Ottant’anni dopo, il “domani” delle donne è ancora da scrivere

La parità di genere non si misura esclusivamente con le leggi scritte, ma sullo spazio concreto che le donne occupano nella società, nell’economia e nel lavoro. Il commento di Don’t Call Me Signorina

Martina Pitton, Don'T Call Me Signorina
C'è ancora domani è il film interpretato e diretto da Paola Cortellesi
C'è ancora domani è il film interpretato e diretto da Paola Cortellesi

2 giugno 2026. Ottant’anni fa le donne hanno esercitato per la prima volta il loro diritto di voto. Sembra qualcosa che potrebbe appartenere a un passato lontano, invece è una storia che ci rende ancora protagonisti. È una storia di cui dobbiamo ancora scrivere il finale.

Ottant’anni dopo il primo voto delle donne italiane, il 2 giugno racconta ancora il presente del Paese. Lo facciamo con uno sguardo al femminile, tra testimonianze, storie, ricerche storiche e dati.

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Oggi passaggi come aprire un conto in banca in autonomia, votare, divorziare o denunciare una violenza domestica sono garantiti. Il 2 giugno 1946 è stato solo il primo passo di un viaggio che, negli anni a seguire, avrebbe scardinato con fatica altre porte. Quella scheda elettorale stretta tra le mani è una storia vicina, che appartiene al tavolo delle nostre nonne più che ai libri di scuola.

Oggi che quel diritto è "acquisito", una domanda resta fondamentale: il voto è stato un punto di arrivo o solo il punto di partenza?

Il rischio è che il tempo trasformi la conquista in abitudine. Usciamo di casa, andiamo alle urne e inseriamo la scheda come se fosse sempre stato così, dimenticando che questo gesto va protetto attraverso la memoria.

L’uguaglianza, quella delle leggi, non basta. Quella scritta sulle carte è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Il 1946 è stato la scintilla che ha innescato le grandi battaglie dei decenni successivi: dalla conquista del divorzio nel 1974 alla difesa della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza nel 1981, passando per l'abolizione di norme anacronistiche come il delitto d’onore e il matrimonio riparatore, fino all’ingresso delle donne in magistratura nel 1963. Ogni legge è stata un mattone per scardinare una società costruita a misura degli uomini.

In questo quadro si inserisce l’importanza di "C’è ancora domani", il film di Paola Cortellesi. Fino all’ultimo, guardandolo, si resta con il fiato sospeso cercando di decifrare quale sarà il destino della protagonista.

Poi, l’imprevisto che cambia tutto: la corsa di Delia non è una fuga, ma il primo appuntamento con il voto. Quel "domani" sancisce la svolta, il momento in cui una donna ha acquisito lo stesso riconoscimento politico e dignità giuridica riconosciuta sino a quel momento soltanto all’uomo.

Per raggiungere quella cabina Delia ha dovuto correre. Oggi noi possiamo permetterci di raggiungere le urne camminando ma non possiamo dimenticare che ci sono ancora molte corse da affrontare: il gender pay gap, il soffitto di cristallo, una violenza di genere drammaticamente quotidiana ed il peso invisibile ma costante del lavoro di cura non retribuito.

Il finale di quella storia racchiude una verità fondamentale. La libertà diventa una conquista collettiva.

Ottant’anni dopo, celebrare il 2 giugno non può ridursi a una ricorrenza da calendario: deve essere un esercizio comune di attenzione.

La parità di genere non si misura esclusivamente con le leggi scritte, ma sullo spazio concreto che le donne occupano nella società, nell’economia e nel lavoro. Il voto del '46 è stato l’inizio del viaggio e capire quanta strada rimanga da fare, e farla insieme, è l'unico modo per dare un senso a quel "domani"

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