Dolomiti sempre più fragili, il geologo: «Servono radar e monitoraggi»

Il geologo Manuel Conedera lancia l’allarme sui dissesti in montagna: «Il rischio zero non esiste». L’intervista sulle sfide che dovranno affrontare le Dolomiti 

Francesco Dal Mas
Frana a Borca di Cadore
Frana a Borca di Cadore

Le Dolomiti sono tutte belle ma fragili. «Da sempre» dice Manuel Conedera, geologo, agordino, che al convegno del Cai di San Vito affronterà la fenomenologia dei dissesti, «ma non per questo dobbiamo dare per scontati questi eventi. Non possiamo certo prevederli, almeno i crolli, le colate e le frane in parte, ma possiamo tenerli sotto controllo. Almeno là dove insistono su ambienti urbanizzati, infrastrutture importanti, percorsi molto frequentati da escursionisti o alpinisti».

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Quindi anche Conedera è della teoria del professor Casagli circa l’opportunità di sottoporre a radar le pareti più a rischio di distacchi. «Per quanto possibile, ovviamente» dice il geologo. I lavori di sabato prossimo, coordinati dallo storico Lorenzo De Lotto, cominceranno con i saluti istituzionali e continueranno con un percorso che esamina il problema da prospettive diverse.

Ad aprire il programma scientifico sarà il geologo Tiziano Abbà, che guiderà il pubblico attraverso la storia delle Dolomiti: litogenesi, orogenesi e morfogenesi, ovvero come queste straordinarie montagne si sono formate e come la loro stessa natura rocciosa e determina oggi la fragilità. A seguire, Conedera affronterà la fenomenologia dei dissesti nella sua varietà più concreta: crolli, frane, colate detritiche e smottamenti, illustrandone meccanismi, cause scatenanti e distribuzione nel territorio. Eccone le anticipazioni.

Tenere questi eventi sotto controllo, semmai fosse possibile ovunque, aiuta la prevenzione?

«Intanto va precisato che non tutti i fenomeni sono uguali. Ci sono le frane dell’Alpago, uno dei territori più bersagliati su questo piano, e ci sono i crolli dalle pareti dolomitiche. E poi ci sono le colate. Ognuno di questi fenomeni a tempi diversi. I distacchi da Croda Marcora che vanno ad alimentare le sottostanti colate hanno una velocità impressionante, mentre la massa che si forma a valle si muove per lo più lentamente».

E quindi è più prevedibile? «Certo, da qui il monitoraggio a valle. Ma è decisamente importante anche quello a monte, col radar, per capire se ci sono pericoli in vista. Abbiamo avuto la Frana del Monte Toc a dettar legge in questo senso; quasi 100 km all’ora. Invece le frane di Cortina si muovono di pochi millimetri l’anno. Senza contare le frane che non sono più attive e che, però, potrebbero anch’esse rimettersi in movimento».

A causa anche dei cambiamenti climatici?

«Sicuramente, come dimostreranno i colleghi al convegno del Cai. Per questo è importante la classificazione di tutti questi movimenti».

Anche per sapere dove costruire e dove no.

«Evidentemente. Oggi il territorio dei nostri Comuni è tutto mappato e nulla dovrebbe sfuggire. Ma a volte succede l’imprevedibile».

Come è accaduto per l’Alemagna a San Vito.

«Si tenga conto della complessità di questi fenomeni. Chi va ad immaginare che un crollo possa essere così voluminoso e dirompente da formare una colata di decine di migliaia di metri cubi sino a invadere una statale tanto importante e frequentata? È l’esempio di San Vito, ma si può ricordare anche quello di Cancia. Il convegno di sabato prossimo intende proprio creare conoscenza e consapevolezza al riguardo. Tra l’altro, si sa che non tutte le rocce sono uguali, per cui alcuni fenomeni sono tipici delle Dolomiti, ma in Valtellina, ad esempio, seppur con un altro tipo di roccia, accadono comunque eventi altrettanto gravi».

Come a dire che nessun posto è totalmente sicuro, a rischio zero.

«Il rischio zero non esiste in montagna. Per la verità neppure in pianura. Le montagne non sono forse il risultato di frane storiche? Anzi, prendiamo il seracco della Marmolada, chi immaginava che insieme al ghiaccio potessero distaccarsi anche dei detriti, della roccia. Ecco, dunque, che sabato ci saranno degli esperti che parleranno anche della sicurezza lungo i sentieri, oltre che in parete. E di ferrate, di percorsi attrezzati. Ma qui, se vogliamo, la riflessione si spinge fino alle scelte politiche». Scelte per il monitoraggio, ma anche per garantire la sicurezza. Chiudere o no determinati percorsi? Consentire o no che siano così frequentati?

«Evidentemente non è possibile monitorare ovunque, mettere in sicurezza ogni percorso. Ma sicuramente le istituzioni di competenza avranno ben presente la problematicità di determinate situazioni. Da qui, appunto, il monitoraggio».

Il monitoraggio e gli interventi necessari. San Vito di Cadore, ad esempio, è in attesa del ponte bailey sull’Alemagna, per lasciar transitare eventuali colate lungo il rio Venco.

«Da una parte il monitoraggio e gli interventi, dall’altra l’informazione puntuale per i residenti ed i visitatori di determinati territori. L’anno scorso, sui crolli e le colate si sono sentite versioni non del tutto corrette. Ad esempio che i distacchi sarebbero potuti capitare anche d’inverno, con la neve e col ghiaccio. È infondato».

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