Il governatore Bankitalia, Panetta: «Rallenta la crescita, l’inflazione è una minaccia»
La relazione indica i rischi della frammentazione globale: energia e mercati più instabili dopo la guerra in Iran e la chiusura di Hormuz. La sfida è gestire l’Intellgenza artificiale, investire sui giovani e sul talento

Molto equilibrio ma nessun equilibrismo. Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nelle conclusioni della Relazione Annuale, non nasconde la complessità della situazione né i rischi, né i limiti dell’azione dell’Italia, dell’Unione Europea, della Cina e degli Stati Uniti, ma dice anche come questa fragilità può essere affrontata, i rischi governati, i limiti superati. C’è l’ottimismo della volontà, al quale chi guida una istituzione che ha potere e le responsabilità connesse non può rinunciare.
Tutti i rischi
C’è il rischio, anzi la prospettiva, di aumento dell’inflazione determinata dall’aumento del costo dell’energia scatenato dal blocco di Hormuz, che nei mesi prossimi dispiegherà i suoi effetti su molti settori dell’economia, del quale la politica monetaria dovrà tenere conto.
C’è il rischio finanziario. Il governatore non parla, da quel podio non si può, di bolle, ma di “corsi azionari… che potrebbero riflettere una sottostima degli effetti economici della crisi”.
E c’è il rischio che la frammentazione dell’economia mondiale riduca la dimensione dei mercati, gli scambi, la crescita e infine il benessere. Il multilateralismo che ha favorito questi ottant’anni di crescita non eliminava i contrasti tra gli stati ma aiutava a risolverli all’interno di un sistema di regole condivise. La sua crisi ha ragioni forti e non è realistico un ritorno indietro, le ragioni di sicurezza economica e autonomia strategica che spingono a ridurre dipendenze sono ineludibili, ma l’apertura e la collaborazione restano fondamentali per lo sviluppo e la soluzione dei problemi comuni. Da soli non si va molto lontano.
La cronaca economica non è più allegra di quella politica e di quella militare. Il 2025 è andato assai meglio di quanto i disordinati dazi di Trump avessero lasciato sperare. Il prodotto lordo mondiale è cresciuto del 3,5%, mezzo punto in più delle previsioni. Gli Stati Uniti hanno contribuito con un robusto 2 % che deve molto agli investimenti in intelligenza artificiale, e la Cina con il suo 5% ottenuto soprattutto riducendo i prezzi all’export e allargando i mercati. Una politica efficace nel breve, meno nel medio e lungo periodo.
Ma con il 28 febbraio e la tempesta di bombe sull’Iran il clima è decisamente cambiato e le prospettive del 2026 sono appese ai tempi di riapertura di Hormuz. Una flessione della crescita ci sarà comunque ma se i tempi si allungheranno il rallentamento sarà più marcato e renderà ancora più fragili le già fragili condizioni di equilibrio sule quali il sistema reggeva prima di quel fatidico 28 febbraio.
Il dato chiave di quella fragilità sono i saldi internazionali delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. Un argomento ostico per la maggior parte di noi ma rivelatore. Gli Stati Uniti da soli cumulano due terzi del disavanzo mondiale, la Cina un terzo dell’avanzo e anche l’Europa ha una sua dignitosissima quota di surplus. Non c’è niente di male in un sistema globale in cui ci siano avanzi e disavanzi, il problema nasce quando sono frutto di politiche non sostenibili. E secondo il Fondo Monetario i due quinti dei grandi squilibri delle principali aree economiche del mondo dipendono proprio da queste. Gli Stati Uniti a causa del suo deficit immenso nei conti pubblici, la Cina per la compressione dei consumi interni e la determinazione nell’export con il sostegno pubblico alla manifattura, l’Europa con la sua cronica difficoltà negli investimenti in innovazione.
Questi squilibri marcati sono fonte di rischi per la stabilità finanziaria.
A casa nostra
E l’Europa che fa? E l’Italia? Crescono troppo poco, l’Italia pochissimo e con il 28 febbraio le prospettive sono peggiorate. La fiducia di famiglie e imprese è in calo, aumentano i risparmi ma frenano gli investimenti. Cosa fare lo sappiamo, anzi Bruxelles lo ha scritto nero su bianco nella Bussola per la Competitività varata a inizio 2025, il problema è che si va troppo piano, meno della metà delle iniziative legislative annunciate per il 25-26 è stato varato, e di queste solo un quarto formalmente adottato.
È necessaria quella accelerazione che (quasi) tutti auspichiamo, ma spesso ci dimentichiamo che il problema più che a Bruxelles è nelle capitali dei 27 che a turno ma molto efficacemente frenano su tutto. Attribuire a Bruxelles la responsabilità di quello che non va, come abbiamo sentito fare da imprenditori e governo all’ultima Assemblea annuale di Confindustria è facile e forse popolare, ma non risolve i problemi.
L’Italia dal canto suo ha i suoi, specifici, di problemi, che non accenna ad affrontare. La nota positiva è il controllo sui conti pubblici e vedremo gli effetti del Pnrr (che ha contribuito con l’1% in media alla crescita degli ultimi anni, ma anche di questo all’Assemblea di Confindustria non si è tenuto conto), ma continuiamo ad avere meno laureati che il resto d’Europa, spendiamo l’1% del pil in meno in istruzione, soprattutto universitaria, abbiamo il 5% di Neet, ragazzi che non studiano e non cercano lavoro, il doppio che nei paesi comparabili, e siamo fantastici esportatori di giovani formati, 100 mila tra il 2020 e il 2024. D’altro canto abbiamo risparmio abbondante, sistema bancario solido e imprese con abbondante liquidità. Peccato che gli investimenti in innovazione che queste risorse consentirebbero sono latitanti.
È la partita principale che l’Europa e l’Italia si trovano a dover affrontare. L’intelligenza artificiale ce lo spiega bene. I 5 grandi Usa detengono i tre quarti della capacità di calcolo mondiale e sviluppano la maggior parte dei modelli generalisti, la Cina sta recuperando mentre l’Europa è abissalmente indietro. La nota positiva, anche se forse un po’ consolatoria, è che spesso nelle rivoluzioni tecnologiche i maggiori guadagni non li fa chi le ha sviluppate ma chi ha saputo adottarle. Senza nulla togliere alla necessità che l’Europa trovi il suo posto anche nello sviluppo, intanto è sull’adozione che si gioca la sfida della competitività globale e dell’aumento della produttività, della quale l’Italia in declino demografico ha bisogno come il pane.
La politica
Qui ritorna l’importanza della politica, di favorire e sostenere l’adozione delle nuove tecnologie da parte anche delle piccole e medie imprese, sostenendo la trasformazione del lavoro e l’impatto sociale che ne deriverà. Ci vogliono politiche mirate e intelligenti, normative predisposte con cura e competenza, strutture efficienti e dedicate. Se ne vede l’ombra? Anche solo di una discussione preparatoria adeguata? E tornano anche le imprese, alle quali è richiesta una prontezza di investimento coraggioso in tecnologie e competenze delle quali si colgono tracce insufficienti.
Non è un problema solo dell’economia, ne va della capacità del paese di offrire lavoro di qualità alle sue persone, ai suoi giovani, di costruire un futuro di benessere e resilienza in un mondo che si è fatto difficilissimo.
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