Il “film” del cielo australe parla italiano, tre generazioni di ricercatori al Vera Rubin Observatory
Dal know-how di Trieste e Padova fino al futuro spettrografo Andes, così l’astronomia italiana traccia la rotta nell’era del telescopio Rubin

Sulle Ande cilene, a duemilaseicento metri, il telescopio del Vera C. Rubin Observatory sta girando il film più lungo mai dedicato al cielo australe: un fotogramma ogni trenta secondi tutte le notti, per dieci anni.
Tra i nomi dei tecnici accreditati ci sono tre generazioni di ricercatori italiani, che si sono specchiate, una dopo l’altra, nello stesso strumento. A sottolinearlo è Enrico Giro, dell’Inaf di Trieste, entrato nel 2020 nel gruppetto di cinque ricercatori, sparsi in diversi istituti italiani, chiamato a validare lo specchio secondario dello strumento.
Un lavoro durato fino al 2025, che lo ha portato a trascorrere fino a tre mesi l’anno dall’altra parte del pianeta, ad altitudini memorabili, tra i venti gelidi e la polvere dell’altopiano cileno. È stata proprio la pandemia, racconta Giro, ad aprire lo spazio per l’ingresso italiano nel progetto: il rallentamento delle attività aveva fatto perdere al consorzio Rubin alcuni ingegneri americani, e a colmare quel vuoto di competenze in ottica è stato chiamato l’Istituto nazionale di astrofisica.

Appena ha saputo dell’occasione, il suo ex dottorando Gabriele Rodeghiero gli ha chiesto di essere coinvolto. Oggi Rodeghiero è ricercatore all’Osservatorio di Bologna e ha preso in mano il pacchetto scientifico del progetto, vincendo un finanziamento europeo Marie Curie per costruire una collaborazione stabile tra istituti europei e americani sul futuro del Rubin. I suoi due dottorandi, a loro volta, grazie al coinvolgimento nel progetto hanno avuto l’opportunità di formarsi sul telescopio da otto metri, qualcosa che difficilmente accade a chi muove i primi passi nella ricerca.
Giro lo racconta con un sorriso soddisfatto: «Il know-how è passato da me al mio ex dottorando, e poi ai suoi due dottorandi, una cosa che raramente capita di vivere così da vicino in progetti di questo calibro». Il compito di Giro ha riguardato uno degli aspetti più originali dello strumento: la luce compie tre riflessioni prima di raggiungere la camera, ma gli specchi fisici sono soltanto due, perché il primario e il terziario nascono dallo stesso blocco di vetro.
Una configurazione che ha richiesto una collaborazione ravvicinata tra ingegneri italiani e americani sullo stesso banco di prova, mentre di solito le grandi collaborazioni astronomiche da terra si dividono per continenti: gli europei alle Canarie, gli americani alle Hawaii. La fotocamera da 3,2 miliardi di pixel, la più potente mai costruita per l’astronomia, è stata montata nell’aprile 2025, e da lì sono arrivate le prime immagini di giugno, salutate in tutto il mondo come l’apertura ufficiale dell’era Rubin.
Anche la cupola che protegge il telescopio, alta ventisette metri e capace di ruotare in modo indipendente dallo strumento proprio per la sua particolare configurazione ottica, porta una firma italiana: l’ha progettata l’Eie Group di Mestre.
Il contributo dei ricercatori del Nord Est italiano non finisce qui. A guidare il fronte astrofisico sono Leo Girardi dell’Osservatorio di Padova e Alessandro Bressan della Sissa, in stretta collaborazione con l’Inaf di Trieste. Loro non si sono occupati della costruzione dello strumento, ma ne useranno le immagini per scoprire cosa cambia nel cielo notte dopo notte, che si tratti di una supernova che esplode o di galassie che si deformano per forze mareali. E a Basovizza il gruppo Inaf lavora già al prossimo capitolo: il project office di Andes, lo spettrografo ad alta risoluzione che equipaggerà l’Extremely Large Telescope da 39 metri in costruzione sempre in Cile, tra i cui obiettivi c’è la ricerca di tracce di vita nelle atmosfere di pianeti extrasolari.
Per Giro, la fase più intensa è alle spalle: il suo impegno, che sfiorava il 90% del tempo, si è ridotto a un controllo settimanale, mentre il telescopio smette i panni del cantiere e veste quelli dell’osservatorio, dedicando ormai la quasi totalità delle notti alle osservazioni vere e proprie. Resta una sfida, silenziosa ma decisiva, che accompagnerà l’intero progetto: che lo strumento resti fedele a se stesso, calibrato allo stesso modo oggi e tra dieci anni, perché a cambiare, in questo film, deve essere solo l’Universo, mai la telecamera che lo riprende.
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