
Perché nelle città fa più caldo che in periferia, e cosa sono le isole di calore
Temperature alle stelle, a soffrirne sono soprattutto le città, penalizzate anche dalla mancanza di verde e dall’alta densità di edifici, oltre che dall’uso di cemento e mattoni che assorbono facilmente il calore. Qualcosa si può fare, ecco cosa
Le nostre città sono sempre più calde.Più calde dei paesi, delle campagne, delle stesse periferie. Le temperature si alzano drasticamente e alcune zone densamente abitate e altrettanto edificate trattengono più calore di altre. Si tratta delle zone con meno verde e con più edifici. Riduzione delle aree vegetate, impermeabilizzazione e uso del suolo sono alcune delle cause che rendono i centri città più propensi a trattenere il calore.
In generale, quindi, l’uomo contribuisce attivamente al riscaldamento delle città.
Perché in città fa più caldo?
A seguito della profonda urbanizzazione degli ultimi anni le città sono diventate ben più calde rispetto alle aree periferiche e provinciali delle città. La prima causa? Le isole di calore, ovvero quelle zone che si creano generalmente nei centri urbani in cui manca vegetazione e dove sono presenti numerosi edifici costruiti con materiali che trattengono un’alta quantità di calore, come mattoni e cemento.
Quello delle isole di calore è un problema ben noto già da anni. Infatti, come suggerisce uno studio del 2022 dell’Università di Padova, condotto da Valeria Todeschi, Salvatore Eugenio Pappalardo e colleghi, le isole di calore hanno un impatto significativo anche sulla salute umana e contribuiscono perfino all’aumento della mortalità.
A soffrire maggiormente degli effetti causati dalle isole di calore è la popolazione più anziana e in generale i soggetti più vulnerabili. Lo stesso studio, intitolato Climate Justice in the City (Giustizia climatica in città) presenta anche un indice chiamato Heri (Heat-related Elderly Risk Index) in grado di mettere in relazione le isole di calore con il rischio per la popolazione anziana. L’indice si basa su tre parametri, vale a dire pericolosità, esposizione e vulnerabilità. Lo studio conferma che i soggetti più a rischio sono gli over 65.
La ricerca ha consentito di mappare le zone più climaticamente pericolose di Padova e anche in questo caso è arrivata la conferma della tendenza generale: le medie termiche più alte sono all’interno del Comune.
C’è poi una altra ricerca del D4G del Dipartimento Icea che evidenzia un fenomeno interessante legato alla fragilità: non sono solo gli over 65 a soffrire maggiormente delle ondate di calore, ma anche i bambini sotto ai 5 anni, le famiglie a basso reddito e le persone migranti. Emerge dunque anche una questione sociale. Chi non può permettersi un condizionatore, vive in case poco isolate o è costretto a spostarsi con i mezzi pubblici nelle ore più calde è inevitabilmente più esposto.
Le possibili soluzioni contro le isole di calore

Ma cosa si può fare per cambiare le città?
Sostanzialmente si deve puntare su un profondo cambiamento strutturale dei centri coinvolti.
Secondo gli studi servirebbe una copertura arborea di almeno un terzo della superficie totale di una città. Questo cambiamento ridurrebbe la temperatura di circa 1 grado.
Ma attenzione: non basta piantare più alberi, serve anche scegliere quelli giusti. Secondo gli esperti sono preferibili quelli autoctoni, come aceri e querce, a discapito dei pioppi, alti e fragili.
Poi il problema delle superfici: una strategia che ridurrebbe la trattenuta di calore è la depavimentazione. Una pratica che consiste nel sostituire il caldo asfalto con superfici permeabili. La soluzione contrasterebbe in particolare il problema dell’impermeabilizzazione dei territori, particolarmente nociva nei centri città. La sostituzione potrebbe riguardare anche i parcheggi: sostituendo le pavimentazioni bituminose con superfici verdi si ridurrebbe l’accumulo di calore.
O ancora: si possono realizzare i tetti freddi o cool roofs, ovvero tetti che presentano un basso fattore di assorbimento solare e sono in grado di riflettere fino all’80 per cento della radiazione solare, con una sostanziale riduzione del calore all'interno degli edifici. Secondo lo studio sulla giustizia climatica, però, servirebbero incentivi: un sostegno economico tramite strumenti di finanziamento e incentivi e l’aggiornamento dei regolamenti edilizi aiuterebbero decisamente la causa e contribuirebbero a rendere il problema una questione meno sociale.
A proposito di questo emerge anche il fattore della distribuzione: le misure di mitigazione non dovrebbero essere concentrate solo nei quartieri più abbienti, ma dovrebbero invece essere presenti in quelli che presentano maggiori vulnerabilità, ovvero un’alta percentuale di anziani e di gruppi marginalizzati.
Cos’è l’albedo e perché è uno strumento di mitigazione

L’albedo è la capacità riflettente, ovvero la quantità di luce che ogni superficie è in grado di riflettere. Come detto, inserire superfici riflettenti è utile, ma anche in questo caso l’installazione dipende da zona a zona.
Lo spiega in particolare uno studio del 2024, che si occupa di analizzare gli effetti delle superfici riflettenti nei diversi ambienti, dove emerge che le diverse conformazioni urbane richiedono soluzioni diverse. Strade riflettenti, e quindi con maggiore albedo funzionano meglio nelle aree periferiche che tendenzialmente presentano una densità degli edifici minori. Pertanto non ricevono molta radiazione solare, poiché non sono coperti.
Le pareti e i tetti freddi, invece, funzionano meglio in centro, in quelle zone in cui si creano i cosiddetti “canyon urbani”, ovvero quelle in cui sono presenti strade strette tra palazzi alti. Qui, infatti, i tetti degli edifici sono molto più esposti rispetto alle strade.
In alcuni casi, secondo lo studio, le soluzioni basate sull’albedo rappresentano generalmente un’alternativa pratica che richiede meno manutenzione rispetto alle soluzioni verdi come prati o parchi.
Il caldo di notte
L’urbanizzazione degli ultimi cinquant’anni ha aumentato l’incapacità di raffreddamento: le superfici cementificate non riescono infatti a dissipare il calore che accumulano durante il giorno. Si verificano così picchi di calore tra i 5 e i 10 gradi in più, particolarmente evidenti durante la notte. Un fenomeno che agisce direttamente e gravemente sulla salute urbana, deteriorandola.
Lo riporta l’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, che attraverso il suo Global Cooling Watch del 2025 spiega che le ondate di calore umido prolungate, aggiunte al fatto che la notte non offra alcun sollievo, impediscono al corpo umano di recuperare dallo stress termico accumulato durante il giorno. Un altro fattore che aumenta la vulnerabilità dei cittadini che vivono in centro.
I segnali, in questo senso, non sono incoraggianti: il report cita il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) secondo cui l’urbanizzazione aumenterà ulteriormente le temperature minime urbane notturne.
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