Zuliani (Rauscedo): «La grande Doc del Prosecco una svolta: il sistema è strutturato»

La Cantina del Pordenonese produce 65 mila ettolitri l’anno in 500 ettari: «Il segreto del successo? Prezzo vantaggioso, bevanda fresca e poco alcol»

Maurizio Cescon
Antonio Zuliani, presidente della cantina Rauscedo
Antonio Zuliani, presidente della cantina Rauscedo

«Guai se non ci fosse il Prosecco per l’economia del Veneto e del Friuli Venezia Giulia. La grande Doc è stata una svolta». Antonio Zuliani, presidente della Cantina di Rauscedo, uno dei più importanti produttori di Prosecco friulani, con 500 ettari coltivati a Glera, 65 mila ettolitri annui e 670 mila bottiglie, è categorico: per il sistema agricolo del Nord Est le bollicine sono una sorta di manna dal cielo.

Presidente Zuliani il Prosecco cresce, lo Champagne sembra in declino, almeno nei numeri. Come se lo spiega?

«Alla base c’è un problema di prezzo. Il Prosecco è un vino popolare, lo si vende a 5, 7 euro nella Gdo. Ora lo Champagne, per non perdere altre quote di mercato, punta agli sconti, ma il suo costo è ancora nettamente più alto. La lavorazione è completamente diversa e laboriosa, ci sono tempi lunghi prima di uscire sul mercato. Noi invece già da gennaio possiamo mettere in commercio il Prosecco dell’ultima vendemmia. E infine conta il consumatore, che in tutto il mondo ricerca vini leggeri, con meno gradazione. Sono cambiati gusto e approccio del consumatore, non solo in Italia».

Il Prosecco è decollato grazie alla struttura e ai Consorzi: condivide?

«Certo. Il prodotto ha raggiunto la stabilità proprio grazie alla Denominazione e al disciplinare che hanno saputo in qualche maniera strutturare la linea dei consumi. Il Prosecco è una piacevole abitudine in tutti i posti del mondo dove è presente, lo si beve per aperitivo, per convivialità, ma pure a pasto. Stabilizzando i consumi a un livello così alto, è evidente il successo. E stiamo parlando di numeri che non accennano a diminuire. Anche nel 2025 sono state prodotte oltre 790 milioni di bottiglie, c’è una crescita continua e costante».

In alcuni Paesi c’è stato un vero boom del Prosecco. Merito di una promozione efficace?

«C’è stata una concomitanza di fattori, in primis la bevibilità dello spumante. Grazie al Prosecco il Nord Est si è aperto ai mercati mondiali. Prima avevamo solo produzioni di nicchia e di eccellenza ed era impossibile aggredire quei mercati come Russia, Sud Est Asiatico, Australia, Usa, Germania, Nord Europa. Il movimento complessivo del Prosecco è di circa 5 miliardi di euro l’anno. Purtroppo per molti bianchi e rossi Doc nel resto d’Italia la situazione non è rosea, ci sono cantine piene, e se l’azienda non incassa mette a rischio il futuro. Il Prosecco poi ha dato una spinta agli investimenti dei vignaioli».

In che modo?

«Per le aziende è molto più facile ottenere un prestito in banca. È come avere in mano un assegno circolare. Così diventa semplice pianificare le cose da fare, con un orizzonte temporale dove c’è la certezza di guadagni e incassi. La marginalità, per le cantine sociali e per gli imprenditori privati, resta importante, il prezzo delle uve è adeguato. Infine sarà più tranquillo anche il passaggio generazionale di un’azienda. Avere 5 ettari di Merlot, con tutto il rispetto per il Merlot, non è uguale ad avere 5 ettari di Glera, che sono un tesoretto, con valori importanti dei terreni».

In prospettiva c’è un nuovo allargamento della grande Doc. A favore o contro?

«Noi siamo favorevoli, se dal mercato arriva ulteriore richiesta non c’è altro da fare che allargare il territorio di produzione. Del resto uno degli obblighi della Denominazione è proprio quello di regolare la domanda e l’offerta, oltre che proteggere il marchio dai falsi».

Il 2026 che anno sarà per le bollicine del Nord Est?

«Siamo riusciti a superare quasi indenni i dazi americani, al momento non ci sono allarmi dietro l’angolo, o nuvole nere che possano far presagire una flessione per la Denominazione. Ci possono essere sorprese, ma il sistema è così ben strutturato e spalmato in tanti Paesi, molto radicato, che saprebbe farci fronte. Non vedo qualcosa che possa cambiare in peggio il trend. Nel 2009, quando nacque la Doc interregionale, nessuno pensava a un successo così importante, è stato inaspettato. È un caso unico, non replicabile». —

 

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