Vito Mancuso: «È il momento di varare una legge nazionale sul fine vita»

Il filosofo e teologo torna a sollecitare la politica italiana: «Se persino una Regione a guida conservatrice come il Veneto ha scelto di ascoltare i propri cittadini, il Parlamento non può più tirarsi indietro»

Laura Blasich
Vito Mancuso
Vito Mancuso

«Non riesco a trovare argomenti sensati contro una norma che consenta ai cittadini di scegliere come congedarsi dalla vita». Vito Mancuso, filosofo e teologo che si dichiara favorevole al principio di autodeterminazione per il fine vita, legge in modo positivo l’approvazione della legge regionale in materia da parte del Veneto, non nascondendo, però, l’esigenza di arrivare a un quadro normativo nazionale, che dia a tutti gli italiani lo stesso diritto, negli stessi tempi, di decidere, convinto, come ha affermato poco più di un anno fa rivolgendosi a ministri e parlamentari italiani e sollecitandoli ad approvare la norma, che «il senso dell’esistenza umana consiste in un continuo esercizio della libertà».

Il perimetro comunque è quello segnato, anche per le quattro Regioni che hanno legiferato, dalla Corte costituzionale: per accedere legalmente al suicidio assistito in Italia, il paziente deve possedere contemporaneamente una patologia irreversibile, sofferenza intollerabile, trattamento di sostegno vitale, capacità decisionale.

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Professore, lei ha spesso affermato che la dignità umana coincide con la libertà di scelta. L’approvazione di questa legge in Veneto, dopo Toscana, Sardegna, Emilia Romagna, dimostra che la politica sta recependo questo concetto giuridicamente. Non ancora, però, a livello nazionale. Cosa si sente di dire a chi siede in Parlamento?

«Per usare un’espressione tradizionale, di mettersi una mano sulla coscienza e capire cosa gli italiani desiderano e cioè di poter esercitazione l’autodeterminazione nell’ultimo giorno della loro vita. Non si tratta di scegliere la morte, ma di come congedarsi dalla vita. Grazie alle tecnologie mediche possiamo decidere ormai se usufruire delle cure o di dire “questa non è più la mia vita per le sofferenze che provo e quindi Stato aiutami a venire via”. Tutti i sondaggi ormai segnalano che la maggioranza degli italiani è favorevole a una norma in materia. Se persino una Regione a guida conservatrice come il Veneto ha scelto di ascoltare i propri cittadini, il Parlamento non può più tirarsi indietro. È il momento di varare una legge nazionale sul fine vita che garantisca il diritto all’autodeterminazione, unendo l’empatia alla razionalità».

Lei si chiede quali siano gli argomenti contrari e dice di non trovarne.

«L’unico sensato è quello di natura teologica. Per chi è credente tutto quanto avviene dipende dalla volontà divina: allora la proibizione dell’autodeterminazione ha un senso. Ma vale appunto solo per i credenti, anche se accettare una visione del mondo di questo tipo apre a una prospettiva in cui la sofferenza assurda, ma anche un incidente mortale, una malattia incurabile, rischia di essere attribuita direttamente a Dio».

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La Chiesa cattolica ha fatto dei passi avanti sul tema? E sta ancora condizionando secondo lei il dibattito in Italia, se non l’opinione dei cittadini, risultati anche dal sondaggio YouTrend di questi giorni ampiamente favorevoli a una norma sul Fine vita?

«Più che parlare della Chiesa cattolica innanzitutto parlerei di una visione del cattolicesimo e di suoi certi esponenti. Il cardinale Carlo Maria Martini è stato molto aperto su questi temi e ci sono vescovi che si inseriscono in questo solco e sarebbero favorevoli a una normativa in materia. La Chiesa cattolica ha posizioni diverse al proprio interno, ma vero è che non è giunta a una dichiarazione serena sul principio di laicità dello Stato dando così a tutti i cittadini la possibilità di scelta e solo ai credenti delle indicazioni coerenti con la propria teologia. Esistono poi esponenti che, mi viene da dire, sono più papisti del Papa e pongono ostacoli a una norma che riconosca a tutti i cittadini il diritto di scegliere degli ultimi momenti della propria vita. È la ragione per cui alcune forze politiche continuano a opporsi? In realtà mi pare si tratti solo di Fratelli d’Italia, a vedere com’è andata la votazione nel Consiglio regionale del Veneto».

Come si spiega, conoscendo il Friuli Venezia Giulia, dove un suicidio medicalmente assistito è stato autorizzato nel 2023, rimanendo però, l’ultimo, questa resistenza ad affrontare il tema?

«Da un punto di vista teorico non me lo spiego, mentre poi sarebbero da comprendere le logiche di aggregazione politica e di guadagno del consenso. Da una prospettiva al di fuori di queste dinamiche di partito, non comprendo perché non si dia ascolto alla maggioranza dei cittadini che vogliono appunto avere l’ultima parola su come concludere la propria vita. Finora non ho riscontrato valide ragioni che tocchino i temi della coscienza e dell’autodeterminazione e l’unico motivo pare quello di una visione tradizionalista, antiquata, del rapporto con Dio e il mondo».

In che termini la decisione del Consiglio regionale del Veneto può però segnare un passo avanti?

«Perché viene da una Regione tradizionalmente governata da forze moderate e di centrodestra, la Dc prima la Lega poi: l’approvazione della legge sul Fine vita da parte del Consiglio regionale del Veneto rende evidente che il discorso non è più legato a logiche destra-sinistra, ma a forze politiche che rispondono ai cittadini e vogliono riconoscere la volontà di autodeterminazione della persona, e sono quindi realmente democratiche, e forze che vogliono invece impedire una libertà che gli italiani ormai chiedono a larga maggioranza».

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