenticare qualcosa, tutto questo ha un nome. Si parla di “carico mentale” per intendere proprio quell’organizzazione silenziosa della vita quotidiana che, ancora oggi, grava in modo differente tra uomini e donne.

Chi si accorge che il detersivo è finito? Chi prenota il pediatra? Chi ricorda che venerdì c’è la recita dei bambini?

I dati europei, presenti nel rapporto annuale Istat, mostrano che in Italia, anche nelle coppie in cui entrambi lavorano a tempo pieno, la gestione domestica resta prevalentemente una prerogativa femminile (4h e 44minuti al giorno per le donne mentre 2h e 06minuti degli uomini). Tale divario rimane uno dei più ampi d’Europa.

È una questione culturale: per generazioni alle donne è stata affidata la responsabilità di cura dei figli e della casa, un incarico mai riconosciuto, anzi, spesso dato per scontato. Oggi, anche nelle famiglie più moderne, nella maggior parte dei casi l'uomo “aiuta” ma aiutare o chiedere non è condividere.

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La differenza è sottile ma sostanziale: nel primo caso la responsabilità resta nelle mani di una sola persona che deve coordinare il tutto e assegnare i compiti; nel secondo, invece, si condivide equamente tutto il lavoro (e la relativa fatica).

Un carico mentale, non equamente condiviso, non minaccia esclusivamente il benessere psicologico di chi lo subisce, bensì produce delle conseguenze che si espandono anche al di fuori delle mura domestiche, nei diversi ambiti di vita. Esso, infatti, incide direttamente sulle condizioni lavorative, ostacolando la disponibilità a straordinari o possibili trasferte, oltre che aggravare il divario salariale già in essere. Anche la libertà personale ne esce sconfitta: meno tempo per sé, per la propria formazione o per del sano riposo.

Parlare di questo tema è fondamentale per avviare un cambiamento condiviso

Le nuove generazioni vanno sostenute nella costruzione di un nuovo equilibrio familiare e domestico che garantisca il benessere di ciascun componente della famiglia. Invitiamo le coppie a sedersi al tavolo, nel senso letterale del termine, per condividere non solo i compiti ma anche la loro pianificazione.

Strumenti digitali, calendari condivisi, app per la gestione familiare possono aiutare ma il vero salto è mentale e culturale.

Chiediamoci se, nelle nostre mura di casa, le responsabilità e gli incarichi siano davvero equamente condivisi, per il benessere di ognuno di noi.

Considerare il carico mentale è il primo passo per alleggerirlo e gestirlo al meglio. Una reale parità passa anche da qui.

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